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Social Media oggetto di dibattito: Tik Tok e i video sulla Shoah

 

Sembrava fosse un modo come un altro per proiettare visibilità su se stessi, ma questo nuovo trend che consiste nel registrare video che raccontano la Shoah sta davvero rimbalzando ovunque. Su Tik Tok, il giovane social tanto amato dai ragazzi del nuovo millennio, questo tipo di video sta diventando una vera e propria moda.

Senza prestare alcuna attenzione all’argomento, ragazzi da ogni parte del mondo decidono di immedesimarsi in ebrei deportati che raccontano la propria “avventura” all’interno dei campi di concentramento.

Scene filmate aberranti e sconsiderate, soprattutto se si pensa che a girarle sono proprio degli adolescenti che non hanno alcuna contezza del periodo che cercano di descrivere all’interno dei loro video. Esprimono la loro creatività mediante quello che Tik Tok identifica come #POV: Point of views.

L’idea generale del trend è quello di raccontare il proprio punto di vista su aspetti della vita reale. Pensieri, problemi, possibili situazioni in cui potrebbero trovarsi. Accendono la telecamera del loro smartphone e producono una vera e propria storia che, in base al successo, può raggiungere milioni di visualizzazioni.

In poco tempo l’hashtag #holocaust conta più di 18 milioni di visualizzazioni. La versione italiana, invece, #Olocausto, ha raggiunto la vetta delle 100 mila views; #Shoah 780 mila visualizzazioni. I ragazzi si travestono da prigionieri della Shoah e si immergono nella parte del prigioniero dei campi di sterminio nazisti. In ogni video, oltre la prova attoriale data dai protagonisti, vengono inserite frasi che spiegano nel dettaglio le scene girate.

I 15 secondi di video finiscono lasciando allo all’utente la possibilità di immaginare la fine della storia. Lo scopo principale è, di certo, quello di raggiungere uno spettro di visibilità tale da diventare TikToker famosi, magari pagati. Diversamente dagli altri #pov, in cui magari si realizzano storia più banali e adolescenziali, in questo caso si va a intaccare la memoria degll’olocausto e il risultato è tutto fuorché divertente.

L’azienda Tik Tok al momento non si ancora mossa per fermare il dilagare del trend. Di recente ha disattivato l’hashtag #HolocaustChallenge e ha dichiarato di aderire al Codice di Condotta della Commissione Europea contro l’incitamento all’odio. Tuttavia, però, i video continuano a girare indisturbati sulla piattaforma e le visualizzazioni ad aumentare.

Betti Guetta dell’Osservatorio Antisemitismo del CDEC studia da anni l’evoluzione che ha assunto l’hate speech online. Di fronte ai video dei tiktoker sulla Shoah si è detta sconcertata. Al quotidiano HuffPost ha raccontato di aver guardato molte di queste registrazioni che ridicolizzano l’olocausto e che il fatto che vengano girati da giovanissimi la stupisce ancora di più.

“Usano la propria creatività per mettersi in vetrina ed esibire la tragedia umana. Gli psicanalisti concordano: ormai i giovani per colpire e attirare l’attenzione su di sé fanno cose sempre più dissacranti. La linguaccia o il seno che si vedono fanno parte del già visto. E allora? Alzano il livello di provocazione. Basti pensare che abbiamo perfino trovato dei video in cui c’era chi fingeva di essere stato violentato in un campo di concentramento”.

Anche la storica Anna Foa interviene sull’argomento e intervistata dal giornale afferma che il trend nasce dalla voglia di buttarsi nel male e sperimentarlo a tutti i costi. “Vedo un disperato bisogno di portare la violenza su di sé. Che non rivela soltanto l’incapacità di capire cosa è stato, perché allora basterebbe spiegare, studiare, insegnare. Qui siamo di fronte a qualcosa che rivela una forma di malattia mentale collettiva” . Per capire realmente la brutalità della storia moderna, ai giovani servirebbe leggere Primo Levi o seguire le testimonianze date da Liliana Segre – conclude Foa.

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