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Salvini e l’aborto: chi ha potere sul corpo delle donne?

Il leader della Lega parla di stili di vita incivili, affermando per l’ennesima volta che le donne non hanno davvero potere neanche sul loro corpo.

Dopo le recenti dichiarazioni di Matteo Salvini sulla possibilità per le donne di ricorrere all’aborto, è inevitabile pensare al fatto che invece di fare passi avanti, continuiamo ad andare indietro. E parlando di tempi passati, è molto facile pensare al mondo antico. Per fare questo, servono le parole di un’esperta, una donna che studia il ruolo delle donne nel mondo greco e romano dagli Anni Sessanta. Si tratta di Eva Cantarella.

Chi è Eva Cantarella

Eva Cantarella è una delle massime esperte italiane di mondo antico. Ha insegnato diritti all’università statale di Milano ed è stata visiting professor presso università come la NYU e l’università del Texas. Uno dei temi più cari a Cantarella è sicuramente il corpo delle donne e il loro ruolo all’interno della società. Su questo tema, tra i suoi lavori più noti ricordiamo L’ambiguo malanno. Condizione e immagine della donna nell’antichità greca e romana, Passato prossimo. Donne romane da Tacita a Sulpicia e Itaca. Eroi, donne, potere tra vendetta e diritto. In un’intervista rilasciata un anno fa a Radioluiss, le sue parole sembrano quasi profetiche.

D: Nell’Ambiguo Malanno si legge: “Oggi molte conquiste fatte dalle donne sono messe in discussione, e una mentalità che sembra definitivamente superata sembra riemergere dal passato… i termini del problema sono cambiati, ma quella che una volta veniva chiamata la questione femminile esiste ancora”. Considerando quanto sia problematico ottenere un aborto in Italia, o il ddl Pillon, come ritiene che sia possibile invertire il ciclo e proseguire verso una evoluzione, piuttosto che una involuzione?

R: Questa frase che lei ha citato io l’ho scritta pochi anni fa, ripubblicando un libro che avevo scritto 30 anni prima. 30 anni prima sembrava veramente impossibile che si tornasse indietro. Io invece lo sapevo benissimo. Di mestiere faccio la storica, lo so. La storia è fatta così, non va sempre avanti. La storia purtroppo a volte torna anche indietro. Purtroppo, quello che io temevo si è verificato: oggi siamo tornati molto indietro. Prima lei parlava della difficoltà di abortire. Quella è una cosa vergognosa. Ci sono delle regioni d’Italia in cui non è possibile assolutamente abortire. In un paese civile ci dovrebbe essere l’obbligo di un medico non obiettore di coscienza in qualunque ospedale. A parte questo, avrà sentito parlare del fatto che vogliono riaprire le case chiuse.

Siamo in un mondo che non so definire. Lei mi chiede che cosa si può fare. Si può fare quello che abbiamo fatto noi, io e la mia generazione. Perché avere tutte questo conquiste che sono il divorzio, l’aborto, che noi donne abbiamo raggiunto non da sole, non è scontato. Noi donne abbiamo avuto un ruolo fondamentale in quegli anni. Le abbiamo ottenute combattendo, andando in piazza, scioperando. Facendo quello che si deve fare. La cosa che mi ha colpito in questi anni da insegnante è stata l’indifferenza delle mie allieve davanti a questi problemi. Loro davano per scontato quello che noi abbiamo faticato tanto per conquistare. Una volta conquistato è finita. No, non è vero. Bisogna continuare per mantenerle. Le giovani sembra che stiano cominciando a capirlo. Questa manifestazione sull’ambiente è un segno del fatto che i giovani hanno capito che devono fare quello che è necessario fare per evitare di tornare indietro. Speriamo che sia così.

Anche perché, se non lo capite voi cosa facciamo? Scendiamo in piazza noi che siamo scesi 40 anni fa? Sa, io scenderei in piazza anche domani alla mia età, però farei ridere. Noi dobbiamo aggregarci ai più giovani. Non sono battaglie solo delle donne. È un interesse anche degli uomini. Ci sono moltissimi uomini che hanno cambiato a seguito delle numerose battaglie delle femministe. Voi non ve ne rendete conto, ma vedere tanti uomini che portano i bambini in giro con le carrozzine è una cosa che non c’era una volta. Non voglio dire che il padre che porta in giro con la carrozzina sia il padre perfetto. Non voglio dire che in quella coppia ci sia la parità, perché forse non c’è, ma è un segnale molto importante. C’è uno sforzo. C’è la comprensione del fatto che non è detto che quello tocchi alla donna.

D: Continuando a parlare di questione femminile, come si è evoluto il ruolo della donna nell’antichità e quali sono degli esempi di donne antiche particolarmente moderne per i loro tempi?

R: Abbiamo fatto più conquiste noi donne della seconda metà del secolo scorso di quanto non ne siano state fatte nei tremila anni precedenti. Questa è veramente una cosa importante. Quando parliamo di donne antiche bisogna distinguere. Intanto, parliamo di quelle occidentali. Cioè delle donne greche e romane. Già lì stavano male tutte poverine. Con una differenza enorme però tra le due. Le donne greche erano veramente inchiodate al loro ruolo di madri, riproduttrici del corpo fisico dei figli. poi l’educazione dei figli non spettava a loro.

Le donne greche non studiavano, uscivano di casa molto di rado, non partecipavano alla vita sociale dei mariti. I loro diritti erano limitatissimi in tutti i campi. Basti dire che al momento della morte del padre i beni venivano divisi tra i fratelli maschi. Le ragazze avevano diritto alla dote solamente, che veniva data al marito. Se per caso, in una famiglia, quando il padre moriva non c’era un maschio, la figlia veniva chiamata ereditiera ma non ereditava niente. Era il tramite attraverso il quale il patrimonio familiare si trasferiva ai suoi figli maschi.

Ma attenzione, per evitare che il patrimonio uscisse dalla famiglia, era obbligata a sposare il parente più stretto in linea maschile. Di solito era il fratello del padre. Pensi che orrore. Questa è la Grecia. A Roma la situazione era molto diversa. All’inizio, le donne romane sono combinate esattamente come le donne greche. Però le donne romane con il tempo si emancipano. Penso che all’epoca di Augusto, tra il I a.C. e il I d.C. le donne romane si sono emancipate. Ormai partecipavano alla vita sociale dei mariti, uscivano con loro. Già nel III a.C. c’erano delle donne avvocato. Perché le ragazze romane studiavano. A Roma c’era un servizio di istruzione elementare pubblico. Pensi che a Pompei c’è un bassorilievo con un maestro di strada con il suo banchettino, con bambini maschi e femmine. Quindi l’istruzione elementare veniva data a tutti. Poi, solo quelli più ricchi, facevano studiare i figli.

Parlando di una di queste donne avvocato, Valerio Massimo dice: “è meglio ricordare quando è morta che quando nata.” Perché ovviamente diceva che ululava, stancava i giudici con i suoi latrati. Per questa ragione, dice che sia stato proibito alle donne di esercitare l’avvocatura. In realtà, quando si sono accorti che studiando imparavano e potevano esercitare dei diritti che a loro non andavano esercitassero, glieli hanno tolti. Ma questo non ha impedito alle donne romane di continuare ad emanciparsi.

Oltre all’istruzione, le ragazze romane, rispetto a quelle greche, avevano un altro vantaggio: ereditavano. Se un pater familias romano moriva e aveva un maschio e una femmina, il patrimonio veniva diviso al cinquanta per cento. Allora lei capisce che quando una donna ha due cose, l’indipendenza economica e l’istruzione, ci sono le condizioni perché si possa emancipare. Questo discorso vale ancora oggi. Le donne romane si emancipano in quel periodo e poi tornano indietro. Vede il discorso che facevamo all’inizio? La storia non sempre va avanti, a volte torna indietro. Allora ci sono una serie di restrizioni pesanti, come nell’età di Giustiniano. Ci sono stati però dei momenti della storia romana in cui le donne erano libere.

D: Secondo lei l’ultra-apertura ai social network ha determinato un ritorno alla cultura della vergogna in cui le opinioni della comunità hanno un peso determinante sulla condotta dell’individuo?

R: Non so se parlare di cultura della colpa e della vergogna sia giusto. La cultura della colpa consiste nell’imporre delle regole, affinché le persone le rispettino. Se tu rubi, vai in galera. Comportamento e sanzione. La cultura della vergogna è una cultura nella quale non ci sono queste cose, ma si propongono dei modelli positivi di comportamento. Pensi a Omero. Lì si propongono dei modelli di comportamento. Come deve essere la moglie perfetta? Penelope. Fedele, il marito gira per il Mediterraneo, ha una serie di avventure e lei è la moglie fedele con i suoi 108 Proci che la vogliono sedurre. Poi c’è Clitemnestra, l’opposto. Mentre il marito Agamennone è via diventa l’amante del cugino del marito e poi uccide il marito.

Gli aedi raccontavano queste cose e gli ascoltatori imparavano che se volevano essere una donna per bene e rispettata dovevano essere fedeli come Penelope, altrimenti erano dei mostri come Clitemnestra. Lo stesso valeva per gli uomini. L’uomo doveva essere come Achille. Invece Tersite che è brutto e vigliacco lo picchiano tutti perché non vale niente. Nella cultura della vergogna la sanzione non è come se rubi vai in galera. Se tu non sei all’altezza di quel modello provi una sensazione di vergogna interna perché non sei all’altezza, ed esterna perché gli altri ridono di te che non sei all’altezza. Ed è una sanzione fortissima che può essere più pesante di una sanzione giuridica.

Fatta questa premessa, io non so se nel caso dei social possiamo parlare di cultura di vergogna. Non li conosco abbastanza. Mi pare di capire che però un po’ sia così, perché si propongono dei comportamenti che vanno dal comportamento alimentare al comportamento estetico ai quali c’è una tendenza ad adeguarsi. Forse. Però non vorrei dire delle sciocchezze. In questi social mi colpisce l’orrenda cattiveria che regna nei commenti ai comportamenti altrui.

A cura di B.P.

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