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Taglio dei parlamentari, le motivazioni del fronte del NO

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Il 29 marzo gli italiani dovranno confermare il taglio dei parlamentari. I Radicali Italiani e l’associazione Libertà e Giustizia spiegano perché il provvedimento comprometterà la qualità della democrazia.

Sembra un dibattito ormai superato, scalzato da quello sulla prescrizione e dalla prospettiva di una crisi di governo. Ma la questione del taglio dei parlamentari è più viva che mai e sarà oggetto di un voto popolare il 29 marzo. Il referendum sarà di tipo confermativo, per verificare cioè che la maggioranza del popolo italiano sia a favore della riforma costituzionale che riduce significativamente il numero di deputati e senatori. Nello specifico, le modifiche alla Costituzione, già approvate da entrambe le camere, disegnano un Parlamento composto da 345 rappresentanti in meno. La Camera dei Deputati, se il referendum andrà a buon fine, scenderà da 630 a 400 membri, mentre il Senato perderà 115 seggi per un totale di 200. Al momento il nostro Parlamento è composto da 945 rappresentanti, dopo la riforma questo numero scenderebbe a 600. I senatori a vita non sono considerati nel computo.

La riforma del numero dei parlamentari è sempre stata una battaglia del Movimento 5 Stelle, al pari della lotta ai vitalizi e alle pensioni d’oro, coerentemente con la loro volontà di ridurre i presunti privilegi della casta. Se confermata il 29 marzo, la norma modificherà gli articoli 56 e 57 della Costituzione, che indicano il numero dei parlamentari per ogni camera. Il provvedimento è stato giustificato anche in chiave economica, poiché si tratterebbe di taglio alle spese della politica. Ma il risparmio, considerati i bilanci di Camera e Senato negli ultimi anni, sarebbe minimo. Scrive QuiFinanza: “Tra Camera e Senato i risparmi sarebbero di 81,6 milioni di euro ogni anno. Che, rapportato al nostro debito pubblico, significa lo 0,005% e un seicentesimo scarso di quanto spende l’Italia ogni anno solo di interessi sul debito stesso.”

Il Comitato per il NO dei Radicali Italiani

Non è solo, dunque, una norma che economicamente parlando rasenta l’inutile, ma anche, secondo una parte del panorama politico, un cambiamento che andrebbe a danneggiare il funzionamento del Parlamento stesso e dei meccanismi democratici. In prima linea nel fronte del NO sono i Radicali Italiani, che ieri hanno costituito un comitato apposito e i quali riassumono in quattro punti la loro presa di posizione:

  1. La riduzione del numero dei parlamentari non basta, serve una riforma del Senato;
  2. Il minor numero di parlamentari renderà molto difficile il lavoro nelle commissioni parlamentari e l’iter delle leggi rischia rallentamenti insostenibili;
  3. La riduzione del numero dei Parlamentari diminuisce gli spazi di rappresentanza politica e del territorio;
  4. Qualora venisse anche equiparata l’età dell’elettorato attivo di Camera e Senato, le camere diventeranno, per quanto riguarda la loro composizione, due organi politicamente identici ma con proporzioni diverse. Un rischio enorme per la governabilità!

Se passasse la riforma, l’Italia diventerebbe lo Stato Membro UE con il più basso rapporto tra cittadini e rappresentanti, dunque un passo che allontanerebbe il sistema paese dalla tanto agognata democrazia diretta dei Cinque Stelle. Parlando per estremi, ad esempio, l’ideale sarebbe che ci fosse un rappresentante per ogni cittadino, e dunque che tutti i cittadini fossero parlamentari. In questo modo – caso estremo – tutti potrebbero direttamente difendere le proprie idee e i propri interessi in Parlamento. Dato per scontato che ciò non è ancora possibile per ragioni logistiche, ogni cittadino elegge dei rappresentanti. Meno rappresentanti ci sono, più ci si allontana dalla situazione ideale, e maggiore – paradossalmente – è il potere della “casta”. Se il Parlamento fosse ridotto a 600 membri, l’Italia scenderebbe a 0,7 rappresentanti ogni centomila cittadini.

Le ragioni del NO di Libertà e Giustizia

Anche l’associazione Libertà e Giustizia, da anni impegnata in battaglie in difesa della Costituzione, ha rilasciato un documento per condannare il taglio dei parlamentari. Di seguito un estratto con i motivi principali dello schieramento dalla parte del no:

“La prima considerazione è che un’alterazione della “quantità” dei seggi parlamentari dovrebbe mirare a un rafforzamento della “qualità” della rappresentanza, attraverso un insieme di norme – a partire dai regolamenti parlamentari alla legge elettorale – che mettano in sicurezza e anzi migliorino il principio rappresentativo nella ragionevole esigenza di assicurare un buon funzionamento dell’istituto parlamentare. Al contrario, questa riforma indebolisce il potere dei rappresentanti delle due camere e la stessa efficacia della rappresentanza perché non accompagnata da una riforma della legge elettorale in senso proporzionale e da adeguate forme di composizione delle liste di candidati.”

“La seconda considerazione muove dal fatto che i tentativi di modificare gli assetti costituzionali cercando di ridimensionare il più possibile l’organismo rappresentativo in nome di una supposta priorità del principio della governabilità è stato alla base (del fallimento) della Seconda Repubblica. Promuovere una riforma che muova ancora dall’ideologia della governabilità e dalla presunzione che una maggiore governabilità si possa ottenere attraverso l’indebolimento del potere legislativo è inattuale, oltre che il segno di una mancata lucidità nell’interpretazione dei processi strutturali di trasformazione che sono in atto nelle nostre democrazie e dei rischi che essi comportano.”

“La terza considerazione invita a prendere seriamente il malessere profondo che ha accompagnato la scelta di una tale riforma. Ovviamente non stiamo parlando del grottesco movente contabile per cui la diminuzione del numero di rappresentanti rappresenterebbe un risparmio per le casse dello Stato, argomento rozzo e smentito dai numeri da non richiedere troppi commenti. Più profondamente, il vero movente della popolarità di questa riforma è una sensazione diffusa di ostilità nei confronti delle istituzioni rappresentative, quelle cioè più direttamente gestite dai partiti e che si traducono in “poltrone” alle quali i candidati ambiscono per acquisire privilegi, piuttosto che per rispondere alle esigenze espresse dagli elettori. Vi è in questa riforma il riverbero di una insofferenza da parte dei politici nei confronti della richiesta dei cittadini di chiedere loro conto dell’operato e di pretendere che le loro preferenze e i loro problemi siano ascoltati e rappresentati. Mentre si lamenta la distanza dei “territori” dai luoghi di decisione, si approda a una riforma che decurta con il numero dei parlamentari anche il potere dei cittadini che in quei territori vivono.”

Di A.C.