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Palamara: “Mai preso soldi, controllate i miei conti”

 

L’anello per l’amica lo acquistò un poliziotto suo conoscente al quale restituì il denaro in due tranche, le fatture di alberghi e viaggi con la dicitura “pagamento Fabrizio Centofanti” sarebbero stati a loro volta resi in contanti, quanto agli sconti per le vacanze con la famiglia in montagna non ne sapeva nulla e delle fatture saldate per la sorella “chiedete a lei”, mentre nega di aver mai ricevuto i 40mila euro che Giancarlo Longo (il pm già arrestato per corruzione) dice gli sarebbero arrivati dal duo Piero Amara e Giuseppe Calafiore per favorire la sua nomina a procuratore di Gela, poi saltata (per intervento del presidente Mattarella).

“Potete controllare i miei conti correnti”. Luca Palamara è un fiume in piena davanti ai pm Gemma Miliani e Mario Formisano che indagano l’ex presidente dell’Anm e già consigliere del Csm per corruzione dopo la trasmissione degli atti da Roma (maggio 2018) e Messina (ottobre 2018). La contropartita delle presunte mazzette fatte di denaro e utilità sarebbe stato l’interessamento per favorire Longo ma anche ‘demolire’ il magistrato Marco Bisogno, già pm a Siracusa, titolare di procedimenti contro Amara o in cui il legale siciliano aveva degli interessi. La Sezione disciplinare del Csm – di cui all’epoca faceva parte Palamara – rigettò la richiesta di non luogo a procedere mandando gli atti per l’incolpazione. In una conversazione intercettata Longo spiega su Bisogni: “Intanto adesso se ne va soprattutto a giudizio al Csm… al Csm c’è Palamara e secondo me lo condanna”. Palamara parla quattro ore giovedì a Roma in una caserma della Finanza, altre tre ieri a Perugia. E quando esce non si sottrae: “Ho chiarito“.

“Ho fornito ogni elemento per dimostrare di non aver mai ricevuto somme di denaro, di non aver mai avuto rapporti con gli avvocati Amara e Calafiore, al centro dell’inchiesta sulle presunte sentenze pilotate in Consiglio di Stato, e di non aver mai perorato il nominativo di Longo”. Quanto a Centofanti “non rinnego un rapporto di amicizia preesistente”. Palamara nega anche l’attività di possibile ritorsione nei confronti dell’ex procuratore Giuseppe Pignatone e l’aggiunto Paolo Ielo attraverso le informazioni acquisite dall’”amico storico” Stefano Fava, anche lui indagato per rivelazione di segreto d’ufficio e favoreggiamento.

“Frasi nelle quali non mi riconosco e con cui volevo solo esprimere la mia delusione umana e professionale per quanto accadeva all’interno del mio ufficio. Nessuno, e tanto meno io, può permettersi di interferire sulle scelte del Csm”. Certo i contatti con i parlamentari Cosimo Ferri e Luca Lotti ci sono stati: “Nell’attività che ho svolto non posso negare di avere conosciuto esponenti del mondo politico-istituzionale”. Intanto martedì saranno sentiti il consigliere del Csm Luigi Spina (indagato per rivelazioni e favoreggiamento) e lo stesso Fava. Ma lo scandalo sulle toghe è anche all’attenzione sia del ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, che ha già investito l’ispettorato del ministero di svolgere “accertamenti”, sia dell’Anm che ha chiesto a Perugia gli “atti ostensibili” sui colleghi coinvolti.