Previsti provvedimenti cautelari su pratiche commerciali sleali

L’Autorità garante della concorrenza ha comunicato, il 24 marzo, nell’ambito della sua attività di controllo su pratiche commerciali sleali relative ad attività di e-commerce inerenti all’emergenza di covid-19

Nell’iniziale
provvedimento l’Antitrust ha raccomandato, in via cautelare, alla piattaforma
www.gofundme.com, attraverso la quale è possibile realizzare raccolte di fondi
a scopo provvidenziale, di variare la parte relativa alle percentuali che ogni
utente può inserire alla somma donata. Queste commissioni, introdotte dalla
piattaforma in via automatica, giungono devolute per il finanziamento della
piattaforma medesima. In pratica, al fruitore che delibera di effettuare una
donazione per una ben risolutiva campagna di raccolta, giunge in automatico
aggiunta una commissione del 10 %, come detto, per il funzionamento della
piattaforma.  Il consumatore può mutare suddetta
percentuale solo prediligendo nel menu a tendina la locuzione “altro” per poi riportare
a zero la commissione richiesta. L’Autorità ha ritenuto che tali regolamenti di
acquisizione delle commissioni, pubblicizzati come discrezionali, siano tali da
esercitare un indebito condizionamento nei confronti dei soggetti donanti, che
potrebbero non rendersi conto della possibilità di modificare o rendere nulla
la somma preimpostata dalla piattaforma, o ritenerla essenziale per il suo andamento.

 L’Antitrust ha pertanto disposto che la
società irlandese disattivi tale meccanismo automatico di compenso di
commissioni per il funzionamento della piattaforma e presenti, entro 3 giorni,
una relazione relativa all’ottemperanza del provvedimento. La mancata
ottemperanza implica una sanzione pecuniaria da 10.000 a 5.000.000 di € e, in
caso di reiterata inottemperanza, una sospensione non superiore a 1 mese
dall’attività di impresa. La seconda misura è stata presa nei confronti del
sito carlita shop. In questo caso l’Antitrust ha avviato una procedura e, simultaneamente,
disposto in via cautelare l’eliminazione di ogni riferimento all’efficacia
preventiva contro la COVID-19 di detergenti, prodotti cosmetici e integratori
pubblicizzati e commercializzati sia sul suddetto sito che sulla relativa
pagina Instagram. Sia sulla homepage del sito che attraverso il profilo
Instagram sono pubblicizzati e venduti di cui si decantano ingiustificate capacità
“antivirali”, antibatteriche e antisettiche nonché di rafforzamento del sistema
immunitario e di protezione delle vie respiratorie, grazie a principi attivi
che combatterebbero microorganismi in grado di scatenare infiammazioni nelle
vie respiratorie e nei polmoni.

Si vantano, per
di più, proprietà antisettiche e capacità di ostacolare la contaminazione da
parte di detergenti e creme cosmetiche. Talune delle anzidette attestazioni di
carattere terapeutico ha neanche un riscontro nella bibliografia scientifica, intanto
che, per quanto riguarda le proprietà sterilizzanti, nessuno di questi prodotti
è stato censito come apparecchio medico, classificazione indispensabile per
prodotti che posseggano tali proprietà. Considerando, prima facie, tali
affermazioni particolarmente gravi ed insidiose – in virtù della peggiorata
capacità del consumatore di valutare correttamente tali pubblicità in un
momento come l’attuale, dove il continuo aumento dei contagi rende
oggettivamente ardua la capacità di discernimento – l’Antitrust ne ha disposto
l’eliminazione. Anche in questo caso, la Carlita Shop S.r.l.s. titolare dei
siti in questione dovrà presentare entro 3 giorni una relazione relativa
all’ottemperanza del provvedimento.




IL POSSIBILE SPILLOVER DELLA PANDEMIA SULL’ECONOMIA CINESE

In un sistema formato da circa 30 milioni di OMI, che contribuiscono per circa il 60% all’economia nazionale, i problemi percepiti da queste attività rischiano di ripercuotersi con pesanti effetti sulla salute dell’economia.

L’80% del commercio internazionale si muove via mare e la Cina ospita sette dei dieci porti per container più trafficati del pianeta (tra questi Shanghai e Shenzen). Pertanto, una buona stima degli effetti del COVID-19 sul commercio fra la Repubblica Popolare e gli altri Stati si può trovare nei dati sul traffico di container. Secondo un report dell’UNCTAD, fra la seconda metà di gennaio e inizio febbraio si sarebbe assistito ad un netto calo registrato sia in termini di TEU (twenty-foot equivalent units) sia in termini di navi cargo, con lo Shanghai Containerized Freight Index in calo nelle prime otto settimane del 2020.
L’indice è calato di almeno 200 punti: una diminuzione in parte fisiologica, vista la congiuntura di inizio anno con il Capodanno cinese che tende sempre a far diminuire il traffico merci, in parte molto più acuta e affrettata rispetto alle annate precedenti. Tali dati sono il riflesso di ciò che accade sul piano micro: molte navi cargo sono impossibilitate ad accedere ai porti a causa di rallentamenti delle operazioni di carico-scarico che creano delle così dette “missed port calls” (ovvero delle finestre di transito programmate ma che devono di fatto essere annullate), altre porta-container sono ferme in porto in attesa dei propri operatori, altre ancora sono in mare in condizione di “floating quarantined zones”.
L’effetto, facilmente intuibile di queste finestre di opportunità abortite è una drastica diminuzione delle spedizioni (citata da diverse compagnie del settore come Maersk, MSC Mediterranean Shipping, Hapag Lloyd e CMA-CGM). Tuttavia, una stima veritiera dei possibili effetti del contagio da COVID-19 sul commercio internazionale sono ancora difficilmente quantificabili. Lo scorso 7 marzo, infatti, sono usciti anche i dati ufficiali rilasciati dalle autorità cinese sul proprio import-export del 2020: lo Stato ha pubblicato assieme il report per gennaio e febbraio con cifre che mostrano un calo del 17.2% sull’export e del 4% sull’import.
Questi dati non sono lontani da quelli di inizio 2019 (quando la guerra commerciale con gli Stati Uniti era nella fase più acuta), ma lasciano intendere che è ancora troppo presto per valutare le ricadute effettive del virus in termini di commercio internazionale. Come già accennato, forti cali nel primo bimestre sono fisiologici in Cina, Paese che in questo periodo festeggia il proprio Capodanno.
Se il contraccolpo economico si sta estendendo a livello mondiale, anche le contromisure hanno una portata simile e stanno mettendo in evidenza come, in un mondo globalizzato, i possibili effetti a cascata della crisi sanitaria sull’economia 6 richiedano un coordinamento multilaterale. La Cina, da parte sua, ha già stanziato un pacchetto straordinario di aiuti da oltre 16 miliardi di dollari (110 miliardi di yuan) che il Ministero della Finanza starebbe indirizzando verso le industrie più colpite e verso la regione di Hubei. Anche un incontro speciale Cina-ASEAN (tenutosi in Laos) è stato la sede in cui Pechino ha cercato di rassicurare e ha cercato delle conferme nei partner del Sudest asiatico sulla possibilità di fornire una risposta coordinata per contrastare i possibili effetti dell’emergenza nel medio-lungo termine. Il vertice ha stabilito un accordo per condividere informazioni medico-sanitarie, proteggere le supply chain, supportare le piccole e medie imprese, nonché promuovere lo sviluppo di un vaccino.




ICS ed ITF scrivono all’ONU per non errestare il commercio marittimo locale.

“Che le autorità nazionali degli Stati membri siano incoraggiate a impegnarsi con le associazioni degli armatori e le organizzazioni sindacali dei marittimi,PER trovare soluzioni al problema che rischia di ostacolare gli sforzi globali per affrontare il COVID-19”

Il Segretario
Generale dell’International Chamber of Shipping, Guy Platten congiuntamente a
Stephen Cotton, Segretario Generale dell’International Transport Workers’
Federation, ha spedito una “lettera aperta” alle competenti agenzie delle
Nazioni Unite – OIL, IMO, UNCTAD e OMS – per domandare di fare arrivare all’interesse
dei loro Stati membri le questioni che la pandemia di Covid-19 sta producendo
al trasporto marittimo mondiale ,comunicando alle autorità nazionali di dibattere
sulle eventuali soluzioni con le loro parti sociali.

International
Chamber Shipping (ICS), che rappresenta le associazioni nazionali di armatori
del mondo e oltre l’80% del tonnellaggio marittimo mercantile del mondo, e
International Transport Workers’ Federation (ITF), che rappresenta circa due milioni
di marittimi che lavorano su navi mercantili di tutto il mondo operanti nei
traffici marittimi internazionali, nella lettera congiunta affermano che, a
fronte della pandemia di COVID-19, è “essenziale” che tutti i governi si
attivino perché il commercio marittimo non si fermi, continuando a consentire
alle navi mercantili di accedere ai porti di tutto il mondo e facilitando gli
avvicendamenti degli equipaggi sulle navi e la loro circolazione con il minor
numero possibile di ostacoli.

Per le due associazioni,
è “importante” che i governi di tutto il mondo “comprendano appieno che circa
il 90% del commercio mondiale è mosso dalla navigazione marittima, che sposta
il cibo, l’energia e le materie prime del mondo, nonché i manufatti – tra cui
forniture mediche vitali e molti prodotti venduti nei supermercati – tutti
articoli necessari per la conservazione di molti posti di lavoro nel settore
manifatturiero, senza i quali la società moderna semplicemente non può
funzionare”.

In particolare,
ciò indica conservare i porti del mondo spalancati all’attracco di navi
mercantili semplificando gli avvicendamenti degli equipaggi e la loro
circolazione con il minor numero possibile di ostacoli. Si tratta di circa
100.000 marittimi che ciascun mese si avvicendano sulle navi per conformarsi
alle normative marittime internazionali che disciplinano l’orario di lavoro
sicuro e il benessere dell’equipaggio, in modo che il traffico marittimo
mondiale possa seguitare in modo sereno.

Per questa
ragione ICS e ITF rimarcano la necessità “vitale” che “ai marittimi del mondo
siano donate esenzioni eque da qualsivoglia limitazione nazionale per gli
spostamenti, al fine di far funzionare le catene di approvvigionamento
marittime del mondo”.




Tempi di pre-crisi

Coronavirus:
l’appello del FMI per una ripresa coordinata dell’economia globale

L’istituzione
di Washington ritiene attualmente che la risposta alla pandemia da parte dei
paesi del G20 sia inferiore a quella fornita nel 2008.

Il Fondo
monetario internazionale (FMI) invita gli Stati e le istituzioni a “fare
di più” nell’ arginare la crisi economica e finanziaria innescata dalla
pandemia del coronavirus. In un post pubblicato lunedì (16 marzo), Kristalina
Georgieva, direttrice dell’istituzione di Washington, ha chiesto “uno
stimolo fiscale globale migliorato e sincronizzato”. All’inizio di marzo,
Georgieva ha avvertito che la crescita nel 2020 sarebbe stata inferiore al 2,9%
nel 2019, ma non ha potuto “prevedere quanto”. La maggior parte degli
economisti teme ora una recessione globale, con una crescita che scende al di
sotto del 2,5% entro il 2020.

“Nelle
economie avanzate, le banche centrali devono continuare a sostenere la domanda
e a rafforzare la fiducia”

Georgieva ha
elogiato i passi “coraggiosi” compiuti domenica dalle banche
centrali, tra cui la Fed, che hanno ridotto i tassi a zero. Tuttavia, il capo del
FMI sottolinea che gli investitori hanno ritirato 42 miliardi di euro (37,7
miliardi di euro) dai paesi emergenti a partire dall’inizio della crisi,
secondo i dati dell’Institute for International Finance (IIF), un massimo
storico. La politica monetaria nelle economie emergenti e in via di sviluppo
deve trovare un equilibrio tra il sostegno alla crescita e i vincoli di
pressione esterna, come il calo dei prezzi delle materie prime o la fuga di
capitali. Il FMI osserva che l’allentamento della politica monetaria nei paesi
del G7 aiuterà le banche centrali dei mercati emergenti a sostenere la domanda
interna. “In una situazione di crisi o di pre- crisi, le misure per
regolare i flussi di capitale possono essere temporaneamente impiegate”,
afferma il FMI.

“È
urgente fornire un’assistenza di bilancio sostanziale alle persone e alle
imprese colpite dalla pandemia”

Georgieva
sottolinea che i paesi del G20 hanno speso 900 miliardi di dollari, pari al 2%
del loro PIL, per far fronte all’ultima crisi finanziaria globale del 2008.
Questa volta, invita gli Stati a finanziare gli stipendi delle persone colpite
dalla crisi per evitare “fallimenti a cascata e licenziamenti di
massa” che avrebbero effetti duraturi sulla futura ripresa. Suggerisce,
inoltre, che si trasferisca denaro a famiglie a basso reddito al fine di
sostenere i consumi e mantenere il loro tenore di vita. Essa aggiunge che i
finanziamenti preferenziali forniti dalle principali economie e dalle istituzioni
finanziarie internazionali allevieranno la crisi nei paesi a basso reddito.

L’arsenale
normativo e di vigilanza deve “puntare a un equilibrio tra stabilità
finanziaria, solidità del sistema bancario e mantenimento dell’attività
economica”

La difficoltà
di ripagare il debito e il calo degli utili bancari “potrebbe danneggiare
la forza e la stabilità” del settore bancario, avverte il FMI.
l’istituzione invita le autorità ad allentare i loro regolamenti e a
incoraggiare la rinegoziazione dei prestiti ai mutuatari in difficoltà.
Incoraggia le autorità di vigilanza a “rafforzare” i controlli sulla forza
finanziaria delle entità regolamentate e ad aumentare il dialogo”. Vengono
suggerite diverse misure per rassicurare i mercati e gli investitori:
un’esenzione fiscale temporanea per i piccoli mutuatari, un programma di
riacquisto di attività a sostegno delle banche, garanzie su prestiti o
iniezioni di Capitale.

“La
cooperazione e il coordinamento globali sono fondamentali per la ripresa”

Con la
prevista riunione dei paesi del G7 alla fine di lunedì, il FMI afferma che
“un’azione determinata e coordinata da parte di coloro che hanno le più
importanti capacità di risposta” sarà utilizzata da tutti gli altri paesi.
Occorre prestare “particolare attenzione” a quanto le regioni e le
comunità difficili da raggiungere debbano essere sostenute. Il FMI afferma di
essere “pronto a mobilitare la sua capacità di prestito di 1 000 miliardi
di dollari per aiutare i suoi paesi membri a combattere la pandemia di
coronavirus e a ridurre i costi umani, economici e finanziari”.

Che ne è dell’influenza del petrolio in questa crisi?

Questo è il
momento che l’intero mondo del petrolio temeva: il prezzo del Brent si è stabilito,
lunedì 2 marzo,a  circa 51 dollari (46
euro) al barile. Una vera e propria caduta libera per il petrolio greggio, che
ha perso più del 25% del suo valore dall’inizio di gennaio, ed è al livello più
basso in quattordici mesi.

L’incidenza
del coronavirus è ancora difficile da misurare a lungo termine, ma gli effetti
immediati sono già numerosi, per una semplice ragione: la Cina è il più grande
importatore mondiale di petrolio. La chiusura di una parte della sua economia,
con conseguenze per il trasporto aereo e stradale e per l’attività industriale,
riduce la necessità di idrocarburi. Tuttavia, la crescita della domanda cinese
da sola ha permesso ai paesi ricchi di petrolio e alle major del settore di
avvicinarsi al 2020 con relativa serenità.

Soprattutto da
quando il peso del Regno di Mezzo sulla scacchiera petrolifera mondiale è
aumentato soprattutto negli ultimi anni. Nel 2003, durante l’epidemia di
sindrome respiratoria acuta grave (SARS), le esigenze della Cina erano di circa
5,7 milioni di barili al giorno. Da allora è più che raddoppiata, in quasi 14
milioni di barili, pari al 14% del fabbisogno mondiale.

“carnefi-Cina”

Inoltre, la
Cina ha rappresentato il 75% della crescita della domanda nel 2019, ha
dichiarato l’Agenzia internazionale per l’energia (AIE) in una nota di
febbraio. Di conseguenza, in un mercato in cui il petrolio è abbondante, i
prezzi sono in forte calo da diverse settimane e nessuno rischia di fissare un
piano. “Questa settimana [lunedì 24 febbraio a venerdì 28 febbraio] è una
carneficina che non lascia nessuno sicuro”, ha detto venerdì, analista
della Saxo Bank. “Una cosa è chiara: la situazione peggiorerà a
marzo”, avverte la ditta specializzata Rystad, sottolineando che l’impatto
non è solo per i produttori, ma anche per le raffinerie, i servizi e l’intera
catena del valore degli idrocarburi.

“Una cosa
è chiara: la situazione peggiorerà a marzo”, avverte rystad, studio
specializzato

L’epidemia di coronavirus – e le sue conseguenze economiche – arriva in un momento in cui il mercato petrolifero è stato sottovento per diversi mesi. Il continuo aumento della produzione di petrolio di scisto negli Stati Uniti, che ha raggiunto i 12 milioni di barili al giorno, ha totalmente sconvolto il gioco. Questo cosiddetto petrolio “non convenzionale” si è posizionato come un serio concorrente di giocatori molto grandi come l’Arabia Saudita e la Russia. Nel 2018, gli Stati Uniti sono diventati il più grande produttore al mondo e, entro il 2020, si prevede che diventerà un esportatore netto di prodotti petroliferi. Una vera rivoluzione nel settore, il cui limite non è ancora noto. Poiché il consumo globale continua ad aumentare, con oltre 100 milioni di barili consumati ogni giorno, altri paesi petroliferi hanno cercato di vendicarsi.

Articolo a cura di Francesca Tinelli




Chiude l’agenzia delle entrate! stop a tutti i pagamenti

Gli sportelli rimarranno chiusi durante il periodo di emergenza.

. In considerazione delle misure contenute nel decreto legge e al fine di tutelare al meglio la salute dei cittadini e del personale addetto, Il Presidente ha dato disposizione per la chiusura dal 18 al 25 marzo degli sportelli di Agenzia delle entrate-Riscossione, presenti su tutto il territorio nazionale, che erogano servizi al pubblico. Il personale dell’Ente, attraverso attività di back office, garantirà l’operatività e la fruibilità dei servizi online, disponibili h24 sul portale www.agenziaentrateriscossione.gov.it e sull’App Equiclick, fornendo assistenza con i consueti canali di ascolto che, per l’occasione, sono stati potenziati con nuovi indirizzi mail per eventuali richieste di assistenza, urgenti e indifferibili, riferite, ad esempio, a procedure attivate prima del periodo sospensivo. 




Caduta libera per le borse mondiali, Milano in rosso ma recupera all’ultimo momento

Giorno estremamente tenso e negativo per i mercati azionari europei.

Lo spread tra Btp e Bund chiude in netto rialzo a 262 punti base dai 233 della chiusura di venerdì scorso, dopo aver toccato un massimo di seduta di 266. Il tasso di rendimento del decennale italiano è al 2,15%. 

Lunedì nero per Wall Street, che chiude la peggiore seduta dal 1987. Il Dow Jones chiude perdendo il 12,94%, in quella che è la peggiore seduta della sua storia in termini di punti persi, 2.999,10 punti.

La Consob torna a vietare temporaneamente le vendite allo scoperto su 20 titoli azionari quotati a Piazza Affari. Il divieto, che ricalca in misura più ridotta quello deciso per venerdì scorso, è valido nell’intera giornata di domani, martedì 17 marzo.




Anche Apple viene colpita dal coronavirus.

Il produttore del Mac e iPhone ha annunciato la chiusura di tutti i suoi negozi in tutto il mondo, almeno fino al 27 marzo.

Apple, in
quanto potente multinazionale di elettronica, è colpita dal coronavirus.
L’eccezionale situazione ha portato l’inventore di Mac, iPad e iPhone a fare un
nuovo passo: la chiusura, annunciata venerdì 13 marzo, di tutti i suoi negozi
in tutto il mondo.

In questi
templi di alto consumo tecnologico, con il suo design elegante, non saranno più
aperti dal 27 marzo.

La chiusura di
questi 507 negozi in tutto il mondo – di cui 271 negli Stati Uniti –
inevitabilmente ridurrà il fatturato del gruppo. Anche se, ironia della sorte,
i 42 negozi in Cina saranno gli unici a rimanere aperti a causa del
miglioramento della situazione sanitaria sul campo.

Apple ha
avvertito i mercati finanziari che non raggiungerà i suoi obiettivi finanziari
per il trimestre in corso. Il 17 febbraio, il gruppo statunitense aveva già
emesso un avviso, mettendo in discussione le sue previsioni pubblicate alla
fine di gennaio. A quel tempo, la celebre azienda della silicon valley ha
evidenziato due cause legate alla situazione in Cina, il primo paese ad essere
colpito da coronavirus da dicembre. La produzione di iPhone sarà infatti “limitata”
per un po ‘.

Il prodotto di
punta di Apple è prodotto quasi esclusivamente in fabbriche di fornitori cinesi
che impiegano quasi un milione di dipendenti, che hanno temporaneamente sospeso
le loro attività. A metà febbraio, i siti di produzione avevano già riaperto,
ma “stanno crescendo più velocemente del previsto”, ha detto
l’azienda. Alcune carenze di offerta sono da aspettarsi, e alcuni osservatori
ipotizzano che i lanci di nuovi prodotti, come i telefoni compatibili con il
5G, potrebbero essere ritardati.

L’altra
ragione data da Apple è la “diminuzione della domanda” per i prodotti
Apple in Cina, dove l’azienda ha 10.000 dipendenti. I negozi in loco, così come
quelli di venditori di terze parti, sono stati chiusi prima di essere riaperti
il 13 marzo. Il sonno temporaneo di tutti i negozi di tutto il mondo, insieme
alla chiusura di rivenditori come Fnac o Darty in Francia.

L’evoluzione
contcatenat di conseguenze dell’epidemia di coronavirus sul settore high tech determinerà
se questa “unione sacra” degli osservatori economici continuerà.




Non siamo mai stati così vicini al 2014, l’Eurozona chiude il 2019 debole.

Si avanza in maniera troppo misera, il tassso di crescita di paesi come Italia e Germania è preoccupante, bene la Spagna.

Ciò che l’Europa
ha subito di più in termini economici è la precarietà politica e sociale, un
fattore che si è tradotto in rallentamenti pluridirezionali, sia internamente che
esternamente ed in tutto il continente, non soltanto nei paesi più “in vista”.
Il ritmo, sempre più flebiole, dell’attività economica nell’ultimo trimestre
dell’anno ha ricondotto il prodotto interno lordo dell’area dell’euro al tasso
di crescita più sottile dal 2014. I paesi aderenti alla moneta unica hanno
chiuso lo scorso anno con una misera espansione dell’1,2%, abbandonando ben sette
decimi dal precedente 2018. La crescita sorprendente ed inaspettata della
Spagna, che ha perfino ottimizzato il suo bilancio economico nell’ultimo
trimestre dell’anno, non è tuttavia riuscita a controbilanciare le perdite di
Germania, Francia e Italia.

L’eurozona è apparsa
sciupata nell’ultimo tratto dell’anno trascorso.

A seguito di uno sviluppo dello 0,3% nel terzo trimestre, ha terminato l’anno con un incremento flebile del 0,1%. L’aumento di lestezza attività economica iberica non è stato proporzionato al bisogno di equilibrare il crepuscolo dell’economia italiana e francese.

Le politiche
espansive, d’altra parte, non hanno neutralizzato gli esiti delle tensioni
sociali francesi. Infatti, l’economia d’oltralpe si è contratta dello 0,1%
nell’ultimo trimestre del 2019, nonostante il fatto che nel corso dell’anno è
stata confermata all’1,2%. Il ministro francese dell’Economia Bruno Le Maire ha
affermato, attraverso un rappresentante, che “gli scioperi di dicembre
hanno rallentato la crescita francese nell’ultimo trimestre del 2019”.
“Alcune infrastrutture come i porti, la rete ferroviaria e i depositi di
carburante sono state interrotte. Di fronte a queste difficoltà di
approvvigionamento, la produzione industriale è diminuita a dicembre e le
aziende hanno dovuto fare affidamento sulle loro scorte per soddisfare la
domanda”, ha sostenuto il proprietario della finanza, che ha considerato
la battuta d’arresto “temporanea”.

Il deperimento
più marcato del PIL in Italia tra ottobre e dicembre, pari allo 0,3% è dovuto
alla contrazione dell’industria ed alla stagnazione nel settore dei servizi,
almeno secondo l’ISTAT.

Nel complesso quest’anno è cresciuta di soli due decimi, lasciandola ancora incapace di riprendersi ai livelli di crisi pre-economica e aprendo il divario di crescita con l’area dell’euro nel suo complesso. Ugualmente, il progresso in Germania è stato mediocre. Secondo i dati lungimiranti del suo servizio statistico Destatis, la sua economia avanzò soltanto del 0,6%.

Articolo a cura di Francesa Tinelli




Intesa con Qatar e fiuncantieri per qunato riguarda la flotta navale.

Anche per quanta riguarda le tecnologie il ministero della difesa fa un accordo.

– Un Memorandum
of Understanding (MoU) per la preparazione, la fabbricazione e l’amministrazione
della base navale, la gestione dell’intera flotta navale, l’attivazione di
nuove tecnologie (come il Digital Radar e la Cyber Security) e la fornitura di recenti
unità navali e sottomarini è stato sottoscritto a Doha tra Fincantieri e il
Ministero della Difesa del Qatar, attraverso Barzan Holdings (100% Ministero
della Difesa del Qatar). Il MoU fortifica la collaborazione militare e potrebbe
portare alla futura acquisizione di nuove unità già nel 2020.

    L’accordo
attiva la relazione tra Fincantieri e le forze armate del Qatar. Nel giugno
2016 fu ratificato un contratto con il ministero della Difesa qatariota del
valore di 4 miliardi di euro che presume la fornitura di molteplici navi. Il
Memorandum si inserisce nella strategia di sviluppo di Fincantieri in Medio
Oriente. La firma è successa tra l’Ad di Fincantieri, Giuseppe Bono e per il
Ministero della Difesa del Qatar il Presidente di Barzan Holding, Nasser Al
Naimi.




Il presidente di Confindustria Boccia dichiara: Cambiare con circolare.

“I risultati raggiunti da Diasen testimoniano come sia possibile conciliare crescita economica e attenzione all’ambiente nel rispetto dell’interesse generale: la sfida, colta e vinta dalla Diasen, è affermare un concetto di sostenibilità equilibrato, dove ambiente economia e società si integrano e rafforzano l’un l’altro”.

 Così il Presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, che domani al Teatro Gentile a Fabriano, parteciperà alle celebrazioni del ventennale dell’azienda di Sassoferrato guidata dal presidente Diego Mingarelli e leader nel settore dell’edilizia ecologica. Boccia prenderà parte al talk “Oltre l’orizzonte: i prossimi vent’anni delle Pmi”. Secondo il leader degli industriali italiani, “il cambiamento in atto, che vede le imprese italiane al primo posto in Europa per l’economia circolare, deve passare per una nuova sensibilità che metta l’industria al centro dell’economia e l’uomo al centro della società”.