BARBARA ENSOLI – ORGOGLIO ITALIANO

Sono in pochi a conoscere la storia di una delle più grandi donne italiane che con la sua conoscenza, tenacia e umanità ha dato un notevole contributo, non solo al campo medito, ma a tutta la popolazione.

Parliamo della dottoressa Barbara Ensoli, nata a Latina e direttore del Centro Nazionale Aids dell’Istituto Superiore di Sanità, che quando nei prima anni 80  la spiazzante malattia di fine secolo, l’Aids, fece capolino, trovò un vaccino.

Questa malattia, purtroppo, non riguardava unicamente una minoranza di tossicodipendenti poco accorti, ma chiunque facesse l’amore con uno sconosciuto e pertanto il raggio di infezione si dilagava sempre più.

Il vaccino tutto italiano anti-Aids di Barbara Ensoli, funzionava e induceva risposte immunitarie che riportano alla normalità i pazienti con infezione da Hiv. Lo studio evidenziava il merito della proteina Tat, che svolge un ruolo chiave nel generare risposte immunitarie specifiche anticorpali e cellulari, e riduce le alterazioni del sistema immunitario indotte dall’infezione Hiv. A questa proteina viene riconosciuto il merito e anche il nome del vaccino, il vaccino Tat, conosciuto anche come il Vaccino AIDS Italiano.

In quel periodo era considerato un “antidoto” in fase sperimentale, tuttavia stava dando ottime speranze.

Da oltre dieci anni il Centro Nazionale AIDS conduce ricerche sui vaccini contro l’HIV/AIDS, avendo principalmente concentrato le proprie attività su candidati vaccinali che utilizzano la proteina Tat di HIV-1 come antigene. Attualmente è in corso uno studio di fase II con il Vaccino HIV-1 Tat in pazienti in terapia antiretrovirale. Sono, comunque, in fase di allestimento nuovi studi terapeutici.

La dottoressa Barbara Ensoli si è inoltre contraddistinta, nella fase di sperimentazione, per l’umanità dimostrata con le ottantasette persone interessate dal protocollo di ricerca, tutte volontarie, che vennero seguite anche da un punto di vista psicologico da apposite equipe.

“È forse uno dei rarissimi casi di rispetto dei pazienti: sia quelli esclusi che quelli arruolati sono stati supportati”, si esprime così la Ensoli, dichiarando una soddisfazione che esorbita dall’ambito scientifico, come se fosse stata non solo scienziata, ma anche la mamma ideale di questi pazienti pionieri.

Un rarissimo caso di rispetto che non trasforma l’uomo in cavia ma rende persona.

È dunque un grande privilegio quello di essere connazionali di una donna che è stata fulcro centrale nella lotta contro l’Aids, in barba anche alla vulgata poco generosa nei confronti dell’universo della ricerca italiana.