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Trattativa Stato-Mafia, Corte d’Assise d’appello presenta relazione introduttiva

Assente Ciancimino, condannato in primo grado a otto anni per calunnia nei confronti dell’ex capo della polizia Gianni De Gennaro

PALERMO – Seconda udienza del processo di secondo grado “Stato-mafia” presso la seconda sezione della corte d’assise d’appello di Palermo. Sotto la lente di ingrandimento del presidente Angelo Pellino gli incontri tra i carabinieri del Ros e Vito Ciancimino, per il tramite del figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo, Massimo, agli albori della trattativa, nel periodo delle stragi di mafia del ’92.

Nessuno degli otto imputati è in aula né in videoconferenza: l’unico inizialmente presente, il boss Antonino Cinà, collegato dal carcere di Parma, ha rinunciato all’udienza dopo circa un’ora. Assente e “rinunciante” (ha cioè consentito lo svolgimento dell’udienza, sebbene non sia in buone condizioni di salute) pure il protagonista della parte di relazione affrontata oggi dal presidente Pellino, e cioe’ Ciancimino, condannato in primo grado a otto anni per calunnia nei confronti dell’ex capo della polizia Gianni De Gennaro. La Corte, il cui giudice a latere è Vittorio Anania, ha comunque preannunciato accertamenti sulle sue condizioni fisiche, per accertare l’effettiva capacita’ di seguire il processo, dopo l’ictus che il mese scorso ha colpito l’ex supertestimone, oggi detenuto per scontare condanne definitive, legate al riciclaggio del tesoro del padre e alla detenzione di esplosivo nella sua abitazione palermitana.

La relazione introduttiva del giudice Angelo Pellino

Il significato della parola trattativa, utilizzato dagli stessi carabinieri del Ros con riferimento alla primissima fase dei contatti con Vito Ciancimino, è dunque al centro dall’analisi del giudice Angelo Pellino, nella sua relazione introduttiva del giudizio di secondo grado “Stato-mafia”. Il presidente della seconda corte d’assise d’appello di Palermo sta esaminando punto per punto le oltre cinquemila e 200 pagine della sentenza della corte d’assise di Palermo, che il 20 aprile 2018 condanno’ sette imputati, dichiarando la prescrizione per il pentito Giovanni Brusca e assolvendo il solo Nicola Mancino, imputato di falsa testimonianza, contro il quale non c’e’ stato ricorso da parte della pubblica accusa. Pellino sta dando conto delle diverse versioni riportate nelle motivazioni della decisione: quelle fornite dal generale Mario Mori (condannato a 12 anni, come l’altro ex capo del Ros Antonio Subranni) e dall’ex tenente colonnello Giuseppe De Donno (8 anni), che ricollegarono il termine trattativa all’unico scopo che da loro sarebbe stato perseguito, la cattura dei latitanti grazie al contributo di Ciancimino padre, ottenuto con la “mediazione” di Massimo.

L’altra versione è proprio quella data dallo stesso don Vito, nei suoi interrogatori del ’93-’94, e poi dal figlio, in innumerevoli e – sottolinea Pellino – spesso contraddittorie audizioni condotte, dal 2009 in poi, dai pm di Palermo e Caltanissetta

Scopo dei militari, secondo i Ciancimino, sarebbero stato entrare in contatto con i boss, non per catturare i latitanti come Toto’ Riina e Bernardo Provenzano (entrambi originariamente imputati ma morti in carcere, nel 2016 e nel 2017), ma per conoscere le loro condizioni e fare cessare le stragi.Con questo modo di fare, sollecitato da Calogero Mannino (processato a parte, in appello, dopo l’assoluzione decisa dal Gup), gli investigatori avrebbero rafforzato i propositi stragisti dei capi di Cosa nostra, convinti che avrebbero potuto piegare lo Stato, dopo la sentenza del maxi processo del gennaio ’92, prima con la strage di Capaci e poi anche con via D’Amelio e successivamente con le bombe in Continente del maggio-luglio 1993. Pellino sta dando atto dei rilievi della corte d’assise alle cosiddette “prove documentali” consegnate da Massimo Ciancimino, a riscontro della sua versione, risultate tutte false tranne due, che hanno un’importanza relativa: “Sono di scarsa utilità, e non dico altro”, spiega il presidente, sulla stessa linea dell’estensore della decisione di primo grado, Alfredo Montalto. Gli altri imputati che avrebbero avuto un ruolo nella trattativa sono Marcello Dell’Utri (condannato a 12 anni), e i boss Nino Cina’ (stessa pena), mentre Leoluca Bagarella ha avuto 28 anni. Brusca, nonostante la prescrizione, è imputato in appello ai soli effetti civili, per via del ricorso di alcune parti civili contro di lui