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Omicidio Estermann – Un delitto collegato al caso Orlandi e all’attentato a papa Wojtyla. PARTE 1

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“Edizioni Oggi” propone uno dei casi ancora senza soluzione, che nel corso degli anni è stato ingigantito da numerose versioni dei fatti, verità mischiate a menzogne, depistaggi, fino a coinvolgere ambienti insospettabili come alti vertici del Vaticano, mafia, banche (IOR e Banco Ambrosiano), servizi segreti italiani e di altri Paesi, misteriosi omicidi, sparizioni di prove e testimoni, attentati, criminalità organizzata e molto altro. Il tutto a partire dal rapimento di una ragazza di 15 anni, figlia di un impiegato dello Stato del Vaticano, Emanuela Orlandi.
Sono passati 29 anni dal sequestro di Emanuela Orlandi, ed oggi le cronache tornano ad occuparsi del caso in occasione dell'apertura della tomba di uno dei protagonisti della vicenda, Enrico De Pedis, detto “Renatino”, capo della tristemente nota banda della Magliana. Un caso che sta suscitando aspre polemiche.
Il fratello della ragazza scomparsa, Pietro Orlandi, ancora oggi è profondamente impegnato nella ricerca della verità, e con lui la Redazione di “Edizioni Oggi”.
Per inaugurare l'inchiesta, partiamo da uno dei tanti avvenimenti collaterali. Uno strano omicidio avvenuto diversi anni dopo il rapimento Orlandi. Esporremo vari episodi che, apparentemente scollegati con l'oggetto dell'inchiesta, sono invece strettamente connessi, nel tentativo di ricomporre il mosaico della verità.

Il 4 maggio 1998 l’austero e nobile ambiente della Gendarmeria Vaticana, il Corpo della Guardie Svizzere, è scosso da uno scandalo senza precedenti. Il nuovo comandante del Corpo, colonnello Alois Estermann, la moglie Gladys Meza Romero e il caporale Céderic Tornay sono trovati morti. Nessuno, al di fuori delle autorità vaticane, ha mai potuto verificare come si siano svolti i fatti, e questo ha alimentato molte versioni e contrastanti nonché inquietanti collegamenti. Gli aspetti della vicenda che non convincono sono diversi, e molti i fatti celati entro le mura papali, a cominciare dai poco chiari traffici di monsignor Paul Marcinkus, già numero uno della Banca Vaticana (lo IOR), alla troppo repentina scomparsa di papa Albino Luciani (Giovanni Paolo I) proprio quando aveva manifestato l’intenzione di “riordinare” la struttura della Curia romana, per finire all’attentato al suo successore, papa Wojtyla, passando per la scomparsa di Emanuela Orlandi e fino agli alti prelati che fungevano da informatori per il Cremlino e quindi al mistero dei tre cadaveri: il neo-comandante delle Guardie Svizzere, la moglie, e un caporale fino ad allora sconosciuto.
Il caporale Cédric Tornay probabilmente era stato avvicinato da qualcuno, dopo aver terminato il servizio straordinario di guardia, nell’androne d’entrata di uno dei diversi edifici vaticani. Con qualche pretesto mai chiarito viene condotto nella palazzina dove si trova la residenza del comandante Estermann, nei pressi del Palazzo Apostolico, quindi colpito violentemente alla testa e perde conoscenza. Pochi minuti prima delle 21 la persona che colpì il caporale Tornay, quasi certamente con l’aiuto di complici, si introduce nell’alloggio del comandante Estermann che, secondo indiscrezioni, stava conversando al telefono, e lo uccide con due colpi di pistola, uno al torace e uno alla testa. La moglie è uccisa con un solo colpo.
Nell’alloggio viene quindi portato il caporale Tornay ancora stordito, il quale viene freddato con un colpo sparato in bocca. La commedia è inscenata: l’arma del delitto viene messa fra le mani del caporale, e un altro colpo è esploso verso il soffitto, elemento importante per fare risultare che lo stesso Tornay ha sparato, alla prova del guanto di paraffina. Il caporale Tornay ha ucciso il proprio comandante, la moglie e quindi ha rivolto l’arma contro se stesso, suicidandosi.
Perché questa ingegnosa messa in scena di un omicidio-suicidio? Che cosa si doveva nascondere? Perché il capitano Estermann doveva morire?
In ogni caso, i killer si allontanano in silenzio e fanno perdere le loro tracce attraverso uno dei numerosi sotterranei del Vaticano. I corpi della signora, impiegata del corpo diplomatico venezuelano all’ambasciata del proprio Paese, del caporale Tornay e del comandante Estermann vengono scoperti da una suora, la cui identità non è mai stata rivelata e che probabilmente non è mai esistita.
Fin qui quello che secondo gli elementi delle indagini, potrebbe essere lo scenario della tragedia avvenuta nel tardo pomeriggio del 4 maggio 1998 in Vaticano. Nei fatti, la versione che fu offerta dalle autorità vaticane fu completamente diversa. Addirittura paradossale la testimonianza resa da più parti circa il giovane caporale Tornay (era nato nel 1974) arruolatosi da circa tre anni nel Corpo: viene descritto come un pazzoide, omosessuale, che oltretutto si sarebbe anche prostituito diverse volte, tossicodipendente e molto altro. Accuse che i fatti reali hanno smentito con la più clamorosa evidenza.
Viene dato l’allarme. I primi a giungere sul luogo della strage sono il Sostituto della Segreteria di Stato, monsignor Giovanni Battista Re, l’Assessore agli Affari Generali della stessa Segreteria vaticana, monsignor Pedro Lopez Quintana, e l’ispettore della Vigilanza Camillo Cobin. Subito dopo il maggiore della Gendarmeria Raul Bonarelli e il portavoce della Sala Stampa Joaquin Navarro-Valls. Nessuno si preoccupa di informare gli agenti dell’Ispettorato di Pubblica Sicurezza presso il Vaticano, che secondo il protocollo dovrebbero collaborare con la Gendarmeria. In sostanza, nessuna comunicazione alle autorità italiane: le indagini sono svolte dal Corpo interno del Vaticano nella persona del giudice unico Gianluigi Marrone, il quale affiderà poi il caso al professor Nicola Piccardi che successivamente lo archivierà come omicidio-suicidio. A parte il fatto che la scena del delitto non viene messa in sicurezza, ma invasa da diverse persone, e quindi irrimediabilmente inquinata, la versione ufficiale dei fatti è la seguente: “Il caporale Cédric Tournay in preda a raptus di follia, si è introdotto nell’appartamento del proprio comandante, il colonnello Estermann, e lo ha ucciso con la pistola di ordinanza, una Sig Sauer 9.41mm di fabbricazione svizzera, quindi si è suicidato. Il caporale Tournay ha lasciato ad un commilitone una lettera d’addio per la madre, da consegnare se fosse accaduto qualcosa. E’ tutto molto chiaro, non c’è spazio per altre ipotesi”.
Nella lettera in questione vi era scritto: “Spero che tu, mamma, mi perdonerai perché sono stati loro a costringermi a fare quello che ho fatto. Quest'anno dovevo avere l'onorificenza e il colonnello me l'ha negata. Dopo tre anni, sei mesi e sei giorni passati a sopportare tutte le ingiustizie, l'unica cosa che io volevo me l'hanno rifiutata”.
Secondo le parole del caporale, la lettera sarebbe stata un messaggio di spiegazioni alla madre per il suo gesto. Una classica lettera d'addio di un suicida. Se è così, il gesto di Cédric Tornay non è stato dettato da un raptus, anzi è più che evidente la premeditazione, addirittura scritta in una lettera. Una differenza non trascurabile.
Il 6 maggio sono resi noti i risultati delle autopsie: il colonnello Estermann è stato ucciso da due colpi di pistola, uno lo ha colpito allo zigomo sinistro raggiungendo la colonna cervicale e il midollo spinale, l’altro alla regione deltoidea e fuoriuscito dalla spalla sinistra per rientrare dal lato sinistro del collo, fino a recidere i tessuti cerebrali e il canale midollare. La signora Gladys Meza è stata uccisa da un proiettile penetrato dalla spalla sinistra che ha raggiunto la colonna cervicale. Il caporale Céderic Tournay è morto per un proiettile penetrato dalla cavità orale che ha raggiunto la parete occipitale inferiore (CONTINUA)