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Transgender – Gli Hijra

“Ora appaiono gli uomini vestiti da donna, dietro gli autisti, attraverso l’ ”altro” cancello.Si raggomitolano dentro sari cenciose e spremono fuori una nota stonata dietro l’altra, uno al tamburello, un altro al tamburo.Sono vecchi, vecchi come le pietre, e non belli.Sfottono gli uomini in giacca e pantaloni e lusingano le donne che si muovono fluttuando, strillando oscenità con voci rauche, voci che hanno una cadenza interna, un inequivocabile ritmo attraverso la ripetizione.Le loro mani mimano le loro oscene parole: le mani diventano una pancia rigonfia, i tratti di un bambino, i tratti del piacere e del travaglio.Alcuni ridono, altri fanno finta di niente.L’estraneo si rivolge all’elegante signore che sta sorbendo uno scotch sul prato.
Chi sono?
Con un vago gesto della mano, il signore dice Oh, gli eunuchi.Vengono sempre.
Gli eunuchi?
Gli hijra.
Chi li ha invitati?
Non li ha invitati nessuno.Vengono e basta.
Come fanno a sapere?
Lo sanno e basta.Così.Il gesto della mano nell’aria.
Perché vengono?
Così.Per augurare buona fortuna.Non so perchè sono considerati di buon augurio.
Ma non sono intonati.
Già.Fanno confusione, tu li paghi e loro se ne vanno.”(Jaffrey 1996:15-16).

In THE INVISIBLES.A TALE OF THE EUNUCHS OF INDIA (1996) la scrittrice americana di origine indiana, Zia Jaffrey, inizia così la descrizione del primo incontro con gli Hijra, in occasione di un matrimonio.In una realtà come la nostra, che procedendo in avanti si trova a dover gestire temi come quello dei Transgender, è sorprendente notare che quello che per noi è oggi un tema da capire e costruire, per altre comunità, è parte della quotidianità praticamente da sempre.E quello che per noi è motivo di dubbi morali e discriminazioni sociali è in altre società addirittura segno di buon augurio.Mentre nelle nostre case avere determinati parenti può essere motivo di vergogna, in altre case, neanche troppo distanti da noi, è motivo di vanto.

Il mondo è quel luogo dove ciò che oggi ha un valore, domani potrebbe averne un altro e dove la normalità è solo la questione di punti di vista di occhi che non sono mai gli stessi.

Gli hjira esistono da sempre.Ma chi sono? Probabilmente si tratta di un nome di origine persiana, hīz, sia sostantivo che aggettivo, per ermafrodito, eunuco, impotente, effemminato.
  La comunità hijra viene definita da Serena Nanda, una delle ricercatrici più note sull’argomento, come un gruppo di persone profondamente legate al culto di Bahuchara Mata, uno degli aspetti della Dea Madre.Sono uomini idealmente religiosi che indossano abiti da donna, che si comportano come tali, e che necessariamente devono sottoporsi ad un’operazione di escissione dei genitali.Solo in questo modo possono veramente incarnare il potere generativo della Dea Madre, vivendo la sessualità in modo ambiguo.Determinano così la loro occupazione, che consiste nell’esibizione di rituali di buon augurio per la nascita di un bambino o in occasione di matrimoni.
  È parte della normalità vedere hijra vestiti da donna, con atteggiamenti anche molto accentuati e con capelli molto lunghi.La barba viene accuratamente tolta, stando bene attenti ad eliminarla dalla radice per avere una pelle più liscia.Gli abiti femminili, gli accessori, diventano fondamentali nella vita di un hijra, specialmente quando deve recarsi nei luoghi di culto o esibirsi nei rituali di buon augurio.Solitamente si tratta di hijra nati e allevati come maschi, ma è anche possibile essere allevati fin da piccoli come femmine.
  L’impotenza è uno dei temi centrali parlando di hijra o dei tentativi di definirli, in realtà non è sufficiente essere impotente per diventare membro di questa comunità.Spesso chi decide di abbracciare questa vita nasce con delle imperfezioni degli organi sessuali, più o meno gravi e probabili cause di impotenza e sterilità.Si tratta di condizioni che diventano motivo di abbandono o di rifiuto da parte delle famiglie.
  Anche nella società indiana non è sempre semplice essere un hijra.Il mondo è fatto di opposti e anche in questo caso le visioni esistenti sono contrastanti.Alcuni vedono gli hijra come figure significative e potenti, come testimoniano tanti testi, altri li deridono e questo diventa motivo di emarginazione.Parte del problema nasce dal modo in cui a volte gli hijra si guadagnano da vivere: la prostituzione.La stessa comunità tende a spaccarsi: gli hijra ortodossi reputano la castità essenziale per adempiere la funzione rituale, fondamentale per avere una “legittimazione sociale”.Anche la definizione non aiuta, implicando la rimozione dei genitali per favorire lo spegnimento di desideri e passioni.L’evirazione rappresenterebbe una “rinascita” dell’uomo impotente.Sarà la Dea Madre a donare il potere sacro di conferire la fertilità.Oggi tuttavia l’evirazione deve essere eseguita in segreto: l’art. 320 c.p. indiano riconosce la natura criminale dell’atto.Tutto ciò sembrerebbe favorire la visione degli hijra ortodossi, ma di fatto la prostituzione è pratica diffusa e particolarmente redditizia.La definizione, con le sue varie sfaccettature tra l’altro, non sembra condannare la pratica.Il termine hijra non significa solo omosessuale, questa sarebbe una visione molto riduttiva; Vi rientrano anche altre identità sessuali: ermafroditi, eunuchi, transessuali, travestiti.In questo ambiente troviamo un’altra distinzione, gli hijra infatti si differenziano dai “kothis”, maschi femminili che nel rapporto svolgono un ruolo “ricettivo-passivo”.In ogni caso, i partner abituali di hijra e kothis, spesso sposati, si considerano eterosessuali, svolgendo il ruolo attivo nel rapporto compiendo la penetrazione.È necessario sottolineare che nella tassonomia moderna le distinzioni pratiche non vedono sempre un riscontro teorico.Per la condizione di queste persone non esiste un orientamento sessuale e di genere corrispondente e questo è spesso causa di conflitti, specialmente con le idee occidentali.

La fine del XX secolo ha covato i focolai delle prime pressioni.Sia hijra che attivisti di organizzazioni non governative occidentali hanno lottato per avere un riconoscimento ufficiale della comunità hijra, insistendo sulla completa rinuncia del genere che li caratterizza.Un “terzo genere” o “terzo sesso” in grado di rispettare la mancanza di natura e identità tanto femminile quanto maschile.In Bangladesh il riconoscimento è stato ottenuto, come anche importanti diritti relativi all’istruzione e alla eleggibilità politicaNel 2014 in India la Corte Suprema ha riconosciuto in una legge apposita le persone transgender come “terzo sesso”.Il terzo genere è stato poi riconosciuto anche per quanto riguarda passaporto e altri documenti ufficiali in Nepal, Pakistan, India e Bangladesh.

Se non altro torniamo a riconoscere che da sempre il mondo è una questione di punti di vista: ciò che per alcuni è un traguardo per noi può essere un punto di inizio.La soluzione per convivere non è combattere, ma comprendere.

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