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Ottimismo sulla liberazione di Silvia Romano

Ministro ribadisce necessità di mantenere ‘un doveroso riserbo’

C’è “ottimismo” nella base di polizia ‘Tana Delta’ a Garsen sulla liberazione di Silvia Romano, la volontaria milanese rapita in Kenya da una banda armata il 21 novembre 2018.

Nella base, dove opera il centro di coordinamento dell’operazione per liberare la ragazza, camionette cariche di agenti e militari sfrecciano dirette verso le zone boschive nei dintorni, dove i rapitori sarebbero oramai stati “accerchiati”. In queste ore la moglie di uno dei sequestratori, arrestata domenica scorsa, starebbe “attivamente” collaborando.

Il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi afferma: “Quanto sta accadendo in Kenya è un fatto molto grave: una nostra connazionale è stata rapita. Noi lavoriamo in costante contatto con le autorità del Kenya per le ricerche che vengono effettuate e siamo assolutamente motivati a fare tutto il necessario per riportare la nostra compatriota a casa”. Inoltre, ha ribadito la necessità di mantenere un doveroso riserbo per consentire alle indagini di andare avanti e arrivare a un risultato positivo.

I rapitori della Silvia volevano un riscatto lampo, ma Silvia con se non aveva soldi né il telefono. Qualcuno allora voleva lasciarla libera, ma gli altri si sono rifiutati”. Sono queste le parole di James, un ragazzo nigeriano la cui istruzione è sostenuta dalla onlus per cui lavora Silvia Romano; è lui uno dei testimoni fondamentali dei minuti drammatici del rapimento che aggiunge: “Silvia piangeva disperata, urlava ‘aiutatemi’ mentre veniva trascinata via dagli uomini armati. Erano almeno in 4, li abbiamo seguiti ma hanno iniziato a sparare per tenerci lontano. Noi avevamo solo i coltelli”.

James prosegue la sua dichiarazione affermando che se fossero stati Shabaab somali o estremisti islamici avrebbero potuto fare tranquillamente una strage, uccidendo chiunque si fossero trovati davanti.

Assieme al capo villaggio e a tanti altri ragazzi, James sostiene che Chakama da anni non registrava alcun episodio di violenza. Descrive il luogo come un posto tranquillo, dove infatti è evidente che la vita si svolge nei pochi metri quadrati della ‘piazza’; è per questo che, secondo i residenti, a compiere il rapimento della volontaria italiana, è stato un gruppo di criminali affamati di soldi facili che ha scelto di colpire nel villaggio di Chakama dove, per l’appunto, non c’è nulla se non le poche cose messe in piedi dagli abitanti e dalle ong.

E’ inesistente, infatti, la presenza militare o di polizia, proprio perchè nessuno ne ha mai sentito la necessità.

 

Foto tratta dal profilo Facebook di Silvia Romano