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IL POSSIBILE SPILLOVER DELLA PANDEMIA SULL’ECONOMIA CINESE

In un sistema formato da circa 30 milioni di OMI, che contribuiscono per circa il 60% all’economia nazionale, i problemi percepiti da queste attività rischiano di ripercuotersi con pesanti effetti sulla salute dell’economia.

L’80% del commercio internazionale si muove via mare e la Cina ospita sette dei dieci porti per container più trafficati del pianeta (tra questi Shanghai e Shenzen). Pertanto, una buona stima degli effetti del COVID-19 sul commercio fra la Repubblica Popolare e gli altri Stati si può trovare nei dati sul traffico di container. Secondo un report dell’UNCTAD, fra la seconda metà di gennaio e inizio febbraio si sarebbe assistito ad un netto calo registrato sia in termini di TEU (twenty-foot equivalent units) sia in termini di navi cargo, con lo Shanghai Containerized Freight Index in calo nelle prime otto settimane del 2020.
L’indice è calato di almeno 200 punti: una diminuzione in parte fisiologica, vista la congiuntura di inizio anno con il Capodanno cinese che tende sempre a far diminuire il traffico merci, in parte molto più acuta e affrettata rispetto alle annate precedenti. Tali dati sono il riflesso di ciò che accade sul piano micro: molte navi cargo sono impossibilitate ad accedere ai porti a causa di rallentamenti delle operazioni di carico-scarico che creano delle così dette “missed port calls” (ovvero delle finestre di transito programmate ma che devono di fatto essere annullate), altre porta-container sono ferme in porto in attesa dei propri operatori, altre ancora sono in mare in condizione di “floating quarantined zones”.
L’effetto, facilmente intuibile di queste finestre di opportunità abortite è una drastica diminuzione delle spedizioni (citata da diverse compagnie del settore come Maersk, MSC Mediterranean Shipping, Hapag Lloyd e CMA-CGM). Tuttavia, una stima veritiera dei possibili effetti del contagio da COVID-19 sul commercio internazionale sono ancora difficilmente quantificabili. Lo scorso 7 marzo, infatti, sono usciti anche i dati ufficiali rilasciati dalle autorità cinese sul proprio import-export del 2020: lo Stato ha pubblicato assieme il report per gennaio e febbraio con cifre che mostrano un calo del 17.2% sull’export e del 4% sull’import.
Questi dati non sono lontani da quelli di inizio 2019 (quando la guerra commerciale con gli Stati Uniti era nella fase più acuta), ma lasciano intendere che è ancora troppo presto per valutare le ricadute effettive del virus in termini di commercio internazionale. Come già accennato, forti cali nel primo bimestre sono fisiologici in Cina, Paese che in questo periodo festeggia il proprio Capodanno.
Se il contraccolpo economico si sta estendendo a livello mondiale, anche le contromisure hanno una portata simile e stanno mettendo in evidenza come, in un mondo globalizzato, i possibili effetti a cascata della crisi sanitaria sull’economia 6 richiedano un coordinamento multilaterale. La Cina, da parte sua, ha già stanziato un pacchetto straordinario di aiuti da oltre 16 miliardi di dollari (110 miliardi di yuan) che il Ministero della Finanza starebbe indirizzando verso le industrie più colpite e verso la regione di Hubei. Anche un incontro speciale Cina-ASEAN (tenutosi in Laos) è stato la sede in cui Pechino ha cercato di rassicurare e ha cercato delle conferme nei partner del Sudest asiatico sulla possibilità di fornire una risposta coordinata per contrastare i possibili effetti dell’emergenza nel medio-lungo termine. Il vertice ha stabilito un accordo per condividere informazioni medico-sanitarie, proteggere le supply chain, supportare le piccole e medie imprese, nonché promuovere lo sviluppo di un vaccino.