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Depistaggio morte Borsellino, ecco brogliacci con telefonate pentito Scarantino

La Procura di Messina ha depositato ai colleghi della Dda nissena le 19 bobine delle intercettazioni del 1995

PALERMO – Proseguono le indagini sul depistaggio sulla strage di Via D’Amelio, nella quale morì il magistrato Paolo Borsellino e cinque agenti della scorta. Tre i magistrati indagati dalla Procura di Messina, Annamaria Palma e Carmelo Petralia, che devono rispondere di calunnia aggravata in concorso, e tre anche i poliziotti – Mario Bo, Michele Ribaudo e Fabrizio Mattei – sotto processo a Caltanissetta, sempre per calunnia in concorso. Al vaglio della Dda di Caltanissetta ci sono ora le intercettazioni dell’ex pentito di mafia Vincenzo Scarantino. Diciannove bobine, depositate dalla Procura di Messina alla procura di Caltanissetta, acquisite tramite degli accertamenti tecnici non ripetibili dai carabinieri di Roma. Le microcassette, che riguardano l’ex pentito di mafia Scarantino, che ha più volte ritrattato le sue dichiarazioni nell’ambito dei processi sulla suddetta strage, contengono registrazioni prodotte con strumentazione della Radio Trevisan, denominata RT2000 trasmessi alla Procura di Messina “in originale dalla Procura di Caltanissetta”.

Ma cosa c’è scritto in questi brogliacci depositati? Lo rivela in anteprima l’Adnkronos.

Leggendo le copiose pagine si possono scorgere annotazioni e sintesi di conversazioni dei familiari di Scarantino e dello stesso ex pentito. Eppure non tutte le telefonate effettuate dal telefono di casa di Scarantino – come si legge chiaramente a pagina 102 – furono registrate. Come accade, ad esempio, il 3 maggio 1995 quando “per motivi tecnici la conversazione non viene registrata” come scrivevano all’epoca i poliziotti delegati alle intercettazioni. Viene da chiedersi con chi stesse parlando l’ex pentito. C’è accanto un numero di telefono con il prefisso di Caltanissetta. Oggi quel numero è inesistente. Ma all’epoca a quel numero rispondeva la pm Annamaria Palma. O ancora il 4 maggio, quando la telefonata non viene registrata “per motivi tecnici”.  Anche il 5 maggio 1995 la telefonata fatta da Sscarantino non viene registrata “perché finiscono i nastri per la sua lunga durata, tre ore”, si legge sul brogliaccio. Tre ore di conversazione. E perché non viene registrata ancora una volta?

A fornire una prima spiegazione a questi quesiti, è stato l’ispettore Giampiero Valenti, uno dei poliziotti che si occupava delle intercettazioni, il quale, nella scorsa udienza ha dichiarato per prima volta che gli venne “ordinato” di “staccare la registrazione di Vincenzo Scarantino perché il collaboratore doveva parlare con i magistrati”. Valenti ha raccontato il periodo in cui l’ex pentito veniva sentito, tra il ’94 e il ’95, dai magistrati per le sue dichiarazioni poi rivelatesi false sulla strage di Via D’Amelio. «Di Ganci mi disse di staccare l’intercettazione perché Scarantino doveva parlare con i pm», ha poi ribadito l’ispettore superiore della Polizia di Stato facendo riferimento al suo referente più alto in grado che era il responsabile delle intercettazioni.

Il 26 maggio 1995 Scarantino tiene la cornetta alzata ma finge soltanto di parlare, come annotano gli investigatori. Perché? Il 10 giugno 1995 Scarantino chiede di parlare con l’avvocato Lucia Falzone, che però gli spiega che servono 15 giorni per potere avere un colloquio. Poi, sempre a giugno, più volte formula il numero con il prefisso nisseno ma non risponde nessuno, come scrivono i poliziotti. La Procura? Cerca anche più volte Mario Bò, che però “non è in ufficio”. In più occasioni, i poliziotti addetti alle intercettazioni scrivono ‘controllo’. E altre volte “non prende la linea”. Lo scorso 9 settembre, la presenza del telefono fisso nell’abitazione dell’ex pentito Vincenzo Scarantino di San Bartolomeo a Mare, era stata al centro dell’udienza. Quel giorno, a differenza di quanto detto nel 2013 nel processo a Salvatore Madonia, il sovrintendente della Polizia di Stato Giuseppe Di Gangi, aveva detto di avere ricordato “solo da poco” la presenza del telefono a casa di SCARANTINO. Nel corso del controesame l’avvocato Rosalba Di Gregorio, che rappresenta le persone che furono accusate ingiustamente da Scarantino della strage di via D’Amelio, gli disse: “Io le chiesi se Scarantino aveva il telefono e lei me lo aveva escluso. Ora dice che se lo ricorda, come ha appreso di questa faccenda?”. “Dalla stampa”, tagliò corto Di Gangi.

Le intercettazioni nella casa a San Bartolomeo al Mare

«Mi sento preso in giro». Così diceva l’ex pentito al suo legale, l’avvocato Lucia Falzone, al telefono, senza sapere di essere intercettato nella sua casa di San Bartolomeo al Mare, in Liguria. E’ il 23 gennaio del 1995 e Scarantino confida all’avvocato. Si sente «preso in giro» ma «non dagli avvocati», chiarisce al legale. Per questo motivo vuole tornare in carcere e «rispedire la famiglia a Palermo». Afferma «che non ce l’ha con i magistrati – come annotano i poliziotti nel brogliaccio che è stato depositato alla Procura di Caltanissetta ma con qualcuno di Palermo che lo vuole fare innervosire» e che vede «cose strane». E ribadisce che lui «sa» di parlare con sincerità.

Il mistero è ancora lontano dalla sua piena risoluzione, ma ora i brogliacci, che sono tutti stati depositati al processo sul depistaggio, potranno fornire alle indagini una svolta inaspettata.