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L'AVVOCATO RISPONDE
data articolo19 aprile 2017

Commette reato il marito che obbliga la moglie ad avere rapporti sessuali

Commette reato il marito che obbliga la moglie ad avere rapporti sessuali
Commette reato il marito che obbliga la moglie ad avere rapporti sessuali
Dopo anni di maltrattamenti, una moglie denuncia il marito, colpevole di averla obbligata, con minacce, ingiurie con espressioni offensive in pubblico e in privato, e violenze fisiche, ad avere rapporti sessuali. L’uomo, condannato a oltre 4 anni di reclusione, ha presentato un ricorso, che è stato respinto dalla Corte di Cassazione, III sez. penale. Sarà capitato a chiunque di chiedersi, almeno una volta, come sia possibile accusare un marito di violenza sessuale nei confronti della moglie, ma soprattutto come sia possibile dimostrarlo affinchè le accuse della moglie possano essere prese in considerazione. Abbiamo chiesto alla Dott.ssa Maria Francesca Ciriello di chiarire questa ipotesi di reato: «Normalmente quando il reato di violenza sessuale punito dall’art. 609-bis del codice penale si verifica sono presenti due soggetti: il colpevole e la vittima. Perché si possa imputare al responsabile la violenza sessuale è sufficiente che la vittima dichiari di averla subita. Sarà il giudice chiamato a valutare che le dichiarazioni della vittima siano attendibili. Con la sentenza n. 16608/2017, la Corte di Cassazione ha avuto modo di ricordare questo principio e ha respinto il ricorso presentato dall’uomo, responsabile di violenza sessuale ai danni della moglie. Il giudice di legittimità, infatti, ha appurato che nei gradi precedenti i giudici avevano correttamente valutato l’attendibilità delle dichiarazioni rese dalla donna, che aveva accusato l’uomo di averle imposto rapporti sessuali contro la sua volontà e mediante l’uso della forza, oltre ad altri maltrattamenti sia verbali che fisici. Accuse che non solo sono state ritenute credibili dai giudici, ma che peraltro non sono state contestate nemmeno dalla difesa dell’uomo, se non genericamente. La difesa dell’uomo si è, infatti, limitata a dichiarare che la vittima avrebbe sostenuto di aver subito le violenze denunciate esclusivamente per ottenere un non precisato vantaggio in altra sede processuale. Nella realtà dei fatti la donna vittima delle violenze non si è neanche costituita parte civile. I giudici dellla Corte di Cassazione hanno, quindi, confermato la condanna a 4 anni e 3 mesi di reclusione per l’uomo».
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