Sei in: Home > Articoli > Ambiente > L’Italia e l’amianto: una storia che inizia negli anni Sessanta

L’Italia e l’amianto: una storia che inizia negli anni Sessanta

image_pdfimage_print

Il Tribunale di La Spezia ha condannato Fincantieri S.p.a. a risarcire la famiglia di un operaio ucciso dall’esposizione all’amianto.

A.L. era un operaio, assunto da Fincantieri S.p.a. Per 22 anni ha lavorato nello stabilimento di Muggiano. Ad un certo punto della sua carriera, si è occupato della ristrutturazione dell’Amerigo Vespucci, un’unità navale di proprietà della Marina Militare Italiana. In particolare, A.L. era incaricato della bonifica dei materiali in amianto utilizzati per prevenire il rischio incendio. Sappiamo tutti che però l’amianto è un materiale dannoso. In caso di esposizione prolungata, può provocare la cicatrizzazione dei tessuti polmonari. Nel caso peggiore, provoca il cancro ai polmoni. L’Amerigo Vespucci, come molte altre navi, era stata costruita in amianto. La conclusione è quasi ovvia. Ad un certo punto A.L. si ammala. Le sue condizioni peggiorano e muore. In questi casi, purtroppo, il copione sembra già scritto. I dirigenti, che non si sono presi cura delle condizioni di lavoro dei propri dipendenti vanno avanti senza problemi. Questa volta però è successo qualcosa di importante.

Il Tribunale di La Spezia condanna Fincantieri S.p.a

Questa volta, Fincantieri S.p.a. dovrà pagare. Lo ha stabilito la sezione Lavoro del Tribunale di La Spezia. Il giudice Marco Viani, dopo un’istruttoria durata 3 anni, ha fatto in modo che la giustizia facesse il suo corso. Adesso, l’azienda dovrà alla vedova e al figlio minorenne dell’operaio 88mila euro di liquidazione e oltre 520mila euro di risarcimento per la perdita subita. Grazie all’impegno degli avvocati Ezio Bonanni e Natalia Giuliani, la famiglia dell’operaio ha ricevuto ciò che meritava. Si tratta davvero di un importante passo avanti, non solo a livello di giustizia del singolo, ma anche parlando del contesto delle vittime uccise dall’amianto. Secondo quanto emerso da un emendamento alla legge finanziaria 2020, richiesto dal Movimento 5 Stelle 136 navi della Marina tutt’ora presentano amianto. Di queste 136, 60 sono nel porto di La Spezia. Praticamente la metà. Un rischio non da poco per chi ci lavora ed è esposto ogni giorno all’amianto. L’avvocato Bonanni, presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto ha dichiarato che: “Fincantieri ha costruito le navi della Marina Militare Italiana, ed ha utilizzato amianto, anche friabile. Purtroppo, ciò ha causato l’epidemia dei suoi dipendenti e dei marinai, che stanno morendo a centinaia. Per questo, ringraziamo i parlamentari del Movimento 5 stelle per aver accolto il grido di dolore lanciato dall’ONA perché venisse avviato un intervento di bonifica.” Il Movimento 5 Stelle, infatti, ha stanziato 12 milioni di euro per la bonifica delle navi.

La questione amianto in Italia

Il caso dell’operaio di La Spezia non è un caso isolato. La questione delle vittime dell’amianto nel nostro paese inizia da lontano. Nel periodo tra gli anni Sessanta e gli anni Ottanta c’è stato un picco nell’uso di questo materiale in diversi ambiti. Dalla costruzione delle scuole a quella di tetti, navi e treni. Insomma, l’amianto è ovunque. Il problema è che il suo effetto dannoso non emerge subito. Il mesotelioma si manifesta anche a 40-50 anni dalla prima esposizione alle polveri. Secondo un report di Legambiente del 2018, ci si aspetta un aumento del numero di vittime tra il 2020 e il 2030, proprio a causa del picco di esposizione tra gli anni Sessanta e Ottanta. Il trend, infatti, è aumentato da 1800 vittime nel 2015, a 1900 nel 2016. Non solo, le persone esposte all’amianto possono anche contrarre il tumore ai polmoni. Secondo le statistiche, si considerano 5400 decessi per entrambe le patologie.

Il caso Eternit

Quando si parla di amianto, il caso più famoso che ha segnato il nostro paese, è sicuramente il caso Eternit. L’azienda si occupa della produzione di fibracemento, un materiale usato in edilizia, che si è scoperto essere solo successivamente essere cancerogeno. Nel 1906 aprì in Italia la prima fabbrica a Casale Monferrato in provincia di Alessandria, poi a Cavagnolo, in provincia di Torino, e infine a Pavia. Negli anni Cinquanta a Casale Monferrato iniziarono ad esserci i primi malati e anche i primi morti. Ma il fulcro arriverà negli anni Sessanta, quando inizieranno a morire anche persone che non avevano direttamente lavorato a contatto con l’amianto. Così il sindacalista della CGIL Bruno Pesce e un operaio dell’Eternit, Nicola Pondrano decidono di portare la protesta fuori dalla fabbrica. Nel 1986 il ramo italiano dell’azienda fallisce. Nel 2004 viene presentata a Torino la denuncia contro i proprietari dell’azienda. Cinque anni dopo, nel 2009, iniziano i processi. Vengono presentate 2989 richieste di risarcimento danni. 16 persone vengono condannate per disastro ambientale. Il 13 febbraio 2012 arriva la sentenza di primo grado: Louis De Cartier e Stephan Schmidheiny, proprietari dell’azienda, vengono condannati per disastro ambientale doloso e omissione dolosa di cautele antinfortunistiche. Nel giugno 2013, Schmidheiny viene condannato a 18 anni di reclusione. De Cartier nel frattempo muore all’età di 92 anni.

Non solo casi al nord: anche l’Atac è coinvolta

Nonostante sembri che la questione amianto sembri essere stata una piaga solo al nord, purtroppo non è così. Anche l’Atac, l’azienda addetta al trasporto pubblico nella Capitale, è stata condannata dalla Corte di Cassazione a risarcire la famiglia di un operaio morto a causa dell’amianto. L’uomo ha lavorato per Atac per 20 anni, fino al 1994, come addetto alla costruzione e manutenzione di depositi e alla fabbricazione di strutture tra cui le rotaie dei tram. In questi frangenti, il contatto con l’amianto è inevitabile. “Il lavoratore è stato esposto in maniera continuativa alla inalazione di fibre di amianto senza che il datore di lavoro avesse al riguardo adottato alcuna idonea cautela per evitarlo,” scrive la Corte di Cassazione nella sentenza. Così l’azienda ha dovuto versare alla famiglia dell’operaio 800mila euro. La sentenza risale ad aprile 2019 ed è il primo caso che riguarda la municipalizzata per i trasporti romana.

La questione della bonifica degli impianti e la sicurezza sul lavoro

Per quanto ultimamente le famiglie degli operai deceduti a causa dell’esposizione ad amianto vengano risarcite, è necessario fare un passo ulteriore. Non è possibile che nel 2020 si perda la vita a causa di condizioni di lavoro non adeguate, che mettono a rischio non solo i lavoratori, ma anche i loro familiari. L’amianto, infatti, si è rivelato essere tossico anche per chi a contatto diretto con l’amianto non era mai entrato. A questo punto è necessario ripensare il mondo del lavoro. Un operaio, o chiunque la vori in modo onesto, non dovrebbe rischiare durante il suo orario di lavoro. Non è giusto per nessuno. È importante che questa idea venga compresa e diffusa attraverso delle politiche coerenti, che permettano di lavorare in sicurezza e proteggere dal contatto con materiali dannosi.

A cura di B.P.