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venerdì 1 Luglio 2022

LA QUALITÀ ITALIANA NEL MONDO

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Ergastolo ostativo, Cedu respinge il ricorso dell’Italia: “Cambiate la legge, è inumana e degradante”

Questa tipologia di pena prevede che i condannati per reati di particolare gravità e allarme sociale come mafia o terrorismo non possano accedere ai “benefici penitenziari” né alle misure alternative alla detenzione

Italia bocciata ancora una volta in rispetto e tutela dei diritti umani. La Corte europea per i diritti dell’uomo con sede a Strasburgo ha respinto, infatti, il ricorso del governo italiano in merito al cosiddetto “ergastolo ostativo”. La Corte ha poi invitato l’Italia a riformare questa legge del nostro ordinamento penitenziario che prevede una pena senza fine che impedisce (“osta”) qualsiasi sua modificazione: non può cioè essere né abbreviata né convertita in pene alternative, a meno che la persona detenuta decida di collaborare con la giustizia. Un “fine pena mai”, un “carcere eterno”, che secondo la Cedu risulta essere “inumano e degradante”. La Corte aveva già bocciato la legge in occasione della condanna – che adesso diventa definitiva – emessa il 13 giugno scorso, nei confronti del detenuto Marcello Viola, in carcere dall’inizio degli anni ’90 anni per associazione mafiosa, omicidio, rapimento e detenzione d’armi. L’uomo si è finora rifiutato di collaborare con la giustizia e gli sono stati quindi rifiutati due permessi premio e la libertà condizionale. Nella sentenza la Corte spiega che lo Stato non può imporre il carcere a vita ai condannati solo sulla base della loro decisione di non collaborare con la giustizia.

Cosa è?

L’ergastolo ostativo è previsto dall’articolo 4 bis del nostro ordinamento penitenziario, modificato dalla legge 356 del ’92 ed è nato dopo le stragi di mafia con vittime i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Prevede che i condannati per reati di particolare gravità e allarme sociale come mafia o terrorismo non possano accedere ai “benefici penitenziari” né alle misure alternative alla detenzione (es. liberazione condizionale, lavoro esterno, permessi premio, semilibertà). È a tutti gli effetti la pena massima erogabile nel nostro Paese. L’unica eccezione è data appunto dall’articolo articolo 58 ter dell’ordinamento penitenziario: la collaborazione con la giustizia da parte di chi, “anche dopo la condanna”, si adopera “per evitare che l’attività delittuosa sia portata a conseguenze ulteriori” ovvero aiuta “concretamente l’autorità di polizia o l’autorità giudiziaria nella raccolta di elementi decisivi per la ricostruzione dei fatti e per l’individuazione o la cattura degli autori dei reati”.

Contro la sentenza della Corte europea, il governo italiano aveva presentato ricorso alla Grande Chambre, sottolineando come la mafia rappresenti la principale minaccia alla sicurezza italiana, europea e internazionale e ricordando che l’ergastolo ostativo è stato più volte dichiarato conforme ai principi costituzionali dalla nostra Corte Costituzionale. Secondo giudici della Consulta, infatti, “subordinando l’ammissione alla liberazione condizionale alla collaborazione con la giustizia, che è rimessa alla scelta del condannato, (la disciplina) non preclude in modo assoluto e definitivo l’accesso al beneficio, e non si pone, quindi, in contrasto con il principio rieducativo enunciato dall’articolo 27, terzo comma, della Costituzione”.

Il caso Viola

Marcello Viola è condannato all’ergastolo per associazione a delinquere di stampo mafioso, sequestro di persona, omicidio e possesso illegale di armi. Dopo essere uscito dal regime del 41-bis, aveva chiesto un permesso premio e la possibilità di accedere alla liberazione condizionale ma le sue domande erano sempre state rifiutate, proprio sulla base dell’articolo 4-bis non avendo mai collaborato con la giustizia. Nella sentenza emessa lo scorso 13 giugno i giudici di Strasburgo affermano che “la non collaborazione” non implica necessariamente che il condannato non si sia pentito dei suoi atti, che sia ancora in contatto con le organizzazioni criminali, e che costituisca quindi un pericolo per la società. La Corte afferma che la non collaborazione con la giustizia può dipendere da altri fattori, come per esempio la paura di mettere in pericolo la propria vita o quella dei propri cari. Quindi, al contrario di quanto affermato dal governo, la decisione se collaborare o meno, non è totalmente libera. Allo stesso tempo a Strasburgo ritengono che la collaborazione con la giustizia non comporti sempre un pentimento e l’aver messo fine ai contatti con le organizzazioni criminali. Nella sentenza la Corte non dice che Viola deve essere liberato, ma che l’Italia deve cambiare la legge sull’ergastolo ostativo in modo che la collaborazione con la giustizia del condonato non sia l’unico elemento che gli impedisce di non avere sconti di pena.

Le reazioni

Sulla pronuncia della Cedu si è dunque acceso il dibattito. Il ministro Di Maio si è sfogato così sul suo profilo Facebook: “Oggi la Corte di Strasburgo ci dice che” l’ergastolo ostativo “viola i diritti umani e che dovremmo riformarla. Ma stiamo scherzando? Se vai a braccetto con la mafia, se distruggi la vita di intere famiglie e persone innocenti, ti fai il carcere secondo certe regole. Nessun beneficio penitenziario, nessuna libertà condizionata. Paghi, punto. Qui piangiamo ancora i nostri eroi, le nostre vittime, e ora dovremmo pensare a tutelare i diritti dei loro carnefici? Il M5S non condivide in alcun modo la decisione presa dalla Corte”.

Anche il ministro della Giustizia Bonafede non condivide “nella maniera più assoluta questa decisione della Cedu”. “Ne prendiamo atto – prosegue il Guardasigilli –  e faremo valere in tutte le sedi le ragioni del governo italiano e di una scelta che lo Stato ha fatto tanti anni fa: una persona può accedere ai benefici a condizione che collabori con la giustizia”.

Dello stesso parere Nicola Morra, presidente della Commissione parlamentare antimafia: “Una notizia che intristisce tanto, intristisce tanto tutti coloro che credono che le mafie debbano essere combattute con la massima determinazione e la massima fermezza”.

Molto preoccupato anche l’ex procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso«Non sono sicuro che a livello europeo, attraverso la sola lettura delle carte, si riesca a percepire fino in fondo la pericolosità e l’ incidenza della criminalità organizzata in Italia».

In direzione contraria, invece, Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, che a Repubblica smentisce il timore di essere invasi dai mafiosi dopo la pronuncia della Corte Edu: “Chiunque oggi paventa l’uscita di decine o centinaia di mafiosi crea un inutile allarme. La sentenza non produrrà infatti un risultato di questo genere, non essendosi pronunciata sul tema dell’ergastolo in generale, ma solo dell’ergastolo ostativo. Si tratta di una decisione di civiltà giuridica che ci riporta al pari di molti altri paesi europei. Viene così restituita finalmente ai giudici la possibilità di una valutazione discrezionale, cancellando quell’automatismo che trasformava questo tipo di ergastolo in una pena senza alcuna speranza di reintegrazione sociale, come invece la Costituzione impone”.

Ricordiamo come in Italia, al 30 giugno, le persone sottoposte all’ergastolo erano 1.776 di cui, quasi i due terzi, all’ergastolo ostativo.

 

A cura di Giovanni Cioffi