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Linea dura Conte con ArcelorMittal, Pd vuole scudo, M5S divisi

 

E’ in corso davanti alla direzione dello stabilimento siderurgico ArcelorMittal (ex Ilva) di Taranto un sit-in di lavoratori e sindacati deciso dal consiglio di fabbrica permanente di Fim, Fiom e Uilm dopo l’annunciato disimpegno della multinazionale franco-indiana. Si attendono sviluppi dall’incontro tra governo e azienda, previsto in mattinata, convocato dal presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. Oggi, secondo quanto comunicato ieri pomeriggio dall’Ad Lucia Morselli nel confronto con le organizzazioni sindacali, ArcelorMittal avvierà la procedura ex art.47 della legge 228 del 1990 di retrocessione dei rami d’azienda con la restituzione degli impianti e dei lavoratori ad Ilva in Amministrazione straordinaria. Ogni azione di mobilitazione, hanno sottolineato Fim, Fiom e Uilm, “sarà comunicata ed adottata già dalle prossime ore, se necessaria ad evitare ricadute imprevedibili dettate dall’incapacità ed incoscienza di soggetti deputati a decidere sul futuro di una intera collettività che ha pagato e sta pagando un prezzo fin troppo elevato”.

Ci vorrà qualche giorno prima che la Sezione specializzata imprese del Tribunale di Milano assegni ad un giudice, con fissazione poi della data d’udienza, la causa intentata con un atto di citazione da ArcelorMittal che chiede di recedere dal contratto di affitto dell’ex Ilva di Taranto. In media, da quanto si è saputo, ci vogliono una decina di giorni per iscrivere a ruolo la causa e trasmetterla alla Sezione che poi l’assegna ad un giudice. In questo caso, però, data la rilevanza, i tempi potrebbero essere più brevi.

Linea dura con ArcelorMittal e contemporanea apertura al ripristino dello scudo penale. Si muove su un doppio binario il governo in vista dell’incontro decisivo tra il premier Giuseppe Conte il ministro Stefano Patuanelli e i vertici di ArcelorMittal. Il dossier ex Ilva vede l’alleanza di governo unita su un elemento: la preoccupazione per il futuro dello stabilimento. Una preoccupazione che filtra anche dal Colle. Sulla strategia per una soluzione, però, nella maggioranza manca compattezza. Con il Pd e Italia Viva che pressano per il ripristino dello scudo e il M5S che, nonostante l’apertura di Conte, resta diviso e deve fare i conti con chi non vuole dietrofront. Tutto ciò mentre da Taranto l’Ad Lucia Morselli non lascia dubbi sul fatto che in ogni caso l’azienda lascerà Taranto. Sul fronte del governo c’è innanzitutto la determinazione a non accettare ricatti. “C’è un contratto da rispettare e saremo inflessibili, non si può pensare di cambiare una strategia imprenditoriale adducendo a giustificazione lo scudo penale”, avverte Conte mentre il titolare del Mef Roberto Gualtieri cita Mario Draghi e assicura che il governo farà “whatever it takes”, tutto il possibile. Già, ma come? L’esecutivo, nelle prime ore della giornata, va in ordine sparso. Matteo Renzi si dice subito pronto a presentare e votare un emendamento nel dl fiscale per il ripristino dello scudo, che tolga così dal tavolo qualsiasi alibi per A.Mittal. Il Pd, prima con Graziano Delrio e poi con Nizola Zingaretti, apre.

“Chi deve attuare un piano ambientale non può rispondere penalmente su responsabilità pregresse e non sue. Proporremo iniziative parlamentari”, spiega il segretario Dem. Il nodo è nel M5S, dove prima Luigi Di Maio e poi tutta la maggioranza, solo qualche settimana fa, sono stati di fatto obbligati a stralciare lo scudo penale graduale inserito nel dl imprese: a scagliarsi contro la misura è stato un manipolo, numeroso, di senatori M5S che vuole l’azzeramento di immunità ad hoc. Un nocciolo movimentista che non accenna alla resa. “Il Parlamento non può tornare indietro, la mia posizione non è cambiata”, ribadisce in Aula al Senato Barbara Lezzi, che guida i ribelli sull’ex Ilva. Eppure, sul ripristino dello scudo sia Di Maio che Conte, in silenzio, aprono. Tanto che, nella maggioranza c’è chi punta ad un’operazione che sa di azzardo, immaginando di portare a votare l’emendamento praticamente tutto il Parlamento, Lega inclusa, per superare il “no” dei dissidenti del Movimento sia al Senato che alla Camera. C’è poi una soluzione mediana, sostenuta da Patuanelli. “Si può valutare l’inserimento di una norma” primaria che espliciti un “principio già presente nel nostro ordinamento. Ma senza norme ad personam per A.Mittal”, spiega il titolare del Mise facendo riferimento a quell’art 51 del codice penale che esclude la punibilità nel momento in cui si attua il piano ambientale richiesto da qui al 2023. Norma da inserire con un emendamento o con un decreto ad hoc che, nelle settimane successive, potrebbe essere pure trasformato in un emendamento alla legge di bilancio.

Conte e Patuanelli si siederanno al tavolo con una convinzione, corroborata in serata dall’atto di citazione dell’azienda: che anche con l’immunità il contratto non è eseguibile. “Il problema dell’azienda non è lo scudo ma la sostenibilità della produzione e la quantità di dipendenti. Domani (oggi, ndr) ci chiederanno di non pagare le concessioni e di fare degli esuberi”, prevede una fonte governativa, dicendosi sicura che la multinazionale stia giocando al rialzo per rinegoziare “con il coltello dalla parte del manico“. Una linea dura confermata a Taranto dall’ad Lucia Morselli che, vedendo i sindacati, conferma la volontà di recedere dal contratto e di rimettere comunque lo stabilimento ai commissari. Per questo, nel governo si pensa già a un piano B che punti ad una riconversione e ad una differenziazione energetica. Una soluzione che potrebbe vedere cordate alternative e il coinvolgimento, in qualche modo, del pubblico. Ma si tratta solo di ipotesi mentre Renzi precisa: Italia Viva non sostiene cordate “è evidente che qualora si arrivasse per le norme italiane a ottenere da parte di Mittal il recesso, primo classificato nella gara, si va a chiedere al secondo”. Che sarebbe la cordata Jindal-AcciaItalia.