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La Regina d’Inghilterra accontenta Johnson, il parlamento chiude cinque settimane

Alcuni lo definiscono un colpo di stato, altri un attentato alla democrazia. I fatti sono che Boris Johnson ha richiesto la chiusura del parlamento, e la Regina non ha potuto fare altro che accettare.

La chiamano la Brexit di Halloween, perché la partita si chiude il 31 ottobre. A partire da quel giorno, deal o no-deal, volente o nolente, il Regno Unito sarà ufficialmente fuori dall’Unione Europea. Ormai sembra tutto deciso, il nuovo primo ministro Boris Johnson non ha mai nascosto la volontà di voler rispettare la scadenza del 31, anche senza un nuovo accordo a tutelare l’ordine e il controllo. Ma molti speravano non arrivasse a tanto. Boris Johnson ha fatto in modo che il Parlamento venga chiuso per più di un mese, dal 12 settembre fino al 14 ottobre, per evitare nuove sorprese su Brexit. Volente o nolente, appunto, il Parlamento sarà costretto ad accettare il destino del paese. Poco si potrà fare, infatti, nei 17 giorni che separano la riapertura del parlamento alla fine dei giochi.

La formula adottata si chiama “prorogation”, cioè la fine di una sessione parlamentare. Ma alle porte della Brexit, la mossa sembra alquanto sospetta. Secondo lo speaker della Camera dei Comuni John Bercow si tratta di un “oltraggio alla Costituzione”. A dire del conservatore Philip Hammond, la mossa sarebbe “profondamente antidemocratica”. La motivazione palese era quella di sopprimere la voce dei rappresentanti che cercano di mettere i bastoni tra le ruote a un’uscita senza accordo, nonostante la smentita di Johnson che sostiene che la chiusura del Parlamento non ha nulla a che fare con la Brexit. Ancora prima che arrivasse l’ufficialità del provvedimento, c’era già una petizione su internet che aveva raccolto oltre 40mila adesioni: “Sua Maestà, per favore, mantenga la nostra democrazia funzionante”. Allo stesso modo, la possibilità di una chiusura delle camere aleggiava nell’aria già a inizio anno, quando il D-day era ancora fissato per il 29 marzo. Anche in quel caso una petizione per scongiurare la chiusura del parlamento aveva riscosso successo, superando le centomila firme. Ma May non era arrivata tanto lontana. Boris Johnson, invece, non si è fatto scrupoli e ce l’ha fatta.

La Regina ha approvato la richiesta del Primo Ministro di sospendere i lavori parlamentari per cinque settimane, ma non aveva molta altra scelta.

Dio salvi la Regina, sempre. E infatti, anche se in tutto questo traballare istituzionale Sua Maestà potrebbe sembrare complice di una mossa antidemocratica, bisogna stare attenti a puntare il dito. Ecco come sono andate le cose.

Mentre i partiti di opposizione mettevano in campo possibili soluzioni per scongiurare una Brexit senza accordo, che se efficaci avrebbero inevitabilmente prorogato la data del divorzio, Boris Johnson ha giocato l’asso. Una giocata che alcuni definivano “la soluzione nucleare”, che tanto fa paura ma nessuno se l’aspetta davvero; è semplicemente troppo. Non per Boris, a quanto pare. Mentre il collega di capigliature Donald Trump, dall’altra parte dell’Oceano, medita di sedare gli uragani con le bombe nucleari, Johnson la sua bomba non se l’è tenuta in tasca. A Johnson è bastato andare a colloquio con la Regina e “consigliarle” di autorizzare la chiusura del parlamento. In base alla Costituzione non scritta del Regno Unito, il Primo Ministro agisce formalmente per conto della Regina, ma quest’ultima non interviene mai nelle questioni politiche e non si oppone ufficialmente alle posizioni dei governanti eletti. Una bella abitudine questa della famiglia reale, perché ha consentito al Paese di restare al passo con i tempi dal punto di vista del funzionamento democratico di una nazione, pur mantenendo la tradizione monarchica. Se la Regina decidesse autonomamente il da farsi, quello sì, sarebbe uno smacco alla democrazia. Perciò Sua Maestà non può fare altro che annuire e accondiscendere, in base a una convenzione costituzionale che è garanzia del sistema rappresentativo. Nella Costituzione non scritta del Regno Unito, anche le Convenzioni rientrano nel pacchetto costituzionale, e non rispettarle sarebbe un precedente grave, mai adottato fino ad ora.

Palla a Johnson quindi, tiro e rete. Il Parlamento rientrerà dalla pausa estiva il 3 settembre, dopodiché porte sbarrate a partire dal 12 del mese, fino al 14 ottobre, e poi si salvi chi può. Ma la Regina, se Dio vuole, si salva sempre.

 

Di A.C.