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The Manellis di Giulia Manelli in mostra a Largo di Torre Argentina

Le fotografie di Giulia Manelli in mostra dal 5 novembre al 3 dicembre 2019 all’Howtan Space in Via dell’Arco de’ Ginnasi.

La fotografa romana Giulia Manelli espone per la prima volta singolarmente a Roma il suo personale romanzo familiare fatto da immagini. A seguito di una serie di tremendi lutti familiari e all’eredità di un terreno, la fotografa ha iniziato a fare degli scatti con protagonisti i suoi cinque nipoti, Valentina, Ivan, Adrian, Federico e Alessandro. Addosso i vestiti dei loro avi che non ci sono più. Tra il 2008 e il 2019 si è concentrata su questo processo catartico in cui passato, presente e futuro si cercano e si inseguono. La mostra è a cura di Alice D’Amelia e si tiene all’Howtan Space, in Via dell’Arco de’ Ginnasi dal 5 novembre al 3 dicembre. Lo spazio è molto intimo. Le pareti bianche lasciano che i colori intensi delle foto spicchino e creino un dialogo personale con lo spettatore. Perché alla fine, nonostante Giulia Manelli parta dalla sua esperienza personale, parla di tutti noi. Tutti abbiamo una famiglia, tutti viviamo e tutti soffriamo. Tutti però ci riscattiamo. Cerchiamo un confronto con il nostro passato per poi raggiungere la tanto agognata catarsi. Questo concetto emerge chiaramente nel messaggio proiettato nella seconda sala:

“Voi siete come tutti…

…come chiunque è venuto al mondo.

La famiglia è un filo che unisce le bocche, i linguaggi, le menti, il cuore e lo stomaco.

Piedi gambe cervello, tutto sarà per sempre vostro.”

Giulia Manelli e con i suoi nipoti Ivan, Adrian, Federico e Alessandro.

In occasione dell’inaugurazione, è stato possibile farsi una chiacchierata con l’autrice per capire qualcosa in più della storia della famiglia Manelli e di come sia nato questo progetto.

D: Prima quindi esponevi all’interno di un collettivo?

R: Sì, poi è nato questo progetto una decina di anni fa, in modo del tutto casuale. Abbiamo ereditato a seguito di una serie di lutti una terra vicino Roma. È una terra in coeredità con tantissimi parenti. Una terra che sta ferma, che non si muove. Io ho iniziato a fotografare i miei cinque nipoti e, casualmente, quando abbiamo iniziato a perdere tutti questi parenti, ho pensato: “Provate a vestirvi con i vestiti dei vostri avi.” Ecco perché la giacca da colonnello, la pelliccia della nonna e l’abito elegante. Poi gli ho detto: “Vestitevi così mentre vi faccio le foto.” Foto nate casualmente hanno iniziato ad assumere un significato loro e quindi hanno cominciato a diventare come dei pezzi di un puzzle. Come un disegno con gli abiti dei loro fantasmi. Ho trovato questo contrasto molto interessante. In più sono quattro maschi e una femmina. I maschi combattono, lottano. Sono così anche adesso. Quindi c’è sempre questo contrasto tra passato e futuro. E loro sono lì che vivono, che esistono.

Foto di Giacomo Nicita

 

D: Definiresti il tuo progetto una catarsi dopo tutto quello che è successo?

R: Sì, assolutamente. È un parto di una nuova me stessa, qualcosa che mi sta liberando dopo anni. Loro [riferito ai nipoti] sono più forti. Infatti la locandina è un salto. Alla fine, ce la facciamo a mandare all’aria tutto, ci portiamo dietro questo, che farà sempre parte di noi, ma noi dobbiamo andare. Questa è una storia di famiglia, di tutte le famiglie, di chi ha vissuto delle morti. Le vite, le nascite, i conflitti, le nevrosi. È qualcosa che riguarda tutti. Estetizzato e reso lirico, ma appartiene a tutti. Si tratta di memoria e di attaccamento al passato e, alla fine, andare verso il futuro perché tu cresci. Perché la vita è più forte. Poi non è detto. Si può anche rimanere ancorati al proprio passato, invece di andare avanti. Tuttavia, a quell’età c’è una tensione istintiva verso la vita.

D: Perché trova che la fotografia sia il suo mezzo di espressione?

R: Perché è immediata. Io sono una persona immediata. Prima scrivevo anche, mi sono laureata in cinema, ho iniziato a scrivere sceneggiature. Ho anche realizzato dei cortometraggi con Maria Grazia Cucinotta e con Alessandro Gassman. Poi però quando ho iniziato a fare le foto, che ho iniziato a fare per studiare i personaggi di cui avrei dovuto scrivere, ho visto che ha preso una sua strada e ha cominciato ad esistere. È l’immortalità. È quello che esiste adesso e tra un secondo non esisterà più. Poi non credo nella verità in fotografia. Non mi appartiene l’idea del reportage. Nelle mie foto c’è sempre un po’ di posa. Ad esempio, in quella del ragazzo a torso nudo con i rami. C’è una posa e una ricerca della verità tra due finzioni. Una finzione perenne che caratterizza il nostro esistere. Poi magari c’è un istante in cui avviene qualcosa di vero.

D: Qual è invece secondo te un limite della fotografia?

R: Questa domanda mi fa venire in mente Benjamin, che parlava dell’unicità dell’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica. La fotografia non è un’opera unica, ma chi se ne frega. Se un’opera è bella è bella. Se può stare in dieci case o in un’una sola non cambia nulla. Non vedo in questo momento dei limiti per la fotografia.

La fotografa Giulia Manelli e la curatrice della mostra Alice d’Amelia Foto  Giacomo Nicita

D: Tu quando hai iniziato hai avuto un’artista che ti ha particolarmente influenzato con la sua poetica oppure sei qualcuno senza miti?

R: Decisamente tanti. Alla fine ho cercato il mio modo di esistere e di stare al mondo. Un periodo ho lavorato alla Feltrinelli nel settore fotografia. Quando ero lì guardavo continuamente i libri. Alla fine per me Bruce Davidson, Letizia Battaglia, Lerry Clark, Martin Parr, Ryan McGinley. Nel libro Una vita intima, partiva da Nan Golding fino ad arrivare a Ryan Mcginley per poter approfondire come certi fotografi raccontassero le loro vite. Nan Golding era profondamente drammatica. Raccontava infatti la sua vita attraverso le storie di tossici, situazioni di degrado profondo. Lei stessa si scattava degli autoritratti dopo essere stata picchiata. Ryan McGinley invece è diventato famoso raccontando un viaggio negli Stati Uniti con i suoi amici, in cui erano tutti nudi. Lì ho pensato che fosse geniale. Ha trasformato la verità della propria vita da uno standard doloroso, dove raccontare la propria vita significava raccontare i propri traumi a gioia. Questo mi ha permesso di chiudere un po’ il cerchio sul significato di ciò che stavo facendo. Anche il mio si chiude con la gioia in mezzo a drammi incredibili. Con una catarsi.

D: A livello lavorativo che tipo di fotografo sei: estremamente metodica o vivi di ispirazione?

R: Vivo di ispirazione. Sono molto poco metodica. Forse davvero troppo poco. Il mio limite è essere poco disciplinata. Quindi faccio degli scatti che funzionano, ma non pianifico. Questo è stato proprio un progetto di vita. Immancabile perché è stato un viaggio dentro me stessa. Un viaggio dentro ai miei drammi. Solo dopo è diventato la mia catarsi.

D: Dunque sei molto istintiva?

R: Sì e ho partorito me stessa. Questo è il parto di una nuova me che va verso la vita. Una nuova me che ha preso tanta roba, l’ha messa in immagini e adesso va verso un’altra direzione.

D: Quindi dopo questo lavoro molto personale vorresti ancora approfondire aspetti così personali o hai deciso che adesso che la catarsi è stata raggiunta cambierai direzione?

R: Continuerò fare foto alla mia famiglia. Adesso però vorrei dedicarmi ad altro. Sono molto confusa perché per via della mostra si parla solo di questo progetto, tuttavia il femminile è una tema che mi interessa sempre molto. Le donne perché sono io, perché le conosco, le capisco. È un universo che deve sempre essere difeso e messo in risalto, soprattutto essere compreso. Quello forse sarà un tema del futuro. Detto in questo modo sembra banale, ma in realtà anche la famiglia può essere un tema banale. Dipende dall’interpretazione. Non è quello che racconti, ma come lo racconti, diceva Truffaut. Nonostante sembri che la donna abbia lavorato tanto, c’è ancora da fare. Io per me, per loro, per noi voglio continuare a guardarle in un certo modo. Dopo The Manellis forse sarò in grado di gestire un progetto più metodico. In ogni caso sarà sia istintivo che metodico.

D: La mostra è piena di persone contente di essere qui, ti aspettavi una risposta così positiva o c’è stato un momento in cui hai pensato di rinunciare?

R: In realtà no. Credo molto in questo lavoro che ho realizzato. Ci credo indiscutibilmente. Non è un lavoro perfetto. È un lavoro che ha delle punte di diamante, ma non è perfetto. È bello in quello che comunica. Sinceramente a qualcuno non sarà piaciuto, ma va bene così.

A cura di B.P.