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Sotto il ponte che non c’è più a due settimane dall’anniversario

 

Torno sotto il ponte che non c’è più, a due settimane dal primo anniversario della tragedia. Forse perchè ci ho scritto un libro su questa tragedia e ne sto scrivendo un altro che racconti la verità del crollo e la speranza del nuovo ponte, sono come attirato continuamente da quella valle che ho battezzato dei “sette dolori”, la vallePolcevera, dove ora arrivi un po’ timoroso e anche disorientato per cercare di fare un bilancio, magari solo visivo di quel che resta, di quel che non c’è più, di quel che cresce tra le macerie, i detriti, le ferite aperte, quelle chiuse, dopo le 11,36 del 14 agosto 2018.

E’ ancora estate, calda ma più silenziosa di prima e la coda di automobili che ti accoglie in via Perlasca, la strada che scegli per “entrare”, sponda sinistra del fiume Polcevera, secco di arbusti e cespugni, con in faccia le grandi insegne di Ikea, che vuol dire normalità, è una coda paziente, lenta perchè la via è interrotta poco avanti e devi svoltare verso il grande posteggio, passando sul fiume per andare oltre, per passare quel “sotto” che non esiste più da oltre un mese.

Lo ammetto: il ponte manca subito. Lo cerchi con gli occhi come un riflesso condizionato. Lo cerchì “intero”, come era un anno fa e anche spezzato, sminuzzato, come è stato dopo, per la tragedia di agosto e dopo ancora per questi undici mesi di calvario, anche prima della demolizione e durante e dopo il boom delle 350 cariche di tritolo . E non trovarlo, quel ponte, ti disorienta un po’.

La visuale ora è vuota, il cielo è vuoto, da Coronata alle alture di Sampierdarena, perchè le pile residue sono nascoste dai cantieri, dalle costruzioni intorno e tutto il resto è giù, nelle macerie schiantate dalle esplosioni o dagli smontaggi, verso il grande svincolo appeso intorno alla collina, in mezzo alle case di via Porro, del Campasso, una montagna di cemento, ferro arruginito, un impasto colossale, difficile da sgombrare per il veleno dell’amianto che potrebbe esserci dentro.

Scruti tutta la valle e misuri quel vuoto degli stralli che salivano fino a 105 metri d’altezza e poi la linea del percorso stradale a 55 metri di altezza, che hai macinato milioni di volte avanti e indietro in macchina, partendo o arrivando, un po’ compiacendoti di “volare” sulla valle più grande e operosa della città.

E’ un vuoto pesante, ma è anche un segno della partenza del nuovo ponte che lo riempirà di nuovo. Cerchi ancora con gli occhi il segno del nuovo, viaggiando ora più veloce verso Nord, dove il traffico si è rarefatto. Passi idealmente sotto quello che era il ponte e hai come un brivido perchè quel “tetto” non c’è più, e ti sembra impossibile che abbiano smontato tutto e che ora tu viaggi aguzzando la vista per scoprire i segni del nuovo, i piloni che stanno conficcando nel terreno complicato di questa terra piena di “sottoservizi”, di oleodotti, di condotte, di tubi, di linee telefoniche, digitali, di utenze, la valle delle fabbriche, delle raffinierie, dei depositi….

Trovi di nuovo le code del traffico in quel dedalo di ponti, sotto passi, cavalcavia, deviazioni, per ripassare sull’altra riva, quella dove ci sono i quartieri che hanno sofferto e stanno soffrendo di più la Grande Caduta, Rivarolo, Teglia, Certosa, Campasso, quello spicchio, in via Fillak, di Sampierdarena.

Il ponte non c’è più, quello nuovo arriverà, ma qui lo strappo è ancora qualcosa che si sente quasi fisicamente, non solo nella circolazione automobilistica, complicata, un po’ colassata quando “rientri” a Bolzaneto e svolti a destra per tornare indietro proprio verso quei quartieri in sofferenza.

Certo, hanno fatto sforzi enormi per sbloccare il traffico, per far cadere quel muro che con la caduta del ponte aveva spezzato in due la valle e si può dire che Bucci e Toti, i commissari dell’Emergenza e della Ricostruzione, oltre che il sindaco e il governatore, abbiano compiuto miracoli nell’inventarsi quel percorso, che a mare sostituisce l’autostrada dall’uscita del casello dell’aeroporto a via Guido Rossa, al suo by pass e poi a Lungomare Canepa.

Ma ci sei passato prima e hai visto la colossale coda che da Pegli, in autostrada fino alla Sopraelevata, già nel porto di Genova, sullo svincolo di san Benigno, mette in fila per chilometri migliaia di auto, Tir, camper, pullmann, furgoni, una fila che ti provoca una doppia angoscia.

Un anno fa quel traffico, diretto prevalentemente al porto, ai traghetti delle vacanze in partenza, alle grandi navi o nel Terminal di Sampierdarena o verso il cuore della città, sorvolata dalla Sopraelevata, era sul ponte.

Te la ricordi bene quella fila sul ponte, nei giorni dei grandi esodi, il 10, l’11, il 12, il 13 di agosto, Tutto il ponte, che ora non c’è più, occupato in doppia fila per chilometri.

E se fosse caduto venti ore prima e se si fosse schiantato non in una mattinata di nubifragio a esodo già “consumato”? E se sopra ci fossero stati solo dieci pulmann pieni di turisti? E se si fosse spezzato con quel carico sopra le case di via Porro e di Campasso, che le ruspe stanno finendo di polverizzare? Con i settecento abitanti in casa?

Per questo ti viene un brivido doppio a 14 giorni dall’anniversario, quando il presidente Mattarella e mezzo governo, con il presidente Conte, verranno quà sotto a Messa, sotto il ponte che fu, davanti alle pile di quello nuovo, per ricordare i 43 morti e allora immagini una catastofe immane e pensi che veramente la Madonna della Guardia, che sta là sopra, in fondo alla valle, in cima alla montagna, ha fatto un miracolo, limitando il numero delle vittime che stiamo per ricordare.

A Certosa la chiesa di san Bartolomeo, che ha ospitato le messe di suffragio e il suo grande chiostro dove si sono riuniti in assemblea gli sfollati nei giorni durissimi del dolore, dello smarrimento assoluto, è aperta e silenziosa nella calura dell’estate. Nel chiostro giocano pochi bambini con un pallone.

Da qui il ponte si vedeva, se andavi verso via Fillak, oltre il palazzo che ha sul tetto la grande statua di san Brunone, una bizzarria architettonica con pochi precedenti. Ora se ti affacci non vedi più nulla, il profilo della valle è sgombro verso il mare. Ma se cammini per via Jori, il cuore commerciale di questa area ti accorgi, eccome, di quanto abbia significato quella tragedia. La strada stretta e piena di negozi sembra come un cimitero di saracinesche abbassate, di porte chiuse. E non è solo per le ferie o per la crisi che morde ovunque.

“Affittasi”, “Vendesi”, i cartelli partono dalla piazzetta Petrella, l’isola pedonale e vanno avanti, in sù verso il castello Folzer, che un tempo era la roccaforte della sezione Pci più frequentata di Genova, cuore operaio e comunista.

“Vendesi 15 metri quadrati”, “Affittasi” al civico 157, dove c’era un tempo un grande negozio di abbigliamento che venivano sempre da Genova centro a comprare, “Vendesi”al civico 99, dove c’era un negozio di salumi, “Affittasi” al 112, dove c’era la Casa dello shopping, al 223 tutto è sbarrato e chiuso con catene, al 160 di nuovo “Affittasi”……

E’ qua che la crisi ha picchiato di più è qua che il flusso dei clienti, che “saliva” da via Fillak, si è interrotto e ha desertificato il tessuto commerciale in un rosario di chiusure, abbandoni totali o parziali. Il rosario vero, quello delle preghiere, lo stanno recitando nella Chiesa del Gesù, nella parallela di via Canepari, un po’ più viva, qualche banca in più, qualche fruttivendolo che mette in mostra la sua merce colorata. Il ponte non c’è più e la sua ombra che qua alimentava traffici, spostamenti, mercati, commerci è sparita, lasciando dietro questa scia pesante e questo clima di attesa che scivola giù fino a Brin, la stazione di arrivo della metropolitana, da dove senti il rumore dei martelli pneumatici che sbriciolano i detriti, a qualche centinaio di metri da questo angolo stretto tra preghiere, lenti commerci, le chiacchere dei pensionati sulle panchine, il melting pot delle razze che si mescolano in questa periferia ferita, ma non morta, un bar gestito da una coppia cinese con il codino, i muratori albanesi di un piccolo cantiere, quella donna maghrebina, che cammina velata nella calura del sole di luglio, tirandosi dietro tre bambini piccoli.

Il ponte non c’è più e sul vuoto si affacciano i curiosi, dietro la stazione di rilevamento dell’Arpal di Brin, a cercare di capire come procede il lavoro sulla montagna di detriti che è quel che resta del Morandi. Cumuli di pietre, sacchi grigi stesi su macerie spianate, con scritto sopra “rischio amianto”, in una scena che un anno fa era inimmaginabile e che ora è, undici mesi e quindici giorni dopo la sciagura, la “quinta” della tragedia, il retroscena del palcoscenico dal quale il ponte è sparito e ora ne aspetta un altro nuovo, tra chi chiude il negozio, chi scappa via, chi scommette ancora, chi resta, chi annega nello scetticismo fisiologico della gente di Genova “con quella faccia un po’ così”, con il carattere chiuso che fa alzare le spalle alla domanda che, da vecchio cronista, proponi sul nuovo ponte: “Ci credete che lo facciano? Sono in ritardo? Stanno lavorando?”

Sicuro che stanno lavorando: lo scopri andando dritto per dritto in via Fillak, verso l’ombelico del ponte che fu, fino a dove non ti deviano verso la via Perlasca, interrotta proprio perchè stanno lavorando tra le macerie , tra la polvere inaffiata dall’acqua dei cannoni nebulizzatori, dei vecchi palazzi distrutti con le finestre delle case nella zona arancione, dove sono salvi, ma un po’ disperati e incazzati, perchè loro sono né carne, né pesce, né sfollati con i risarcimenti cospicui di chi ha perso la casa e tutto il resto, né residenti al di fuori dei disagi e dei danni subiti.

Loro subiscono i danni della vicinanza e i disagi di stare affacciati sul buco nero, ma è difficile farsi risarcire ciò.

Lavorano, eccome, nel cantiere del “dopo”, che aspetta i pezzi del nuovo ponte fabbricati lontano da qua e da trasportare di notte nel cuore della valle, dove stanno piazzando i nuovi piloni, quelli di Salini Impregilo, di Fincantieri, di Italferr, il consorzio di imprese che fa la lotta contro il tempo, che deve consegnare il ponte nuovo entro l’aprile del 2020 e metterlo in piedi entro Natale, come il sindaco Bucci promette continuamente e come è andato a ripetere a Roma al presidente del Consiglio Conte, chiedendo una proroga del suo mandato e altri aiuti per la ricostruzione. C’è traffico in salita ora su corso Perrone, l’altra strada che risale la valle, più a Est, partendo da Cornigliano, una altra coda lenta in un giorno normale, se c’è qualcosa di normale oggi in Valpolcevera, dove si lot ta per rinascere da quelle macerie spianate.

Anche qui il ponte pensi di non vederlo più, fino a quando, alzando lo sguardo, lo vedi spuntare di colpo e per pochi metri dalla collina, in uscita dalla galleria che arrivava da Ponente. E’ come un davanzale chiuso da una cancellata di tubi davanti al vuoto della valle, mozzato di netto nella demolizione, gli ultimi metri percorsi da chi è precipitato quella mattina del 14 agosto di un anno fa e da chi è corso all’indietro scappando vero la salvezza.

Era lo sbocco dalla lunga galleria con quella curva verso sinistra, che riportava a casa i genovesi da Ponente, dal Basso Piemonte. Uscivi dal buio e avevi di fronte le grandi campate del Morandi, che era quasi come ricevere un benvenuto. Ora c’è il vuoto. E la speranza che si riempia, presto, più presto possibile.