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domenica 14 Agosto 2022

LA QUALITÀ ITALIANA NEL MONDO

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Palermo- Un vero e proprio giro d’affari a stampo mafioso, questa volta nel settore scommesse

 

A Palermo la mafia si era giocata le sue carte nel settore delle scommesse, allungando i suoi tentacoli sulle concessioni statali del gioco. Lo ha scoperto la guardia di finanza che all’alba di oggi ha eseguito dieci misure cautelari personali e sequestrato imprese con volumi di gioco per oltre 100 milioni di euro. Su delega della Procura della Repubblica di Palermo – Direzione Distrettuale Antimafia – i finanzieri del comando provinciale hanno dato esecuzione all’ordinanza di applicazione di misure cautelari emessa dal Gip del Tribunale di Palermo nei confronti di 8 persone.

Cinque sono destinatarie di custodia cautelare in carcere. Si tratta di Francesco Paolo Maniscalco di 57 anni, Salvatore Sorrentino di 55 anni, Salvatore Rubino di 59 anni,  Vincenzo Fiore di 42 anni e Christian Tortora di 44 anni.  Tre persone sono finite ai domiciliari. Si tratta di Giuseppe Rubino di 88 anni, Antonino Maniscalco di 26 anni e Girolamo Di Marzo di 61 anni. A vario titolo sono indagati per la partecipazione e il concorso esterno nell’associazione di stampo mafioso Cosa nostra, riciclaggio e trasferimento fraudolento di valori, “questi ultimi reati aggravati dalla finalità di aver favorito le articolazioni mafiose cittadine”, dicono gli inquirenti. Coinvolte altre due persone: nei confronti dei fratelli Elio Camilleri di 62 anni e Maurizio Camilleri di 65 anni è stata invece applicata la misura del divieto di dimora nel territorio del Comune di Palermo. Con lo stesso provvedimento il Gip ha disposto il sequestro preventivo dell’intero capitale sociale e del relativo complesso aziendale di 8 imprese, con sede in Sicilia, Lombardia, Lazio e Campania, cinque delle quali titolari di concessioni governative cui fanno capo i diritti per la gestione delle agenzie scommesse; nove agenzie scommesse, a Palermo, a Napoli e in provincia di Salerno, attualmente gestite direttamente dalle aziende riconducibili agli indagati, per un valore complessivo stimato in circa 40 milioni di euro.

“Le attività economiche in esame sono state ritenute riconducibili all’emblema dell’impresa mafiosa” – dicono le Fiamme gialle – in quanto strategicamente dirette da persone appartenenti e vicine a Cosa nostra; finanziate da risorse economiche provento del delitto associativo di stampo mafioso”. Il provvedimento è in corso di esecuzione da parte di 200 militari della Finanza, in forza ai Reparti di Palermo, Milano, Roma, Napoli e Salerno, che stanno inoltre effettuando decine di perquisizioni in luoghi nella disponibilità degli indagati situati oltre che in Sicilia, anche in Campania, nel Lazio e in Lombardia.

“La rilevante capacità economica sviluppata” dagli indagati dell’operazione ‘All in’ “è testimoniata dalle acquisizioni patrimoniali operate negli ultimi mesi, a conferma della concreta minaccia delle infiltrazioni della criminalità organizzata nel tessuto economico legale, oggi in seria difficoltà a causa delle conseguenze derivanti dall’emergenza epidemiologica connessa alla diffusione del Covid-19”. Infatti, il gruppo imprenditoriale indagato, in quest’ultimo periodo, ha acquistato, nel quartiere Malaspina, senza necessità di contrarre finanziamenti bancari: un immobile dichiarato a partire dallo scorso febbraio come ufficio amministrativo di una delle società del gruppo; il 15 maggio scorso un’ulteriore agenzia scommesse, entrambi oggetto del provvedimento di sequestro eseguito.

“L’attività conferma il perdurante impegno della Finanza, sotto la direzione della locale Direzione Distrettuale Antimafia, per individuare i segnali di inquinamento dell’economia da parte delle consorterie criminali mafiose, contrastando ogni forma di possibile arricchimento connesso alla disponibilità e all’investimento di capitali di provenienza illecita e allo sfruttamento della contingenza emergenziale quale volano per l’infiltrazione della mafia nel tessuto produttivo nazionale”, dicono le Fiamme gialle.

L’indagine ha delineato “l’esistenza di un gruppo di imprese gravitante intorno alle figure centrali di Francesco Paolo Maniscalco, soggetto di risalente ed indiscusso lignaggio mafioso, già condannato per la sua organicità alla famiglia di Palermo Centro, e di Salvatore Rubino, che ha messo a disposizione dei clan la propria abilità imprenditoriale al fine di riciclare denaro di origine illecita e, al contempo, di esercitare un concreto potere di gestione e imposizione sulla rete di raccolta delle scommesse”.

Non solo. Sono state anche ricostruite “le metodologie attraverso cui l’organizzazione criminale è riuscita ad “infiltrarsi” nell’economia “legale” attraverso il controllo di imprese – la cui gestione operativa occulta veniva progressivamente demandata a Vincenzo Fiore e Christian Tortora – che detengono, anche a seguito della partecipazione a bandi pubblici, le concessioni statali rilasciate dall’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli per la raccolta di giochi e scommesse sportive, sviluppando nel tempo una strategia operativa di stampo aziendalistico protesa alla massimizzazione dei profitti”.