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Coronavirus, come si prende. Dove resiste e cosa lo uccide

Cosa sappiamo del Coronavirus 2019-nCoV? Lo scenario cambia di giorno in giorno, punti fermi e presunti dogmi vengono messi in discussione da ricerche più o meno credibili che spuntano qua e là in giro per il mondo. L’incubazione è un rebus, incognite aleggiano anche sulla trasmissione dell’infezione. Dove resiste il virus? Come avviene il contagio? Domande a cui abbiamo cercato di dare risposta, per fare chiarezza. Ecco una fotografia della conoscenza a oggi, nel tentativo di sciogliere alcuni dubbi che il flusso incontrollato di informazioni potrebbe far insorgere. 

Quanto dura l’incubazione?

I sintomi del nuovo coronavirus possono comparire da due a 14 giorni dopo il contagio. Il tempo medio di incubazione è di 5,2 giorni – spiega il virologo Fabrizio Pregliasco, dell’Università d Milano –. La trasmissibilità della malattia è legata al contatto ravvicinato con persone affette dal nuovo virus al di sotto di una distanza di un metro. Presumibilmente nella fase finale dei 14 giorni si ha un’efficacia minore dell’aggressività del virus, visto che la manifestazione cresce nel tempo, poi comincia a decrescere. Anche nella fase finale, però, si è contagiosi. Gli studi che prendiamo in esame si basano su coronavirus simili e sui pazienti che hanno ricevuto terapie in questi giorni. C’è, però, uno studio condotto da 37 specialisti, tra cui Zhong Nanshan, che è alla guida del team di medici nominati dalla Commissione Sanitaria Nazionale della Cina per occuparsi del nuovo coronavirus, che spiega come l’incubazione possa arrivare fino a 24 giorni. Dopo aver analizzato i dati provenienti da 1.099 pazienti con coronavirus gli studiosi hanno confermato che il periodo di incubazione potrebbe essere molto più lungo di quello considerati.

Dove resiste di più?

Il virus resiste su superfici come metallo, vetro o plastica fino a 9 giorni (4 volte più a lungo dell’influenza) se ci sono le condizioni favorevoli, ma la carica virale segue un decrescendo poco dopo l’emissione. I materiali organici (grasso, sporcizia, umidità) fanno da protettore del virus e lo mantengono in vita più a lungo. Lo stesso studio spiega come il coronavirus si possa facilmente eliminare coi disinfettanti. Lavarsi le mani è il consiglio migliore, così come pulire con alcol o disinfettanti le superfici. La miglior pulizia? Acqua e sapone, poi gel igienico. Un’altra ricerca spiega come il virus possa vivere anche un mese, se le temperature sono giuste (4°).

Come avviene il contagio?

Se una goccia di saliva, di un malato, finisce sulla pelle di una persona sana non succede nulla. La saliva infetta (le goccioline più grosse) deve essere inalata (in grande quantità). Le azioni per essere contagiati: starnuti, normali respiri, mani sporche. Se il soggetto malato non è in fase sintomatica o se il contatto avviene con una persona che non è stata nelle zone più a rischio, non si viene contagiati. Ci sono evidenze, però, che anche un soggetto asintomatico (in Germania) abbia contagiato: con una riduzione della capacità di 100-1.000 volte a persona.

Come si distingue dall’influenza normale?

Non è facile distinguere il nuovo coronavirus dalla normale influenza, perché i virus si assomigliano molto. Il 15% dei malati ha una forma di polmonite virale primaria e grandi difficoltà respiratorie, che sono sintomi importanti. Questo perché i polmoni sono pieni di virus e gli alveoli non scambiano l’ossigeno. L’83%, invece, ha alcuni tra questi sintomi: febbre, tosse, respiro corto, disturbi gastrointestinali, diarrea, insufficienza renale. Se non ci sono questi segnali è molto più difficile contagiare gli altri: casi nel mondo ce ne sono stati, ma riuscendo a individuare subito i pazienti e i casi secondari si crea un efficace muro di prevenzione.

Qual è il tasso di mortalità?

Il tasso di mortalità del nuovo coronavirus sarebbe sovrastimato, perché si fa riferimento ai casi confermati che non sono quelli reali. Molti pazienti, nella fase iniziale, sono sicuramente sfuggiti al monitoraggio. Dai dati si può dire che si arriva al 2%, tasso più alto dell’influenza stagionale ma molto più basso rispetto alla Sars (9,5%) e alla Mers (30%). Nella platea della popolazione le persone più a rischio sono gli ultra 15enni. Pochissimi bambini per ora sono stati colpiti per le difese immunitarie più reattive e per la minore esposizione alle zone focolaio. Nei casi di complicazioni più pesanti (anziani o persone già debilitate) si passa alla terapia intensiva, ma si parla del 15% dei casi. La mortalità cresce rispetto all’influenza normale perché il virus stagionale cambia ogni anno ma non troppo, e le persone che l’hanno avuto sono preparate. Riguardo al coronavirus, invece, siamo vergini tutti. La potenzialità che spaventa è che tutta la popolazione mondiale è suscettibile. Basti pensare che per quanto riguarda l’influenza il virus si sviluppa al massimo su 8 milioni di persone ogni anno. Potenzialmente il nuovo coronavirus può fare disastri.