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Crollo ponte Morandi: incuria o tragica fatalità? L’attacco ai Benetton

Il fondo che gestisce Autostrade, di cui Benetton detiene il 30%, nell’ultimo anno ha diminuito gli investimenti operativi di ben 35 milioni

GENOVA – Il giorno dopo la tragedia del crollo del ponte Morandi si aggrava ulteriormente il bilancio dei morti e dei feriti, sul conto dei quali non coincidono le notizie diffuse dalla protezione civile e dai media nazionali.  Le ultime informazioni confermate dalla Protezione Civile parlano di 20 morti e 16 feriti, ma risalgono al tardo pomeriggio di ieri. Secondo invece Sky TG24 e Rai News, che citano la prefettura di Genova, i morti sono 37, di cui cinque non ancora identificati. Tra questi ci sono tre minori. I feriti invece sono 16, di cui 10 ricoverati in codice rosso.

Centinaia di soccorritori, tra protezione civile e vigili del fuoco, sono impegnati da ieri per cercare di salvare eventuali sopravvissuti schiacciati tra le macerie.

Non sono ancora chiare le cause del crollo ma gli esperti hanno escluso categoricamente che possa essere stato causato dalle piogge di ieri, smentendo che il ponte possa aver ceduto dopo essere stato colpito da un fulmine.

Secondo le prime indiscrezioni, il cedimento strutturale è dovuto alla mancata manutenzione dei pilastri in cemento armato che non hanno retto il peso del traffico giornaliero, facendo collassare i tiranti in acciaio. Una forte responsabilità sembrerebbe attribuibile alla società Autostrade, riconducibile alla famiglia Benetton, come ricordato dal vice premier Luigi Di Maio. Il ministro del Lavoro ha minacciato di revocare la concessione alla stessa società: «È possibile, in caso di inadempienze, ritirare la concessione e far pagare multe fino a 150 milioni di euro. Autostrade non ha fatto la manutenzione sul ponte Morandi, Toninelli ha avviato le procedure per il ritiro della concessione. Può gestire lo Stato. Ad Autostrade paghiamo i pedaggi più alti d’Europa e loro pagano tasse bassissime perché sono posseduti da una finanziaria Benetton in Lussemburgo». Un attacco alla famiglia Benetton, tra le più influenti in Italia.

L’impero dei Benetton con le autostrade

I numeri parlano chiaro, l’investimento della famiglia Benetton nel trasporto pubblico è senza dubbio il più remunerativo, ancor più di quelli nella moda. Come scrive oggi anche Il Fatto Quotidiano, Atlantia, il fondo che detiene il pacchetto Autostrade per l’Italia, produce ogni anno numeri in costante crescita. Nel 2017 ha prodotto ricavi per sei miliardi, contro i 5,4 di un anno prima. Nel 2010 il fatturato valeva poco meno di 4,5 miliardi.  “La sola Società Autostrade ha ottenuto ricavi per 3,94 miliardi sui 6 del gruppo. E su 3,94 miliardi di fatturato, il margine operativo lordo è di ben 2,45 miliardi”. Eppure, nonostante i numerosi ricavi, risulta decisamente esiguo l’impiego di denaro investito dalla società per la sicurezza e la manutenzione.

Il ponte crollato a Genova è il quinto che cede negli ultimi 4 anni: solo nel 2017 la tragedia di Fossano. Nel 2016 quello sulla superstrada di Annone Brianza. Nel 2015 quello sulla Palermo-Agrigento. Nel 2014 quello vicino alle sede Rai a Saxa Rubra e il Ponte Lungo a Ceto. Come si evince dall’inchiesta del Fatto, “gli investimenti operativi di Autostrade sulle arterie stradali in concessione è passato drasticamente dai 232 milioni del primo semestre del 2017 ai 197 del primo semestre del 2018”.

La manutenzione era necessaria. Il ponte ha presentato una corrosione molto più veloce di quella ipotizzata, come ha sottolineato anche Antonio Brencich, docente di ingegneria infrastrutturale dell’Università di Genova. Il professore aveva lanciato l’allarme già due anni fa: «Non vorrei far passare il messaggio che ci sia un pericolo imminente. Se dopo 30 anni dalla costruzione si devono sostituire integralmente degli elementi strutturali, però, vuol dire che è un ponte sbagliato. Un ponte non deve durare centinaia di anni ma almeno 70-80-100 senza manutenzione di questo tipo. Abbiamo dei ponti in muratura che hanno 150-200 anni e nessuno li ha mai toccati».

Il ponte era lungo 1.182 metri, con un’altezza al piano stradale di 45 metri e attraversa il torrente Polcevera tra i quartieri di Sampierdarena e Cornigliano, passando anche sopra la rete ferroviaria. Il viadotto è stato costruito con calcestruzzo armato precompresso. La forma delle pile (alte 90 metri) viene chiamata cavalletto rovesciato bilanciato. I cavi sono dei trefoli in acciaio rivestiti di calcestruzzo.

Il ponte, che ospitava un traffico di 25-30 milioni di veicoli all’anno, non era in grado di reggere un peso simile. Nel 1964, il crollo del ponte gemello in Venezuela, il General Rafael Urdaneta sulla baia di Maracaibo, avrebbe dovuto far rifletter sullo stato e sulla funzionalità della costruzione. Le 6 campate centrali del ponte erano infatti state costruite con lo stesso schema statico applicato dal progettista Riccardo Morandi, colui che ha vinto anche l’appalto internazionale.

Il linciaggio social

Anche sui social network è partito il linciaggio mediatico dei Benetton, subito dopo le prime dichiarazioni dei ministri Di Maio, Salvini e Toninelli contro la società Autostrade per l’Italia controllata appunto dalla dalla famiglia Benetton. Centinaia di tweet in poche ore contro la famiglia, alcuni con una foto del gruppo familiare sorridente e al completo, altre con un fotomontaggio dove si vede il fotografo Oliviero Toscani che ha in mano una foto del ponte crollato. “Adesso ti metterai una maglietta rossa per le vittime di Genova?”, gli scrive un utente facendo riferimento alla manifestazione del 7 luglio scorso per i migranti. Molto condiviso anche un fotomontaggio dove si vede il ponte crollato con la scritta “United Colors of Benetton”. “Non comprerò mai più un capo di abbigliamento Benetton” scrive una utente. Altri mettono nel mirino le campagne sociali di Benetton: “Fanno propaganda immigrazionista, si preoccupano dei #migranti e mostrano il loro volto buonista ma sono gli stessi che lasciano crollare ponti e morire il nostro popolo. Nazionalizzare le autostrade, basta speculazione”. Molte accuse anche ai governi Prodi e D’Alema, ai quali viene fatta risalire la concessione, e Renzi, per la scelta dell’allora ministro Delrio di “allungare la concessione”.

La visita del presidente del Consiglio alle famiglie delle vittime

Intanto questa mattina il premier Giuseppe Conte ha visitato il Nue, il numero unico di emergenza, all’interno dell’ospedale Policlinico San Martino di Genova e ora sta incontrando i familiari delle vittime del crollo presso l’obitorio del San Martino. In seguito il premier si sposterà all’ospedale Villa Scassi di Sampierdarena per altre visite ai feriti. Alle 12,30 il presidente del Consiglio parteciperà poi al vertice in prefettura con le autorità per fare il punto sull’emergenza.

Ieri, la procura di Genova ha aperto un’indagine per disastro colposo e omicidio plurimo colposo, a carico di ignoti.

Verrà inoltre istituita una commissione d’inchiesta all’interno del ministero per verificare le responsabilità del crollo. Lo ha dichiarato il sottosegretario alle infrastrutture Edoardo Rixi che da stamane si trova all’unità di crisi allestita dopo il crollo in prefettura a Genova e, che ha aggiunto: «Verificheremo tutto fino in fondo e non lasceremo nulla al caso».

Ansaldo Energia: “Avremo un danno produttivo”

La caduta delle macerie ha sfiorato anche gli impianti di Ansaldo Energia, tra le principali aziende di impianti per la produzione di energia: «L’azienda è stata sfiorata dal crollo del ponte Morandi. Non ha subito danni ed é in chiusura aziendale estiva, ma subirà notevoli conseguenze per il crollo del ponte». Lo ha spiegato l’amministratore delegato Giuseppe Zampini a Il Sole 24 Ore: «Avremo un danno produttivo. Abbiamo dovuto evacuare le palazzine sottostanti il Morandi – ha spiegato -. È chiaro che dovremo rivedere l’assetto logistico dell’azienda: ingresso e uscita del personale e dei materiali. Questo mi preoccupa molto perché da quell’area escono i pezzi finiti. Nei prossimi giorni capiremo meglio come arrivare al mare. Inoltre la restante parte del ponte andrà abbattuta e noi dovremo modificare l’assetto produttivo interno in un momento non facile per l’azienda».

 

A cura di Giovanni Cioffi