Sydney è a rischio di blackout a causa degli incendi

Il ministro dell’energia incita a ridurre i consumi

 

Sydney, la più grande città dell’Australia, rischia di rimanere al buio a causa degli incendi che stanno mettendo a dura prova le forniture di energia elettrica nello Stato più popolato del continente. E la situazione peggiora di ora in ora.
Il ministro dell’Energia Matt Kean, in un tweet, ha invitato i residenti a ridurre il consumo di elettricità e a “spegnere le pompe della piscina, le luci nelle stanze non occupate ed evitare l’uso di lavatrici e lavastoviglie”. Gli incendi che stanno devastando il Nuovo Galles del Sud hanno abbattuto le linee di trasmissione nella parte meridionale dello Stato, che sono collegate al vicino Stato di Victoria. Il direttore della società elettrica TransGrid, Paul Italiano, ha dichiarato che il sistema finora ha resistito, seppure “sotto stress”. Nel Nuovo Galles del Sud vivono otto milioni di persone, il 65% nella zona di Greater Sydney.




Malasanità: operato all’intestino e asportano organo sano

Clamoroso caso di malasanità in Australia: a un paziente di tumore è stato asportato un organo sano.

La malasanità purtroppo non ha confini. In Australia però si è raggiunto davvero un paradosso. A un paziente affetto di tumore all’intestino è stato asportato un organo sano.

Il fatto è accaduto al Northern Beaches Hospital di Sydney. Il nome del paziente non è stato divulgato per motivi di privacy. Tuttavia, l’errore non sarebbe stato causato dall’ospedale, ma dal laboratorio privato che ha effettuato le prime analisi sul paziente.

Il caso è stato davvero imbarazzante per l’ospedale e attualmente le indagini sono ancora in corso. La notizia è stata diffusa dal Sydney Morning Herald.

Il ministro della salute del Nuovo Galles del sud Brad Hazzard ha esortato l’ospedale a fornire al paziente e alla sua famiglia tutto il supporto possibile.

Al momento non si conoscono ancora le ripercussioni che potrebbero esserci sulla salute del povero paziente ignaro. Un altro aspetto abbastanza proccupante è il fatto che l’ospedale sia stata inaugurato recentemente, solo nell’ottobre 2018. Dunque neanche un anno fa.

Da quando è stato aperto, ha cambiato direttore ben 5 volte.

 

 




Moschee, processo per 6 persone

 

E’ iniziato in Nuova Zelanda il processo a sei persone che avevano diffuso il video dell’attacco a due moschee a Christchurch, il mese scorso. La pena per la diffusione di materiale considerato discutibile può arrivare fino a 14 anni di carcere. In questo caso, si tratta di un video shock che è stato trasmesso in diretta su Facebook dallo stesso killer che il 15 marzo ha ucciso 50 fedeli musulmani. Due degli accusati, un 44enne e un 18enne, sono tenuti in custodia cautelare. Il giudice ha negato loro il rilascio su cauzione e dovranno tornare in tribunale rispettivamente, il 26 aprile e il 31 luglio. Il 18enne è accusato di aver ridistribuito il filmato di Brenton Harrison Tarrant aggiungendo sulle immagini “obiettivo conquistato”. In Nuova Zelanda sono stati censurati sia il video che il ‘manifesto’ pubblicato dal terrorista su internet.




Il Parlamento neozelandese riapre con una preghiera dell’Imam

 

 

I

l massacro di Christchurch ha paralizzato la vita neozelandese. Lo choc ha fermato anche la politica e il Parlamento neozelandese ha ripreso i lavori ieri con una iniziativa sorprendente. Le attività sono state precedute da una commovente preghiera recitata all’Imam Nizam ul haq Thanvi. Commovente anche se in arabo e da quelle parti non lo si parli, perché le emozioni si innescano anche solo con le vibrazioni della voce, le intonazioni, i più impercettibili gesti, perché il cuore sente e traduce senza bisogno di interpreti. Il rispettoso silenzio di chi era in aula è poi proseguito con invocazioni in inglese dispensate da Tahir Nawaz, presidente della International Muslim Association of New Zealand. Invece di dar luogo al solito (e altrettanto inutile) “question time”, maggioranza e opposizione hanno scelto di dimostrare così la loro coesione e la loro vicinanza alle vittime della strage e ai loro famigliari.

I toni – anziché impennarsi con i torrenziali vomiti di post e tweet dalle espressioni incandescenti – si sono affievoliti nel rispetto di chi ha pagato con la vita il gesto di un criminale dalla lucida follia. Abituati ad etichettare le violenze più efferate con matrici religiose o ideologiche, stavolta nessuno ha parlato di “terrorismo cristiano” come nessun altro dovrebbe identificare “islamico” quello di chi semina la morte ostentando una fede che certamente non ha. Integralismi e intolleranze sono il concime della mala pianta i cui frutti riempiono le pagine della cronaca e addolorano chi – nella rispettiva comunità – professa un credo senza dubbio estraneo a certi comportamenti. Religione e fede come alibi per chi colpisce, come scusa per fomentare gli animi sull’altro versante.

Quei cinquanta morti sono benzina gettata sul fuoco inestinguibile dell’odio, sono un tassello di un domino che è destinato a cadere sul successivo e proseguire in un indesiderato crollo di ogni pezzo sistemato in sequenza. La sparatoria di Utrecht di ieri è solo un minuscolo sussulto e le forze di polizia temono il verificarsi di altri episodi di estrema efferatezza: le dinamiche emulative hanno una propagazione incontrollabile ed imprevedibile e quindi c’è da aspettarsi di tutto e ovunque. Gli imbecilli sono uguali in tutto il mondo, a prescindere dalla loro etnia o ideologia, e la loro competizione coinvolge sempre gente innocente. Il verificarsi di episodi tanto dolorosi è spesso seguito dalla partecipazione emotiva di un pubblico che – grazie ai social o maledetti loro – esprime commozione o incredibilmente gioisce per la malefatta incitandone la reiterazione.

Internet è l’habitat della “propaganda”, spesso fine a se stessa. sovente volta a raccattare consensi non importa da chi e non importa con quali conseguenze. Se la macchina della persuasione – più o meno urlata – non la si può fermare (in nome della libertà di espressione ci sarebbe sempre qualcuno pronto a lamentare una presunta censura), se i leader politici sono convinti di mietere successi seminando rancore e acrimonia (incuranti della devastazione sociale cui danno forma), se i cattivi esempi sono i più facili a seguirsi, se la prevaricazione è fraintesa e immaginata come far valere i propri diritti, probabilmente è necessario trovare il tasto “reset” sul telecomando del vivere quotidiano e reimpostare il nostro domani. Probabilmente si dovrebbe “vaccinare” la popolazione e soprattutto quella che si muove in Rete nella più incosciente inconsapevolezza. L’educazione è il miglior siero, la cultura il più efficace antidoto: il disastro, forse, lo si può ancora evitare.

Tahir Nawaz alla vista degli omaggi floreali lasciati dinanzi alle moschee prese a bersaglio ha detto “ciascun fiore con la propria storia è un singolo messaggio che viene dal più profondo del cuore. Questi messaggi ci toccano da vicino perche arrivano dalla vera gente della Nuova Zelanda”. Altrove la reazione sarebbe arrivata con una diretta Facebook o un video su Instagram la cui violenza verbale avrebbe soddisfatto solo chi si abbevera di livore. Ma l’ostilità, anche la più feroce, non disseta nessuno e – anzi – fa crescere a dismisura un desiderio di risentimento e acredine…




Paese in lutto, primi funerali a Christchurch

 

Inizia a raccogliersi nel dolore la Nuova Zelanda che, quest’oggi, ha celebrato i primi due funerali delle 50 vittime del massacro di Christchurch. In città si è nuovamente recata la premier Jacinda Ardern, dopo una giornata di lavori in Parlamento aperta da una preghiera condotta assieme all’imam Nizam ul haq Thanvi. Centinaia di persone hanno affollato il sito dove le esequie si sono svolte, praticamente in contemporanea alla diffusione dei nomi di cinque delle persone morte nell’attentato, a seguito dell’identificazione effettuata: si tratta di Hati Mohemmed Doud Nabi, 71 anni, Mohsen Mohammed Al Harbi, di 63, Junaid Ismail, di 36 – tutti neozelandesi – e Kamel Moh’d Kamal Kamel Darwish, 38enne originario della Giordania. Fra loro anche un bimbo di appena 3 anni, Mucaad Ibrahim, la più giovane vittima della strage. In totale, sono 27 i corpi identificati, 12 dei quali restituiti alle rispettive famiglie. Alcuni torneranno nei loro Paesi d’origine.

In mattinata, la premier Jacinda Ardern ha incontrato gli studenti della scuola superiore Cashmereche hanno perso nella strage alcuni loro compagni. La stessa premier ha poi ribadito il cambiamento di rotta sulla legislazione relativa alle armi, affermando che la Nuova Zelanda è stata un “esempio di cosa non fare” per quanto riguarda il controllo lassista delle armi e queste lacune saranno affrontate. Ardern ha inoltre spiegato che saranno necessarie revisioni dei servizi di sicurezza e che gli stessi servizi ne hanno fatto richiesta. La premier parla di dolore e rabbia, di un controllo sempre vigile sui gruppi estremisti ma, allo stesso tempo, di una mancata percezione del pericolo costituito da Tarrant per la quale non si da pace.

Nel frattempo, dalla Turchia torna a levarsi la voce di Recep Tayyip Erdogan, prodigo di minacce all’attentatore Brenton Tarrant al quale, ha affermato durante un comizio elettorale, “in un modo o nell’altro la faremo pagare”. Nel prosieguo del discorso, Erdogan è stato ancora più esplicito: “Tu hai ucciso ignobilmente cinquanta nostri fratelli. Pagherai per questo. Se la Nuova Zelanda non ti punirà,noi sappiamo come fartela pagare in un modo o nell’altro”. Due giorni fa, lo stesso Erdogan era finito nel mirino della critica australiana, a seguito di alcune frasi definite infelici dal premier Scott Morrison: “Gli australiani che sarebbero stati ostili all’Islam – aveva detto il presidente turco – avrebbero subito lo stesso destino dei soldati australiani uccisi dalle forze ottomane durante la Battaglia di Gallipoli durante la Prima Guerra Mondiale”. Frasi non passate inosservate, definite “scioccanti” e argomento di immediata discussione con l’ambasciatore di Ankara in Australia.




Quattro persone accoltellate in una scuola di Oslo

 

aura in una scuola di Oslo, in Norvegia, dove un insegnante e tre membri dello staff sono stati accoltellati da una persona. E’ quanto ha riferito la polizia norvegese, comunicando che l’aggressore è stato arrestato. Al momento non è chiaro cosa abbia spinto l’aggressore a compiere il folle gesto, per questo la polizia sta indagando sul movente.




Strage di Christchurch, Alberto Negri parla di “internazionale del suprematismo bianco”

Il giornalista esperto in Medio Oriente e analista geopolitico Alberto Negri parla della strage di Christchurch, in Nuova Zelanda.

La Nuova Zelanda è terra di accoglienza, integrazione, dialogo. Il cuore di questo paese esempio di ospitalità è stato colpito quando quarantanove persone sono morte a Christchurch per un attentatore che in diretta streaming voleva fare una strage di fedeli che si recavano alla moschea. La premier Jacinda Ardern ricorda che la Nuova Zelanda è un paese “rappresentante della diversità, della compassione, della gentilezza”, e per questo un gesto tanto efferato quanto gratuito e insensato risulta ancora più difficile da accettare e comprendere.

Cosa può spingere un uomo ad accanirsi così violentemente contro degli innocenti? Quale folle ideologia, oggi, può spingere a tanta brutalità? E perché la necessità di trasmettere tutto in diretta Facebook? Il giornalista esperto in Medio Oriente e analista geopolitico Alberto Negri ha provato a dare la sua risposta a queste domande al giornale online In Terris. “C’è un fenomeno, quello del suprematismo bianco, che è stato largamente sottovalutato negli ultimi anni”, esordisce Negri. “Nel 2017, secondo i dati americani, il 60-70% degli omicidi di stampo politico, ideologico o religioso, sono stati messi in atto da suprematisti bianchi o da gruppi di estrema destra, neonazisti. E sono largamente superiori a quelli commessi dagli estremisti islamici. Da qui la sottovalutazione del fenomeno”. Il fenomeno del suprematismo bianco e dell’estremismo di destra, aggiunge Negri, resta marginale nella società, ma ciononostante è “molto esteso dal punto di vista globale”.

Ciò che contraddistingue i suprematisti bianchi è la convinzione che “che il radicalismo islamico e l’immigrazione siano da combattere anche con la violenza”. Si tratta quindi di un fenomeno prodotto nel nostro secolo, da una società che ha paura di chi porta il velo o professa religioni diverse dalla nostra. “L’attentatore di Christchurch, ad esempio, ha un documento che non solo inneggia a Trump (anche se lo critica da altre parti) ma che in qualche modo fa riferimenti a fatti ed eventi, recenti o del passato, che si rifanno a correnti islamofobe. Quindi ci troviamo di fronte ad attentatori singoli ma che, attraverso la rete, hanno dei contatti di tipo globale”. “Questa dimensione fa pensare a una sorta di internazionale del suprematismo o di grande e violenta patria bianca che non conosce confine e che prende ispirazione da gesti compiuti anche molto lontano da dove avvengono poi le stragi”.

Il ruolo di internet come strumento veicolante, per il suprematismo così come per il jihadismo

Il suprematismo bianco sembra avere dei tratti in comune con il jihadismo, almeno nell’uso della rete per attirare proseliti e seguaci. “In parte possiamo avvicinare le due cose, proprio perché anche questi gruppi sfruttano molto internet. Questo attentato, peraltro, ha la novità quasi assoluta di essere stato trasmesso in streaming. Internet è un po’ la base su cui corrono e scorrono le idee di questi gruppi”. Per diffondere estremismi e ideologie, internet sembra perfetto. Lancia un messaggio a milioni di persone, è facile mantenere l’anonimato, annulla gli spazi e le distanze e ti mette in contatto con persone che la pensano come te. “Internet amplifica moltissimo la diffusione di documenti che si rifanno a ideologie non solo suprematiste ma anche antisemite, islamofobe e di difesa della razza bianca”. Possono sembrare episodi isolati, negli Stati Uniti, in Europa o in Australia, ma “se andiamo a vedere i dati della loro diffusione globale, ci rendiamo conto che non si tratta solo di fatti locali ma sono una spia di malessere generale, innescato da diversi fattori che si rifà a ideologie razziste, neonaziste e antisemite di cui conosciamo molto bene le origini”.

“Fino a poco tempo fa la Nuova Zelanda sembrava immune dai malesseri che c’erano in altre zone del mondo, anche in Australia. Gli inquirenti dovranno capire, sulla figura di questo Tarrant, perché è accaduto lì. Sarà necessario capire se l’attentatore aveva fin dall’inizio l’intenzione di colpire a Christchurch o se prima aveva progettato di farlo in Australia, o se era già un elemento sotto la lente delle autorità. Il fatto che sia andato in Nuova Zelanda mi fa pensare che potesse essere già sotto osservazione da parte degli inquirenti. Forse potrebbe essere una spiegazione ma qui siamo nel campo delle ipotesi. Ora dovranno dirci le autorità locali chi sono questi personaggi, Tarrant e gli altri arrestati, se sono connessi e in che modo a questa strage. Saranno loro che dovranno arricchirci di dettagli e informazioni utili a ricostruire il quadro”, conclude Alberto Negri.




Nuova Zelanda, il premier: “Stretta su armi entro 10 giorni”. Tarrant rinuncia al legale

 

Brenton Tarrant, il ventottenne cittadino australiano arrestato per le stragi nelle due moschee in Nuova Zelanda, ha licenziato il suo avvocato e intende difendersi da solo davanti ai giudici. Lo riferisce il New Zealand Herald, sottolineando che ciò suscita il timore che Tarrant possa cercare di trasformare il processo in uno strumento per la propaganda suprematista.

Richard Peters, l’avvocato d’ufficio che ha difeso Tarrant nella sua prima apparizione davanti ai giudici sabato, ha detto di aver saputo dal suo assistito gli ha detto di volere difendersi da solo d’ora in poi. Peters ha aggiunto che Tarrant gli è parso lucido e non mentalmente instabile, sebbene abbia convinzioni estremiste.

Il primo ministro della Nuova Zelanda Jacinda Ardern ha annunciato che entro 10 giorni sarà annunciata la riforme della legge sulla vendita delle armi. La premier ha anche annunciato un’inchiesta sui servizi di intelligence. Il suprematista bianco australiano autore della strage di Christchurch costata la vita a 50 persone non era infatti mai stato schedato Il timore è che gli 007 fossero eccessivamente concentrati sulla comunità musulmana nel rilevare e prevenire rischi per la sicurezza.




STRAGE NUOVA ZELANDA: ENORME DOLORE E GRANDE PREOCCUPAZIONE

 

 “Provo un enorme dolore e vivo allo stesso tempo una grandissima preoccupazione. Il terribile atto di violenza a Christchurch va condannato senza se e senza ma”. Così il senatore Pd Francesco Giacobbe, eletto in Australia, sull’attentato alle moschee di Christchurch, dove sono morte 49 persone.
“È davvero inquietante il clima di violenza che gruppi estremisti fomentano nel mondo”, continua Giacobbe. “Come senatore italiano eletto all’estero nella circoscrizione che comprende la Nuova Zelanda non può non atterrirmi la notizia che sui caricatori delle armi usate per la strage, fosse inciso il nome di Luca Traini, il 28enne di Tolentino autore della terribile sparatoria di Macerata. Voglio esprimere tutta la mia solidarietà personale e quella di tutto il gruppo del Pd al Senato alla Nuova Zelanda”, conclude Giacobbe. “Dobbiamo tutti continuare a lavorare insieme perché i processi di integrazione e tolleranza sono e restano le risposte più efficaci a questo terribile clima di odio” .

 




Squalo attacca surfista, spiagge chiuse in Australia.

 

 

 

Spiagge chiuse n Australia nord-orientale, dopo l’attacco questa mattina alle 06:40 di un surfista che è stato ferito gravemente ad una coscia da uno squalo bianco al largo di Belongil Beach, a nord di Byron Bay. L’uomo Sam Edwardes, di 41 anni, ha riportato una profonda lacerazione alla gamba e ha perso molto sangue. Secondo la testimone Dane Davidson, l’uomo si trovava in mare con altri surfisti quando, nel tentativo di cavalcare un’onda, è scomparso alla vista. Dopo l’attacco dello squalo è riuscito a mettersi in salvo, nuotando fino a un vicino frangiflutti, dove ha chiamato i soccorsi. Trasferito in aereo all’aeroporto universitario della Gold Coast all’ospedale, le sue condizioni risultano gravi ma stabili. E il terribile incidente, arriva appena un giorno dopo che un bagnino di 69 anni è scomparso mentre nuotava nella vicina Ballina. Oltre a spaventare i turisti che sono fuggiti in massa dalla costa, ha anche riaperto il dibattito sulla necessità di mantenere gli squali fra le specie protette: proprio il ministro della Pesca ha detto di voler procedere a un “censimento” degli animali e valutare quindi la revoca del divieto di ucciderli. L’ordine di chiusura delle spiagge è partito dal dipartimento pesca dello Stato. Le spiagge resteranno chiuse comunque per altre 24 ore. Lo scorso anno è stato introdotto un programma di monitoraggio che ha dimostrato come gli animali, che non hanno altri predatori all’infuori di uomini, balene o altri squali, possono sostare “indisturbati” nella costa orientale dell’Australia per dei mesi. Gli esperti hanno anche spiegato come gli attacchi all’uomo, circa quindici all’anno di cui almeno uno fatale, sono aumentati assieme all’aumento della popolazione e della popolarità degli sport d’acqua. Ci sono 165 specie di squali in Australia e molti sono pericolosi per l’uomo. Per questo il governo intende cambiare strategia, soprattutto per salvaguardare l’industria del turismo che vive di mare e che viene messa dura prova dopo ogni incidente. Fra le prime misure adottate, il divieto per i tour operator di gettare cibo in mare per attirare i pesci, soprattutto quelli grandi, vicino alle gabbie subacquee dove i turisti si chiudono per provare l’ebbrezza degli incontri ravvicinati con i predatori del mare. E proprio il video di un “incontro ravvicinato” con uno squalo bianco sta facendo il giro delle tv del mondo: diversi subacquei in immersione sono stati “affiancati” da un gigante bianco di oltre sei metri, andato via dopo essersi fatto accarezzare da una biologa. La telecamera ha ripreso tutto l’incredibile incontro, finito bene. Dal 1950 al 2014  le vittime degli squali sono 13, l’ultima nel 2012. L’episodio potrebbe ricordare a qualcuno il film “Lo Squalo”, continua Giovanni D’Agata, ma in realtà questi pesci di solito non attaccano l’uomo, anzi, cercano di evitarlo, e in mancanza di “provocazioni” è estremamente raro che attacchino. Gli squali non rappresentano una minaccia ed è essenziale cambiare la percezione e l’immagine che abbiamo di loro come simbolo di terrore. E, ancor più importante, ad aumentare i rischi è in buona parte il comportamento umano. “Mano a mano che in tutto il mondo cresce il numero di persone interessate a fare attività ricreative in mare dobbiamo aspettarci un conseguente aumento di incidenti”, spiega l’International Shark Attack File nel suo report del 2017. Al contrario sono gli squali a dover temere gli uomini. Nel 2017 i ricercatori hanno stimato che ogni anno nel mondo vengono uccisi 100 milioni di squali pari una percentuale della popolazione totale compresa tra il 6,4 e il 7,9%. Un tasso di mortalità che i biologi giudicano insostenibile.