Allarme dal Regno Unito: anche i bambini colpiti da una misteriosa sindrome

 Nelle ultime settimane c’è stato un aumento del numero di bimbi che presentano tre sintomi chiave di uno stato infiammatorio multisistemico

 

Ieri sera i medici di tutto il Regno Unito hanno ricevuto un allarme urgente su una nuova sindrome correlata al coronavirus che colpisce i bambini.  Una misteriosa sindrome, finora sconosciuta e riconducibile al coronavirus, starebbe diffondendosi tra i più giovani: pochi casi, per il momento, ma sufficienti per alzare al massimo l’allerta negli ospedali del Regno Unito.

L’allarme è stato lanciato dalla rivisita medica Health Service Journal, dopo che un numero crescente di bambini è stato ricoverato in terapia intensiva a causa di uno stato infiammatorio dei vasi sanguigni. Sintomi che sembra possano essere correlati alla malattia Covid-19.

«Nelle ultime tre settimane, in tutta Londra e anche in altre regioni del Regno Unito – si legge nella circolare inviata ai medici di base – c’è stato un evidente aumento del numero di bambini di tutte le età che presentano uno stato infiammatorio multisistemico, che richiede cure intensive».

Un nuovo sintomo che ha generato «crescente preoccupazione», tra chi teme che «possa esserci un altro patogeno infettivo, non ancora identificato, associato a questi casi».Finora sono scarsi i dati a disposizione, sia a livello di sintomatologia sia di diffusione dell’infiammazione: alcuni tra i bambini ricoverati sono risultati positivi al Covid-19, altri sembra lo avessero contratto in passato e altri ancora no.

I più giovani, sono sempre stati considerati a basso rischio coronavirus e, proprio per questo, adesso anche la Pediatric Intensive Care Society ha invitato i medici a “riferire con la massima urgenza casi analoghi”




Cresce il numero dei morti tra i medici e gli infermieri.

 

 

Da inizio epidemia sono 26 gli infermieri deceduti per Covid-19 e 6.549 i contagiati, ben 1.049 in più rispetto a sabato scorso. I dati sono stati resi noti dalla Federazione Nazionale Ordini Professioni Infermieristiche (Fnopi), che sottolinea come nel giro di 48 ore il numero di positivi tra gli infermieri sia pari a un terzo dei contagiati totali nello stesso periodo di tempo. E indica che è la categoria sanitaria che conta il maggior numero di positivi: il 52% di tutti gli operatori.

E altri 5 medici hanno perso la vita a causa dell’epidemia di Covid-19. Il totale dei decessi, si apprende dalla Federazione nazionale degli ordini dei medici (Fnomceo), sale così a 94.

“Non bisognerebbe dare date sulla riapertura del Paese – spiega all’ANSA il virologio ell’Università di Padova Andrea Crisanti – e sul momento in cui sarà possibile uscire di casa, perchè la ripartenza dovrebbe avviarsi solo nel momento in cui avremo una condizione di rischio accettabile, altrimenti la ripresa dell’epidemia è pressochè certa”. “Se seguissimo il modello cinese – dice – per la riapertura sarebbero necessari ancora dei mesi”.

“In questo momento di sfide sono felice di annunciare che un team di dottori e infermieri dalla Romania e un altro dalla Norvegia saranno dispiegati in Italia“. Lo afferma il commissario per la Gestione delle crisi, Janez Lenarcic. “Inizialmente c’è stata una risposta inadeguata da parte di alcuni paesi europei alle richieste italiane, ma le cose sono cambiate ora, l’Italia non è sola e l’Europa è solidale con l’Italia”, ha aggiunto.

Da maggio in Italia prodotte mascherine per medici – Da maggio in Italia, per la prima volta, saranno prodotte anche mascherine Ffp2 e Ffp3, quelle più protettive, che saranno distribuite ai sanitari impegnati in prima linea nella battaglia contro il coronavirus. “Con l’AID, Agenzia Industrie Difesa, abbiamo avviato un progetto di riconversione di un nostro stabilimento che da maggio trasformerà le sue linee produttive per fornire mascherine: 200mila al giorno, sei milioni in un mese”.

“Il numero di uomini e donne che perderanno la vita per il virus continuerà a crescere – ha detto il commissario Domenico Arcuri -. Nei prossimi giorni in vista della Pasqua non dimenticate mai che si è portato via già 16.523 vite umane. Torno a supplicarvi, nelle prossime ore non cancellate mai questo numero dalla memoria. Attenti a illusioni ottiche, pericolosi miraggi, non siamo a pochi passi dall’uscita dell’emergenza, da un’ipotetica ora X che ci riporterà alla situazione di prima, nessun liberi tutti per ritornare alle vecchie abitudini”.

“Una mascherina chirurgica non può essere rivenduta ad un prezzo 10 volte maggiore del costo, questo non è libertà di mercato ma una speculazione due volte insopportabile, perché non si specula sui bisogni degli altri e perché non si specula sulla vita degli altri”, ha detto ancora Arcuri dopo una serie di segnalazioni sul rincaro dei prezzi delle mascherine. “Anche pochi casi sono intollerabili – ha aggiunto – vanno denunciati e combattuti. Le forze dell’ordine sono già intervenute e continueranno a farlo”.

“Per ora ci occupiamo di rifornire il numero massimo di mascherine alle strutture sanitarie che combattono – ha detto Arcuri – , non ci occupiamo di distribuire mascherine ai cittadini. Se alcune regioni ritengono legittimamente di doverle fornire, se ne occuperanno loro, fino a una nuova organizzazione che non è ancora arrivata. Se vuole la mia opinione, credo che per molto tempo molti di noi se non tutti ci dovremo abituare ad utilizzare questo strumento di protezione”.

Viminale, ieri altri 10mila denunciati – Oltre diecimila persone sanzionate ieri dalle forze dell’ordine durante i controlli sul rispetto delle misure di contenimento della diffusione del Coronavirus: 10.375 per violazione dei divieti anti-contagio, 60 per false dichiarazioni, 14 per violata quarantena. Sono state 271.675 le persone controllate, informa il Viminale. Gli esercii monitorati sono stati invece 94.129: 106 i titolari sanzionati, per 31 è stata disposta la chiusura.




Coronavirus, Arcuri: ‘Battaglia non vinta, non si torna alla normalità’

 

“La nostra battaglia contro il Coronavirus prosegue senza sosta – ha detto il commissario per l’emergenza, Domenico Arcuri – dobbiamo però evitare di cominciare a pensare che stiamo vincendo, che abbiamo costretto l’avversario in un angolo e stiamo per avere il sopravvento: gli indicatori ci dicono solo che stiamo cominciando a contenerne la portata. Ma la sua dimensione seppure non uniforme è ancora rilevante. Bisogna astenersi dal pensare che sia già arrivato il momento di tornare a normalizzare comportamenti“.

“Sui tamponi e i test sierologici abbiamo iniziato una attività di approvvigionamento affinché le regioni possano assistere assiduamente e notevolmente”, ha detto ancora il commissario per l’emergenza Arcuri.

“La prima mattonella per ricostruire l’edificio dell’Italia è vincere la battaglia sanitaria in corso altrimenti non ci potrà essere una ripartenza di natura economica sul terreno dello sviluppo”, aveva detto in mattinata il ministro della Salute, Roberto Speranza a RaiNews24. “Tutte le energie dello Stato e delle Regioni, di ogni singolo cittadino, devono essere rivolte a vincere questa battaglia sanitaria”.

“Il distanziamento sociale è l’unica arma per ridurre il contagio e dobbiamo insistere su questa strada, l’unica al momento che dà certezze”, ha detto ancora Speranza che ha poi evidenziato l’impegno della ricerca per un vaccino e possibilità di terapie, però, dice Speranza “al momento non ci sono certezze di esiti e non credo che i tempi saranno immediati. Quindi il distanziamento sociale – conclude – è l’unica arma su cui dobbiamo investire”.

Con le misure adottate “l’indice di contagio ha iniziato la discesa, ha detto il ministro della Salute. “L’indice ‘R con zero’ – ha spiegato Speranza – nel mese di febbraio e nei primi di marzo ha sfiorato i 3, quindi ogni persona contagiata ne contagiava altre 3, producendo una moltiplicazione molto significativa. Con l’applicazione delle misure che abbiamo disposto in maniera rigorosa a partire dal 10 di marzo ha iniziato la sua discesa. Ma la battaglia è ancora nel suo pieno”.




La sterzata del Parlamento europeo: voto a distanza per la seduta del 26 marzo

Il Parlamento europeo sarà invitato in plenaria straordinaria il 26 marzo per approvare le misure di emergenza proposte dalla Commissione sul coronavirus.

Lo rivela in un video il Presidente dell’Europarlamento, David Sassoli. Gli eurodeputati in ogni caso non saranno fisicamente presenti a Bruxelles, ma adopereranno il voto a distanza. “Il Parlamento europeo sta facendo e continuerà a fare il suo dovere – ha detto Sassoli- ho voluto fortemente che il Parlamento resti aperto perchè la democrazia non può farsi abbattere dal virus, perchè siamo l’unica Istituzione europea votata dai cittadini e vogliamo rappresentarli e difenderli”.

“Per questo – ha aggiunto – ho deciso di convocare una plenaria straordinaria per Giovedì 26 Marzo al fine di approvare le misure di emergenza presentate dalla Commissione europea. Sara’ la prima plenaria che votera’ con il sistema del voto a distanza.  Di fronte ad una emergenza dobbiamo usare tutti i mezzi che abbiamo a disposizione”.




Attenzione! Autovelox sulla rampa di accesso con pattuglia nascosta

Truffa “comunale” in autostrada.

E’ in questo modo
che i comuni pur di “far cassa” proseguono a vessare i cittadini impiegando procedimenti
illegittimi e azzardati per la sicurezza stradale. Si tratta infatti di un caso
emblematico mostrato con tanto di video da un cittadino a Latiano (BR). Si
richiede l’intervenzione del Prefetto.

Malgrado i pareri
del Ministero dei Trasporti, dell’ANCI (Associazione Nazionale dei Comuni
Italiani) e le molteplici sentenze su tutto il suolo nazionale e perfino della
Cassazione Civile e Penale, diversi comuni in barba alla legge e alle più basilari
regole della correttezza nell’attuare amministrativo proseguono nell’impiego di
autovetture sapientemente nascoste sui cigli delle strade.

Le segnalazioni, questa
volta, ci arrivano dal Comune di Latiano (BR) che possiamo appurare dalle
immagini immortalate da un diligente automobilista. Mercoledì 2 ottobre 2019,
sull’asse extraurbano al passaggio della corsia di immissione di Latiano, dove
è stato posizionato un autovelox mobile.

Le modalità di rilevazione
della velocità è, tuttavia, insolita: infatti l’auto della polizia locale è
ferma in divieto di fermata, ben nascosta posteriormente al Guard rail di disgiunzione
tra la rampa di accesso e la strada. L’agente è a bordo dell’auto e rileva
tutte le infrazioni, parecchie, commesse dagli automobilisti. Il limite di 90
km orari è spesso sormontato. Evidentemente le Istituzioni, ancora una volta,
impongono ai cittadini il rispetto delle regole non rispettandole loro per
primi.

Riteniamo
gravissimo il comportamento di questi enti che continuano a perseverare in
questa odiosa prassi al solo scopo di “far cassa” e che sortisce l’effetto
contrario rispetto al fine primario del controllo della velocità per la
sicurezza stradale, costituendo, in realtà, una vera e propria insidia per gli
automobilisti.

Per questi motivi
si invitano le pubbliche amministrazioni che hanno utilizzato, e che continuano
a perseguire queste prassi illegittime, ad adeguarsi alla legge  per annullare in via di autotutela i verbali
per infrazioni al Codice della Strada sin qui redatti e si invitano inoltre i  Prefetti ad intervenire una volta per tutte nel
sanzionare tali comportamenti illegittimi.

A questo
proposito ricordiamo che è la Corte di Cassazione a fare il punto della
situazione, fugando ogni possibile dubbio sulle norme presenti nel Codice della
strada, con l’ordinanza n. 6407, emessa dalla VI Sezione Civile e pubblicata il
5 marzo 2019: “la norma di cui all’art. 142 comma 6 bis C.d.S. specifica
che ‘le postazioni di controllo (…) per il rilevamento della velocità devono
essere (…) ben visibili e la necessaria visibilità della postazione di
controllo per il rilevamento della velocità quale condizione di legittimità
dell’accertamento, con la conseguente nullità della sanzione in difetto di
detto requisito, è stata da ultimo affermata anche da questa Corte (Cass.
25392/2017, non massimata)”.




Coronavirus: governo tedesco stanzia 550 miliardi in aiuto all’economia

La cancelliera tedesca Angela Merkel ha annunciato “misure economiche inedite nella storia della Repubblica federale”.

Il governo tedesco decide di
utilizzare la carta KfW per supportare le imprese tedesche. Che cosa significa
a livello economico? E cosa sta succedendo nel resto dell’UE?

L’annuncio

Angela Merkel ha comunicato il
piano tedesco per contrastare gli effetti del Covid-19 sull’economia del paese.
È stato deciso di stanziare 550 miliardi per reggere la botta data all’economia
dalla pandemia. Si tratta di misure senza precedenti per il paese. Lo stato ha
infatti deciso di mettere a disposizione per le imprese fondi senza limiti. “Come
si vede, come governo e come Laender, faremo tutto quello che è necessario,
tutto quello di cui la Germania ha bisogno”, ha anche detto la cancelliera,
ribadendo che il nemico che si sta combattendo è qualcosa di assolutamente
nuovo, “un virus che non conosciamo, che non sappiamo come combattere e che
dunque richiede tutte le nostre forze.” Il ministro delle Finanze Olaf Scholz
ha dichiarato che: “Useremo tutti i mezzi a nostra disposizione.”

Come funziona la KfW

I fondi messi a disposizione dal
governo saranno utilizzati per compensare la riduzione del salario per coloro
che, a causa del virus, saranno costretti a lavorare in modo ridotto. I fondi
serviranno inoltre a garantire crediti agli imprenditori che stanno
attraversando una crisi di liquidità. I fondi saranno garantiti la KfW. La Kreditanstalt
für Wiederaufbau
(Istituto di credito per la ricostruzione, ndr) è stata
fondata in seguito al secondo Dopoguerra per gestire al meglio le risorse
inviate dal piano Marshall. Successivamente, la KfW è diventata la più
importante banca per lo sviluppo al mondo. Attualmente gestisce asset per un valore
di 500 miliardi di euro. La KfW si concentra soprattutto sul fornire credito a
piccole e medie imprese, infrastrutture, finanziamenti all’export e allo
sviluppo. È da sottolineare che la KfW non è un’istituzione bancaria, ma un
ente pubblico. È la KfW Ipex-Bank che svolge l’attività strettamente bancaria. Dal
momento che non supera la soglia dei 30 miliardi è esentata dalla vigilanza
della Bce.

I provvedimenti per la salute in Germania

Nel frattempo, anche la Germania
ha deciso di adottare diverse misure per contrastare la diffusione del virus. I
Länder hanno annunciato la chiusura delle scuole di ogni ordine e grado a
partire da oggi, fino alla fine delle ferie per il periodo di Pasqua. Chiusi
bar e locali, ristoranti e discoteche, oltre a musei, biblioteche e teatri, già
chiusi da tempo. Il ministro Armin Laschet afferma che in questo momento si
trova di fronte “a una prova enorme, probabilmente la prova più ardua della
storia del Land”.

Le misure economiche in Italia

In Italia Giuseppe Conte ha
comunicato mercoledì un aiuto di 25 miliardi alle imprese. Al momento, il problema
principale dell’Italia rimane la liquidità. Cassa depositi e prestiti ha
inviato nuove risorse a sostegno delle imprese. Cassa depositi e prestiti
insieme a Sace mette a disposizione 7 miliardi per le imprese. Per facilitare l’accesso
al credito, Cassa depositi e prestiti amplia la possibilità di investire da 1 a
3 miliardi, somme che saranno erogate a tassi calmierati alle piccole e medie
imprese che aderiscono alla Piattaforma Imprese. Queste risorse saranno
immediatamente disponibili e serviranno a sostenere non solo le imprese, ma
anche la circolazione di capitale a livello nazionale. Per l’internazionalizzazione,
Sace ha deciso di investire ulteriori 4 miliardi di euro. Per quanto riguarda
invece la situazione dal punto di vista dei lavoratori, sta iniziando l’operazione
ammortizzatori sociali. Secondo le cifre calcolate nei giorni scorsi, saranno stanziati
circa 2 miliardi di euro. Il governo ha inoltre stanziato un fondo da 500
milioni per il fondo per l’integrazione per le micro-imprese da 5 a 15 dipendenti.
Il fondo proteggerà anche quelle più piccole, da 1 a 5. La ministra del Lavoro
Nunzia Catalfo ha confermato. Al momento si sta lavorando anche a delle misure
per sostenere i lavoratori autonomi. Saranno sospesi i servizi previdenziali e
assistenziali. Sarà prevista anche un’indennità per quelli più colpiti.

La Commissione Europea

La Commissione Europea il 13
marzo ha fatto sapere che si avvarrà di tutti gli strumenti a sua disposizione
per attenuare le conseguenze della pandemia, in particolare: per assicurare le
forniture necessarie ai nostri sistemi sanitari, preservando l’integrità del
mercato unico e della produzione e distribuzione delle catene del valore; per
dare un sostegno ai cittadini facendo in modo che reddito e posti di lavoro non
vengano colpiti in modo sproporzionato, e per evitare che la crisi abbia un
effetto permanente; per dare un sostegno alle imprese e assicurare che la
liquidità del nostro settore finanziario possa continuare a sostenere
l’economia; per consentire agli Stati membri di agire in modo risoluto e
coordinato, sfruttando la piena flessibilità offerta nel quadro della
disciplina degli aiuti di Stato e del patto di stabilità e crescita. La
Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha dichiarato: “La
pandemia del Coronavirus sta mettendo tutti noi alla prova. È non solo una
sfida senza precedenti per i nostri sistemi sanitari, ma anche un duro colpo
per le nostre economie. Il pacchetto economico considerevole annunciato oggi fa
fronte alla situazione attuale; siamo pronti a fare di più in base all’evolvere
della situazione stessa. Faremo tutto il necessario per sostenere gli europei e
l’economia europea.”

A cura di B.P.




Che cosa sta succedendo in Kosovo

Nel 2008, il Kosovo ha dichiarato
unilateralmente la sua indipendenza dalla Serbia, sconvolgendo i già precari
equilibri dei Balcani. Per capire quali siano i delicati equilibri nei Balcani
e come si sia sviluppata la relazione tra Serbia e Kosovo, è necessario fare un
passo indietro e partire dalle radici storiche del problema.

Relazioni diplomatiche tra
Serbia e Kosovo

Le relazioni diplomatiche tra
Serbia e Kosovo sono sempre state tese. La Serbia non hai mai riconosciuto l’indipendenza
del Kosovo, considerandolo sempre una delle sue province. A livello internazionale,
la posizione della Serbia è stata supportata dalla Russia, che ritiene l’indipendenza
del Kosovo una violazione dell’integrità territoriale della Serbia. Mosca parteggia
per la Serbia perché questa situazione di stallo le porta diversi vantaggi. Primo
fra tutti, il fatto che lo stallo blocchi l’accesso all’Unione Europea ad entrambi
i paesi coinvolti. La Serbia potrà fare richiesta per entrare nell’UE nel 2025
solo se avrà normalizzato i suoi rapporti con il Kosovo, tramite un accordo
vincolante dal punto di vista legale. In tutto ciò, il Kosovo non sta
attraversando una situazione migliore. Ben cinque paesi all’interno dell’UE non
riconoscono la sua indipendenza: Spagna, Slovacchia, Cipro, Romania e Grecia. Per
questo motivo, il Kosovo è bloccato in un limbo. Non può né entrare nell’UE né
nella Nazioni Unite, dal momento che la Russia non lo permette. Come se non
bastassero le debolezze a livello internazionale, il Kosovo deve anche gestire
tutti i problemi che si trova davanti uno stato appena nato, debole dal punto
di vista politico. Nella regione nord, infatti, vive una consistente minoranza
serba che vorrebbe l’autonomia e che è considerata una minaccia dalle autorità
kosovare.

Il conflitto tra Serbia e Kosovo

Storicamente, il conflitto tra Serbia e
Kosovo è estremamente profondo. Nel 1999, la decisione di Slobodan Milošević
di revocare le autonomie e il bilinguismo, scatena una nuova ondata di
violenza. Il climax viene raggiunto con l’Operazione Forza Alleata della NATO. In
altre parole, dei bombardamenti a tappeto contro la Repubblica Federal di
Serbia. L’operazione prosegue fino a quando i serbi non acconsentono a ritirare
le truppe dal Kosovo. Successivamente, il Consiglio di Sicurezza della Nazioni
Unite approva la Risoluzione 1244, che porta alla creazione della Missione di
Amministrazione ad interim delle Nazioni Unite in Kosovo (UNMIK). I due punti
principali del mandato del UNMIK sono raggiungere la protezione e la promozione
dei diritti umani e permettere alle persone disperse internamente di tornare
alle loro case in Kosovo in modo sicuro. Tuttavia, questi obiettivi non sono
mai stati completamenti raggiunti. Nel frattempo, le violenze sono continuate sia
da parte dei kosovari nei confronti dei serbi che viceversa. Nel 2008 è stata
lanciata la European Union Rule of Law Mission in Kosovo (EULEX). La missione
aveva lo scopo di supportare la creazione dello stato di diritto e i diritti
umani. Lo stesso anno, il Kosovo ha sancito unilateralmente la propria
indipendenza. Il primo successo dal punto di vista diplomatico è arrivato nel
2011. In quell’occasione si è verificato un incontro tra Serbia e Kosovo, sotto
la supervisione dell’UE. È un punto di svolta non solo dal punto di vista puramente
storico, ma anche diplomatico. La mediazione dell’Unione Europea è riuscita a
spostare l’attenzione dal problema dell’indipendenza kosovara, verso questioni
più pratiche ed urgenti. Nel 1999 viene sancito l’Accordo di stabilizzazione e
associazione (SAP). Grazie al SAP vengono rinforzate le relazioni tra UE e
Balcani occidentali. Lo scopo finale del SAP era preparare i Balcani all’accesso
nell’Unione. Nel 2013, dopo l’Accordo di Bruxelles, il Kosovo concede la creazione
dell’Associazione delle Municipalità Serbe (ASM). In cambio, Belgrado avrebbe
smantellato le istituzioni parallele che aveva nella regione nord del Kosovo.
Due anni dopo, un altro accordo estende le aree di competenza della ASM, fino ad
includere istruzione, sanità e welfare. Quattro mesi più tardi, la Corte
Costituzionale kosovara stabilisce che la ASM è anticostituzionale, una
minaccia all’integrità del territorio. Inutile dire che la minoranza serba non l’ha
presa bene. Nel frattempo, nel 2014 è iniziato il processo di Berlino, con lo
scopo di costruire un dialogo costruttivo con i Balcani occidentali. In
particolare, sono state fatte una serie di concessioni nel quadro del SAP. Tra
queste diverse concessioni a livello commerciale, assistenza economica e l’eliminazione
di dazi.

Come risolvere la situazione

Ad un primo sguardo sembra che
questa situazione non abbia via d’uscita. In realtà, lavorandoci con pazienza,
è possibile trasformare il rapporto tra Serbia e Kosovo in un gioco a somma positive.
Ovviamente sono necessari sforzi da parte di entrambi gli stati per raggiungere
un accordo soddisfacente. In particolare, ci sono cinque punti su cui
concentrarsi:

  1. Cambio
    di atteggiamento.
    Fino a quando verrà mantenuto un atteggiamento
    conflittuale, sarà impossibile fare alcun passo avanti;
  2. L’UE
    non dovrebbe rinunciare al proprio ruolo di mediatore.
    La normalizzazione
    dei rapporti tra Pristina e Belgrado è fondamentale non solo per il processo di
    integrazione europea, ma soprattutto per stabilizzare la regione dei Balcani
    occidentali. Dal momento che l’Ufficio dell’UE in Kosovo ha un ruolo
    fondamentale nel portare avanti l’agenda diplomatica ed economica, dovrebbe essere
    rinforzato;
  3. Istituire
    l’ASM di nuovo.
    L’Ufficio UE in Kosovo dovrebbe supervisionare l’istituzione
    dell’ASM. Il processo dovrebbe essere portato avanti compatibilmente con l’opinione
    della Corte Costituzionale kosovara e i bisogni della minoranza serba. In
    questo modo sarebbe possibile normalizzare le relazioni tra i due paesi;
  4. Evitare
    limiti di tempo troppo rigidi.
    Dal momento che si tratta di una questione
    estremamente complessa, imporre delle tempistiche troppo rigide finirebbe per rivelarsi
    controproducente. Tuttavia, il 2025 sarebbe un buon momento per valutare come
    si è evoluta la relazione tra i due paesi. Sarebbe infatti lo stesso anno in cui
    la Serbia potrebbe ufficialmente presentare la richiesta per entrare nell’UE;
  5. Raggiungere
    un accordo vincolante.
    Prima che la Serbia entri nell’UE, deve firmare un
    accordo vincolante dal punto di vista legislativo con il Kosovo, in modo da normalizzare
    i rapporti. È importante ricordare che non viene richiesto di riconoscere l’indipendenza
    del Kosovo. Per questo motivo, una soluzione potrebbe essere un accordo simile
    a quello siglato dalla Germania dell’Est e dalla Germania dell’Ovest nel 1972:
    il Trattato Fondamentale. In questo modo sarebbe possibile incentivare un’apertura
    nelle relazioni e dare inizio a un dialogo costruttivo tra le parti.

Si spera che la possibilità di
far parte dell’Unione Europea, renda la Serbia più cooperativa. Per quanto
riguarda il Kosovo, invece, la missione dell’UE dovrebbe continuare a lavorare
sia dal punto di vista politico ed economico per rinforzare l’unità all’interno
del paese.

A cura di B.P.




Coronavirus, l’Unione Europea tende una mano all’Italia

La Commissione europea ha stanziato 230 milioni per qualunque paese nel mondo abbia bisogno di aiuto. E le istituzioni UE sono con l’Italia.

“Poiché i casi di Coronavirus continuano a salire, la salute pubblica è la priorità numero uno. La comunità internazionale deve lavorare insieme. L’Europa è qui per svolgere un ruolo di primo piano”. Così la Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen su Twitter, nel bel mezzo della tempesta Coronavirus. In queste ore di agitazione e paura del contagio, la dicotomia tra chi inneggia alla solidarietà tra gli Stati e chi guarda al proprio orticello si fa più marcata. Nel piccolo, gli abitanti delle regioni italiane più colpite corrono nei supermercati e portano via quanto possono, per stare tranquilli nel caso di una chiusura totale, come Wuhan. Dopotutto, è stato il governatore lombardo a dipinge la possibilità: “Se la situazione dovesse degenerare si può pensare a iniziative di questo genere”.

Difficile, in un momento come questo, riuscire a pensare alla solidarietà. Ma dalle istituzioni europee arrivano braccia tese in aiuto, a partire da quello finanziario. I commissari europei alla Salute e alla Gestione delle crisi, Stella Kyriakides e Janez Lenarčič, hanno annunciato lo stanziamento di oltre 230 milioni di euro per finanziare la lotta globale alla diffusione del virus. I fondi saranno a disposizione anche dei paesi extra-UE, per promuovere la ricerca e acquistare il materiale necessario alla prevenzione. Ma un pensiero speciale in Europa non può che andare all’Italia, prima per contagiati nel continente e terza nel mondo, dopo Cina e Corea del Sud.

“Voglio lodare la risposta rapida e professionale delle autorità italiane – ha detto il commissario Lenarčič -. Abbiamo un’eccellente collaborazione con loro nel campo della Protezione Civile e sono sicuro che l’Italia abbia il personale competente e le strutture efficienti per rispondere in maniera ben coordinata”. L’Italia ha preso “tutte le misure necessarie” per tracciare la diffusione del virus e prevenire ulteriori contagi, si è complimentata la commissaria Kyriakides. La collaborazione con le istituzioni europee è costante, tanto che “per sostenere le autorità italiane” giungerà domani una delegazione congiunta dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e del Centro europeo per il controllo delle malattie.

Come in ogni grande famiglia, però, c’è sempre chi preferirebbe chiudere qualsiasi possibilità di contaminazione, e anche Schengen viene messo in dubbio. E’ la sovranista francese Marine Le Pen, storica alleata in Europa di Matteo Salvini, a dirsi favorevole a “ripristinare i controlli alle frontiere” nel caso in cui la situazione da noi sfuggisse al controllo. “Fa bene a chiederlo”, sentenzia il leader della Lega, ignorando le pene che soffrirebbe un’Italia isolata. L’Austria intanto ha bloccato i collegamenti ferroviari dalla penisola, e chiunque arrivi da Veneto e Lombardia in Romania deve stare in quarantena.

Nel corso di una riunione alla Protezione Civile, l’eventualità di ripristinare i controlli alle frontiere in deroga a Schengen è stata scartata: “Non sussiste la sostenibilità pratica per una tale sospensione. E in ogni caso – aggiunge la Protezione civile – tale misura non garantirebbe nessuna efficacia cautelativa”. Da parte dell’UE, il commissario alla Gestione delle crisi spiega che la Commissione non ha “ricevuto nessuna richiesta di sospensione del trattato di Schengen, tutte le decisioni devono essere prese in base a una rigorosa valutazione scientifica, devono essere proporzionate e coordinate”. Ma un portavoce non esclude l’opzione, nel caso fosse strettamente necessario: “C’è la possibilità, per quanto riguarda Schengen, di reintrodurre controlli alle frontiere sulla base di politiche pubbliche o di motivi di sicurezza: tali misure devono corrispondere ai criteri di proporzionalità, credibilità ed evidenze scientifiche”, spiega.

Di A.C.




Brexit, i passaporti dell’indipendenza sono blu

Un passaporto ecologico e tecnologico, in cambio dei diritti di un cittadino europeo. La contraddizione dei nuovi passaporti sbandierati dal governo britannico.

‘Make passports blue again’, direbbe un Brexiteer a corto di idee. Ma la battaglia per riportare i passaporti al colore pre-UE è stata una delle bandiere dei sostenitori dell’uscita, e finalmente è vinta. Il Ministro degli Interni del Regno Unito Priti Patel ha annunciato il ritorno ai documenti di colore blu scuro, come ideati per la prima volta nel 1921 e poi sostituiti dal design armonizzato europeo, di colore rosso scuro. A inizio marzo cominceranno a essere rilasciati i primi nuovi/vecchi passaporti, che saranno “ancora una volta intrecciati con la nostra identità nazionale”, ha esultato Patel. A partire da metà anno tutti i nuovi passaporti saranno blu, quelli intitolati all’UE continueranno a essere validi fino alla loro data di scadenza.

“Lasciare l’Unione europea ci ha offerto un’opportunità unica per ripristinare la nostra identità nazionale e forgiare un nuovo percorso nel mondo.
Ritornando all’iconico design blu e oro, il passaporto britannico sarà ancora una volta intrecciato con la nostra identità nazionale e non vedo l’ora di usarne uno per viaggiare.”
(Priti Patel, Segretario di Stato per gli affari interni del Regno Unito)

L’altra novità sui nuovi documenti saranno gli stemmi floreali sulla copertina posteriore, a simbolo dell’Inghilterra, dell’Irlanda del Nord, della Scozia e del Galles. Grande attenzione anche all’ambiente: “I passaporti blu saranno i passaporti inglesi più verdi di sempre”, comunicano dal Ministero di Patel. “L’anidride carbonica emessa durante la produzione sarà ridotta fino a un consumo netto nullo, attraverso progetti quali la piantumazione di alberi”. Saranno poi tecnologicamente più avanzati, con pagine realizzate in materiali che assicurano la massima protezione dei dati personali. Risulteranno, infine, più difficili da contraffare, grazie a nuove tecniche di design e stampa.

Commenti ironici sono stati fatti sui nuovi passaporti da alcuni membri del parlamento europeo, che si chiedono se il gioco valesse la candela: una grafica migliore e tecnologie più protettive, in cambio della rinuncia a un passaporto che ti faceva viaggiare liberamente in 27 paesi e che ti dava accesso ai vantaggi della cittadinanza europea. Seb Dance, politico britannico ed eurodeputato fino al 2019, ha così commentato: “In realtà mi piace il nuovo passaporto UK, frutto di disegni francesi e stampe polacche. Certo, quello di prima – che garantiva agli inglesi il diritto a lavorare, studiare e andare in pensione liberamente nel loro continente – era probabilmente più utile”. E ancora, “Un nuovo passaporto blu che riduce i diritti, realizzato da un’azienda franco-olandese in Polonia”, ha affondato Guy Verhofstadt, capogruppo dei Liberali dell’ALDE al Parlamento europeo.

E il motivo di tanta ironia non è solo lo sconveniente trade off, ma proprio il fatto che a realizzare i passaporti UK dell’indipendenza saranno compagnie europee, in Europa. La gara è stata infatti vinta nel 2018 da Gemalto, azienda franco-olandese, dopo aver scalzato la De La Rue, che negli ultimi 10 anni ha prodotto i passaporti rosso-scuri degli inglesi. Nonostante questo, il Regno Unito è felice di poter finalmente ritornare nella squadra dei passaporti blu, insieme ad Australia, Siria, Argentina, Corea del Nord e un’ottantina d’altri.

Di A.C.




Brexit, l’UE ne approfitta: le Isole Cayman finiscono nella lista nera dei paradisi fiscali

Le Isole Cayman erano attenzionate dal 2018 e una decisione sul loro status era attesa. Una coincidenza che sia arrivata appena dopo la Brexit?

Le Isole Cayman sono state inserite nella lista nera europea dei paradisi fiscali. Se la decisione sarà confermata dai Ministri delle Finanze europei la settimana prossima, si tratterà di una svolta significativa. Ogni anno l’Unione Europea perde più di 600 miliardi di euro in evasione fiscale. Tra le misure pensate per far fronte al problema è stata istituita nel 2017 una blacklist contente i paradisi fiscali. I territori in questo elenco hanno più difficoltà ad accedere ai fondi UE, e le compagnie europee che vogliono fare affari in quei luoghi devono rispettare regole più strette e sottostare a controlli più serrati.

Ad oggi la lista include Fiji, Oman, Samoa, Trinidad e Tobago, Vanuatu e tre territori USA: le Isole Samoa americane, Guam e le US Virgin Island. Se fino ad ora il Regno Unito era riuscito ad evitare che alcuni dei suoi territori finissero nell’elenco, a due settimane dalla Brexit la situazione è cambiata e gli inglesi hanno perso il loro potere contrattuale.

Nel 2018 le Isole Cayman, così come le Isole Vergini Britanniche, entrambi territori d’oltremare del Regno Unito, sono state inserite nella “lista grigia” dei paradisi fiscali: un modo per invitare le autorità locali ad adottare una legislazione conforme agli standard europei in materia di tassazione. Il sistema legale dei due arcipelaghi è distinto da quello del Regno Unito, perciò i controlli su di loro sono andati avanti (non è infatti previsto che gli Stati Membri siano attenzionati in questo senso). Ciononostante, rimanevano in qualche modo protetti dal fatto che la madrepatria fosse uno stato membro dell’Unione, e in quanto tale potesse esercitare delle pressioni per proteggere lo status delle sue diramazioni territoriali.

Ora che il divorzio tra UK e UE si è finalmente consumato, anche la bilancia di oneri e privilegi cambia i suoi equilibri. La settimana prossima i 27 ministri delle Finanze europei si incontreranno, e se decideranno di ufficializzare la decisione, le Isole Cayman saranno ufficialmente inserite nella lista nera dei paradisi fiscali; ritenute cioè non sufficientemente cooperanti con Bruxelles in materia di trasparenza fiscale.

Secondo il Tax Justice Network, questa decisione è in contrasto con il comportamento adottato fino ad ora. Il Network lascia intendere che fino ad ora l’UE ci sia andata piano con lo stilare la lista, lasciando fuori, ad esempio, i big del segreto bancario. Nel 2018 Financial Secrecy Index del TJN (l’aggiornamento al 2020 sarà pubblicato a breve), le Isole Cayman figurano terze, dopo Svizzera e Stati Uniti. Sembrava, prima di questa decisione, che oltre agli stati membri, l’UE volesse tenere fuori dalle polemiche anche “nazioni potenti o qualsiasi paradiso fiscale che conti davvero”.

Se la decisione di bollare le Cayman, non certo un pesciolino nel mondo della finanza globale, fosse confermata la settimana prossima, sarebbe un cambio di rotta positivo. “Ci aspettiamo che la lista nera aggiornata includa gli otto attuali, più Palau, Botswana, Panama e Cayman”, scrivono dal Tax Justice Network, andando così a includere più del 7% dei servizi per il segreto bancario (un passo avanti rispetto all’1% del 2018). La Turchia invece dovrebbe rimanere nella lista grigia.

Di A.C.