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Cosa sta succedendo ad Hong Kong

Protesters attend a rally against a controversial extradition law proposal in Hong Kong on June 9, 2019. - The city's pro-Beijing government is pushing a bill through the legislature that would allow extraditions to any jurisdiction with which it doesn't already have a treaty -- including mainland China for the first time. (Photo by DALE DE LA REY / AFP)

Sono tredici settimane che gli abitanti di Hong Kong stanno protestando ininterrottamente. Cosa sta succedendo ad Hong Kong?

Ad Hong Kong ormai si sta protestando da ormai tredici settimane. Sabato, al rientro da una manifestazione, la polizia ha aggredito con spray urticante e con colpi di manganello i manifestanti alla stazione Prince Edward. Da dove nasce tutta questa violenza? Bisogna andare lontano. Tornare arrivare alla fine degli anni Novanta.

La storia di Hong Kong

Hong Kong è stata una colonia britannica per quasi un secolo. Fino al 1997. In quell’anno è stata negoziato il sistema One Country Two Systems. Tecnicamente Hong Kong fa parte della Cina, ma detiene diverse libertà e tutta una serie di diritti, come ad esempio la libertà di stampa, non presenti nella mainland. Questo sistema è stato fortemente voluto dal Regno Unito, dal momento che Hong Kong era diventata una sorta di Londra d’Oriente e sotto il giogo cinese si sarebbe spenta completamente. Così Hong Kong è rimasta libera e democratica. Tuttavia, questo accordo non sarebbe durato per sempre. La scadenza è prevista per il 2047. La Cina però non ha nessuna voglia di aspettare ventotto anni. Per questo motivo, ha iniziato un processo di cinesizzazione di Hong Kong. La goccia che è fatto traboccare il vaso è stata la legge di estradizione secondo cui un abitante di Hong Kong può essere portato in Cina ed essere processato secondo il sistema cinese. Peccato che si tratti di uno dei sistemi più iniqui al mondo, dove non vi è alcun diritto alla difesa, alla libertà di parola e le confessioni possono essere estorte. In altre parole, la tortura è legale. I giovani, davanti a questa situazione, hanno deciso di insorgere e di manifestare affinché i loro diritti non siano intaccati. La Cina però non è rimasta con le mani in mano.

Manifestanti aggrediti dalla polizia sabato.

La Cina

La questione delle proteste in Cina è sempre stata problematica. Dal momento che si tratta di un regime totalitario, ogni tipo di dissenso deve essere stroncato sul nascere. Da metà agosto Pechino ha inviato dei contingenti armati a Shenzen, sul confine continentale di Hong Kong. La Cina non ha nessuna intenzione di lasciare andare Hong Kong ed è disposta a piegarla in ogni modo. Si è visto chiaramente dopo la protesta di sabato. Alla tredicesima settimana di disordini, la polizia si è scagliata violentemente sui manifestanti, che rientravano tranquillamente sui mezzi pubblici. Lai, un uomo di 31 anni presente alla fermata Prince Edward, ha raccontato al The Guardian che: “[I poliziotti] continuavano a muoversi picchiando tutti quelli che erano nelle carrozze. Ho iniziato a correre. Ho visto la polizia picchiare sulla testa la stessa persona, anche se ormai era in ginocchio a terra.” Le immagini di queste scene di violenza hanno fatto il giro del mondo grazie ai giornali e ai social. I manifestanti non si arrendono. “Se non ci ribelliamo adesso, dopo sarà troppo tardi,” ha detto Simon Chang, un altro manifestante che ha partecipato alla protesta nello stadio.

Settembre 2014, la Rivoluzione degli ombrelli

Le proteste del 2014

Non è la prima volta che i cittadini di Hong Kong protestano per i loro diritti. Nel 2014 ci fu la Rivoluzione degli ombrelli, settantanove giorni in cui i cittadini scesero in piazza reclamando il diritto al suffragio universale. Tutto è partito con il movimento Occupy central with love and peace, fondato dai professori universitari Benny Tai e Chan Kin-man e dal reverendo cristiano Chu Yiu-ming. Il movimento protestava occupando gli incroci stradali, rendendo così impraticabile la viabilità. Al movimento si unirono anche la federazione degli studenti di Hong Kong e il movimento studentesco Scholarism. Tutti insieme iniziarono a protestare davanti ai palazzi governativi. Il 26 settembre, svariate centinaia di manifestanti violarono una barriera di sicurezza per entrare nella piazza davanti all’edificio del governo centrale. Il 28 settembre, i manifestanti marciarono su Harcourt Road, procedendo ad occupare anche la Queensway. In questo modo riuscirono a bloccare entrambe le arterie est-ovest a nord dell’isola di Hong Kong. La polizia, per disperdere la folla, uso spray urticanti e gas lacrimogeni. I manifestanti, per difendersi, alzarono i loro ombrelli. Per questo motivo, la protesta viene ricordata come Rivoluzione degli ombrelli. Nel 2019, i tre leader del movimento, insieme ad altre sei persone, sono stati condannati per “cospirazione e incitamento a commettere disturbo dell’ordine pubblico”. Il giudice per condannarli ha sfruttato il sistema di Common Law britannico, trasformando de facto i manifestanti a dei teppisti di strada. In questo modo, invece di rischiare una pena di tre mesi, rischiano sette anni di reclusione.

Le manifestazioni questa mattina

Le violenze di sabato sera non hanno fermato la sete di giustizia dei giovani. Questa mattina, i manifestanti si sono diretti verso l’aeroporto internazionale di Hong Kong. Lì hanno provato a bloccare le strade, in modo da paralizzare il luogo da cui passano tutti gli spostamenti chiave nel paese. I manifestanti tengono in mano delle immagini della violenza della polizia sui manifestanti alla stazione Prince Edward. Sono passate meno di tredici ore. La risposta della polizia non si è fatta attendere. Un centinaio di poliziotti ha fronteggiato i dimostranti che hanno ripiegato nel vicino centro commerciale di Tung Chung. Quasi 20 camionette della polizia sono state utilizzate nell’operazione. Tuttavia, manifestanti si erano già dispersi. Inoltre, hanno costruito delle barricate fatte di recinzioni metalliche e segnali stradali in plastica. Un gruppo ha anche dato fuoco ad una bandiera cinese. I vigili urbani hanno chiuso una linea ferroviaria vicino a Tung Chung dopo che i dimostranti hanno spaccato una finestra in una stanza di controllo e hanno usato un idrante per allagare la stazione. In una nota, la polizia ha fatto sapere che i danni causati dai manifestanti hanno parzialmente distrutto la stazione e paralizzato il traffico nelle strade circostanti.

 

Students protest at Edinburgh Place in Hong Kong on Monday. Photograph: Kai Pfaffenbach/Reuters

Studenti disertano il primo giorno di scuola

Centinaia di studenti hanno boicottato il primo giorno di scuola, in seguito al violento weekend di proteste. I ragazzi non sono entrati in aula. Sono rimasti fuori, chiedendo al governo di ritirare la controversa legge sull’estradizione. Tutti gli studenti hanno dei cartelli con degli slogan: “Boycott for freedom”, “Reclaim Hong Kong, revolution of our time!”, “If you are not a slave, don’t act like one”. Dall’altra parte della città, in un parco fuori dal quartier generale del governo, centinaia si sono radunati in solidarietà con gli studenti. I manifestanti hanno anche chiesto un attacco in tutta la città lunedì e martedì. Nel frattempo, a CUHK, un uomo si è alzato e ha sventolando il passaporto cinese ha gridato: “Non meritate di essere studenti universitari!”. La polizia in tenuta antisommossa ha pattugliato le stazioni della rete ferroviaria di trasporto della città, mentre i manifestanti hanno bloccato la chiusura delle porte dei treni, causando ritardi e gettando la stazione nel caos. Un gruppo di manifestanti è stato sicuramente arrestato.  Mentre gli studenti universitari hanno chiesto uno sciopero di due settimane, gli studenti delle scuole secondarie hanno giurato di protestare per un giorno alla settimana finché le richieste dei manifestanti non saranno soddisfatte. Gli organizzatori hanno stimato che almeno 9.000 studenti delle scuole secondarie provenienti da più di 200 scuole parteciperebbero alle proteste. Non è possibile prevedere la portata di questa mobilitazione e quali risultati otterrà. Una cosa è certa: i cittadini di Hong Kong non rinunceranno ai loro diritti senza combattere.

 

A cura di B.P.