Attenzione! Autovelox sulla rampa di accesso con pattuglia nascosta

Truffa “comunale” in autostrada.

E’ in questo modo
che i comuni pur di “far cassa” proseguono a vessare i cittadini impiegando procedimenti
illegittimi e azzardati per la sicurezza stradale. Si tratta infatti di un caso
emblematico mostrato con tanto di video da un cittadino a Latiano (BR). Si
richiede l’intervenzione del Prefetto.

Malgrado i pareri
del Ministero dei Trasporti, dell’ANCI (Associazione Nazionale dei Comuni
Italiani) e le molteplici sentenze su tutto il suolo nazionale e perfino della
Cassazione Civile e Penale, diversi comuni in barba alla legge e alle più basilari
regole della correttezza nell’attuare amministrativo proseguono nell’impiego di
autovetture sapientemente nascoste sui cigli delle strade.

Le segnalazioni, questa
volta, ci arrivano dal Comune di Latiano (BR) che possiamo appurare dalle
immagini immortalate da un diligente automobilista. Mercoledì 2 ottobre 2019,
sull’asse extraurbano al passaggio della corsia di immissione di Latiano, dove
è stato posizionato un autovelox mobile.

Le modalità di rilevazione
della velocità è, tuttavia, insolita: infatti l’auto della polizia locale è
ferma in divieto di fermata, ben nascosta posteriormente al Guard rail di disgiunzione
tra la rampa di accesso e la strada. L’agente è a bordo dell’auto e rileva
tutte le infrazioni, parecchie, commesse dagli automobilisti. Il limite di 90
km orari è spesso sormontato. Evidentemente le Istituzioni, ancora una volta,
impongono ai cittadini il rispetto delle regole non rispettandole loro per
primi.

Riteniamo
gravissimo il comportamento di questi enti che continuano a perseverare in
questa odiosa prassi al solo scopo di “far cassa” e che sortisce l’effetto
contrario rispetto al fine primario del controllo della velocità per la
sicurezza stradale, costituendo, in realtà, una vera e propria insidia per gli
automobilisti.

Per questi motivi
si invitano le pubbliche amministrazioni che hanno utilizzato, e che continuano
a perseguire queste prassi illegittime, ad adeguarsi alla legge  per annullare in via di autotutela i verbali
per infrazioni al Codice della Strada sin qui redatti e si invitano inoltre i  Prefetti ad intervenire una volta per tutte nel
sanzionare tali comportamenti illegittimi.

A questo
proposito ricordiamo che è la Corte di Cassazione a fare il punto della
situazione, fugando ogni possibile dubbio sulle norme presenti nel Codice della
strada, con l’ordinanza n. 6407, emessa dalla VI Sezione Civile e pubblicata il
5 marzo 2019: “la norma di cui all’art. 142 comma 6 bis C.d.S. specifica
che ‘le postazioni di controllo (…) per il rilevamento della velocità devono
essere (…) ben visibili e la necessaria visibilità della postazione di
controllo per il rilevamento della velocità quale condizione di legittimità
dell’accertamento, con la conseguente nullità della sanzione in difetto di
detto requisito, è stata da ultimo affermata anche da questa Corte (Cass.
25392/2017, non massimata)”.




La Polizia resta senza mascherine

Intervista a Elvio Vulcano, portavoce del sindacato di polizia LeS: Siamo stanchi di aspettare quanto ci è dovuto.

Sono ormai settimane che le forze di polizia di stato aspettano i Dispositivi di Protezione Individuali ai qualli hanno diritto, eppure le forniture tardano ad arrivare ed i poliziotti continuano a rischiare di mettere a repentaglio la loro salute senza essere tutelati.

Vi presentiamo le risposte di Elvio Vulcano, il quale si fa portavoce del sindacato di polizia LeS (Libertà e sicurezza), illustrandoci la difficile situazione nella quale si trovano le forze di polizia in questo periodo.

Se non abbiamo capito male, il personale della Polizia di Stato non ha ancora ricevuto dal Ministero le mascherine per proteggersi dal Coronavirus?

Esattamente, o meglio, le quantità distribuite sono talmente scarse che, in effetti, le hanno solo pochissimi colleghi e colleghe.

Ci spieghi meglio.

“Il presidente Conte lo scorso 14 marzo ha firmato un documento che fornisce specifici indirizzi per la tutela dei lavoratori a causa della pandemia in atto. Tuttavia, a monte, c’è sempre il Testo Unico sulla Sicurezza sul Lavoro, e cioè il decreto legislativo n. 81 del 2008 che all’articolo 74, definisce i DPI come una qualsiasi “attrezzatura destinata ad essere indossata e tenuta dal lavoratore allo scopo di proteggerlo contro uno o più rischi suscettibili di minacciare la sicurezza o la salute durante il lavoro”.”

“Cosa rischia il datore di lavoro se non fornisce guanti e mascherine al dipendente?”

R.: “Nel caso in cui venisse accertata l’omissione, il datore di lavoro rischia la reclusione da due a quattro mesi e un’ammenda dai 1.644 ai 6.576 euro o procedimenti penali se, da una inadempienza, dovesse derivare un danno più o meno grave come un infortunio o la morte. Però sino ad ora la legge, malgrado i nostri appelli ai vertici della Polizia di Stato, non è stata rispettata in toto o in parte, o volutamente elusa.”

Forse perché i DPI, come ha detto lei, non sono stati forniti a tutti i poliziotti?

“Esattamente, infatti i DPI sono stati dati solo ad alcuni e, giustamente, dico io, è stato prioritario fornirli al personale delle Volanti, ma pur avendo fatto una scelta restrittiva, i dispositivi sono stati forniti solo a macchia di leopardo sul territorio nazionale. Oltretutto, per esempio, le mascherine, sono state date una ad operatore, ma non una al giorno, una e basta, con la raccomandazione di usarla solo in caso di necessità. Non vogliamo le mascherine prima degli operatori sanitari, ma ci chiediamo perché si deve arrivare alla necessità di stabilire delle priorità e quali sono i criteri per queste priorità, visto che anche medici ed operatori del 118 hanno perso la vita, per soccorrere le persone. E noi poliziotti svolgiamo un servizio di enorme importanza per la collettività e non è giusto che dobbiamo correre altri rischi, oltre quelli che normalmente corriamo”

Vista la penuria, come dovrebbero usare questa unica mascherina i suoi colleghi?

“Il personale operante deve prima essere in grado di valutare se la situazione che deve fronteggiare richiede l’uso dei DPI, poi indossare i dispositivi e procedere all’intervento.”

E se, in questo frattempo, ad esempio, il ladro o lo scippatore o il rapinatore o il violentatore fugge?

“E’ esattamente quello che potrebbe accadere. Ci troveremmo davanti ad una situazione paradossale ed abnorme, con colleghi e colleghe che, per non rischiare una sanzione disciplinare, devono rischiare la salute, procedendo ad arresti che, spesso, richiedono colluttazioni o, comunque contatti estremamente ravvicinati con i malviventi, senza aver indossato alcun dispositivo di protezione o, nel migliore dei casi, avendo indossato dispositivi ormai inservibili”.

Se l’operatore di polizia si dovesse contagiare?

“Altra situazione paradossale perché il datore di lavoro ne uscirebbe pulito, senza rischiare nulla, avendo fornito i DPI, mentre la responsabilità ricadrebbe sul poliziotto che non ha indossato la mascherina. Siamo consapevoli che il problema è che le mascherine sono introvabili, ma ci chiediamo: chi gestisce le forze dell’ordine non doveva prevedere uno scenario del genere? Le epidemie ci sono sempre state e si ripetono in maniera quasi cadenzata, basti pensare al colera di Napoli nel 1973, alla SARS nel 2003 o al virus N1-H1 nel 2009! Chi ha sbagliato, continuando a sottovalutare scenari periodici, forse è giusto che paghi!”.

Si spieghi meglio.

“Come LeS, stiamo valutando se non sia il caso di procedere con la denuncia al nostro datore di lavoro, ovvero il soggetto che ha l’obbligo giuridico di valutare i rischi e di provvedere di conseguenza alla prevenzione e alla protezione dei lavoratori che da lui dipendono, che, nel nostro caso, sono i Questori, i Direttori d’Istituti di formazione, etc.”. Che dire? Uno scenario certamente non simpatico e speriamo che, dopo il provvedimento firmato da Conte, alle forze dell’ordine i DPI siano forniti prima della prossima epidemia!

Che dire? Uno scenario certamente non simpatico e speriamo che, dopo il provvedimento firmato da Conte, alle forze dell’ordine i DPI siano forniti prima della prossima epidemia!

Ufficio Stampa Segreteria Nazionale.

Roma, 16/03/2020




Ghosn se ne è andato da solo dalla sua casa a Tokyo

Ripreso in seguito dalle telecamere di sorveglianza .

filmati di videosorveglianza a Tokyo mostrano che Carlos Ghosn, l’ex numero uno di Renault-Nissan fuggito dal Giappone per il Libano violando la liberà vigilata, è uscito da solo dalla sua casa nella capitale giapponese. Lo riferiscono fonti vicine all’inchiesta citate dalla tv pubblica nipponica Nhk.
Ghosn è stato ripreso verso mezzogiorno ora locale di domenica 29 dicembre da una telecamera che era stata installata nell’ingresso della sua residenza per controllare i suoi spostamenti, secondo Nhk. Le immagini non mostrano alcuna altra presenza sospetta al suo fianco. La polizia giapponese sospetta che Ghosn abbia poi raggiunto qualcun altro per prendere un aereo. Ieri l’ex manager ha assicurato di aver organizzato la sua partenza per il Libano “da solo”, senza tuttavia fornire altri dettagli. La ricostruzione secondo cui sarebbe fuggito dalla sua casa nascosto in una custodia per strumenti musicali è stata smentita dal suo entourage.

 




Sopravvive ad uno stupro di gruppo e le danno fuoco, succede in India

lo stupro risale al mese di marzo, 5 i presunti colpevoli

Giovane di 25 anni sopravvissuta a una violenza sessuale di gruppo lo scorso marzo, le danno fuoco mentre va in tribunale: è successo stamane in India. La ragazza, che abita nello Stato dell’ Uttar Pradesh, si trova al momento ricoverata, in  prognosi riservata, in un ospedale specializzato di Lucknow per le profonde ustioni riscontrate sul 70 per cento del corpo. Nel mese di marzo 2019 aveva sporto denuncia nei confronti di un paio di uomini del suo stesso villaggio, non soltanto con l’accusa di averla violata, ma anche di aver filmato la violenza : stamane, al sorgere del sole, dirigendosi verso il tribunale per prendere parte all’udienza, è stata ulteriormente presa d’assalto da parte di un branco di cinque uomini, i quali l’hanno cosparsa di benzina per poi appiccare il fuoco. Tra i cinque erano implicati anche i due presunti colpevoli: uno dei quali si trovava in clandestinità dal momento della denuncia, l’altro e’ tornato libero la settimana scorsa, su cauzione.  Tutti gli assalitori sono stati denunciati, ha annunciato la polizia.

 

 




Maxi operazione antimafia: 27 arresti tra Italia e Albania

Gli arrestati, 21 albanesi e 6 italiani, sono considerati responsabili a vario titolo di associazione a delinquere finalizzata alla produzione ed al traffico internazionale di sostanze stupefacenti.

BARI – Ventisette arresti tra Italia e Albania che hanno decimato quattro gruppi criminali italo-albanesi di trafficanti di droga che rifornivano la Puglia e altre regioni italiane. L’operazione “Fiori di primavera”, scattata all’alba, ha coinvolto oltre 100 militari del Comando Provinciale di Lecce e del Servizio Centrale Investigazione Criminalita’ Organizzata di Roma della Guardia di Finanza.

Gli arrestati, 21 albanesi e 6 italiani, sono considerati responsabili a vario titolo di associazione a delinquere finalizzata alla produzione ed al traffico internazionale di sostanze stupefacenti. Le indagini, durate quasi due anni e coordinate dalla Direzione Nazionale Antimafia e dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Lecce, hanno permesso di identificare e catturare gli appartenenti a quattro distinti gruppi criminali italo albanesi, con basi operative nella provincia di Lecce e ramificazioni in altre Regioni italiane (Calabria, Toscana, Emilia Romagna, Sicilia, Liguria, Lombardia). Sono tutti responsabili di traffico internazionale di stupefacenti, detenzione ed introduzione nel territorio nazionale di armi e munizioni da guerra.

I capisaldi dei gruppi criminali, quasi tutti albanesi, commissionavano, rivolgendosi ai propri connazionali, organici al sodalizio, ingenti quantitativi di droga da smerciare in tutta Italia ed in altri Paesi europei. In Albania venivano reclutati gli scafisti con il compito di trasportare, con potenti gommoni oceanici, tonnellate di marijuana, oltre che cocaina ed eroina dalle coste albanesi a quelle salentine. La fase logistica in Italia, ossia il temporaneo stoccaggio e la commercializzazione delle partite di droga, veniva affidata a complici italiani in posizione “subordinata” rispetto agli albanesi, a testimonianza di quanto le organizzazioni criminali albanesi siano riuscite ad insinuarsi con prepotenza nel tessuto criminale locale e nazionale.

Dalle indagini, dunque, emerge un inquietante spaccato della criminalità albanese in grado di garantire ingenti forniture di droga da destinare al mercato europeo (specialmente Germania e Svizzera), di cui, il Salento, rappresenta uno snodo cruciale, complice anche la favorevole posizione geografica di vera e propria “porta d’Oriente”. L’operazione odierna e’ stata resa possibile grazie all’istituzione di una Squadra Investigativa Comune (S.I.C.) tra Magistratura e finanzieri leccesi con magistrati e forze di polizia albanesi che ha consentito agli investigatori di proseguire le indagini nella Terra delle Aquile scoprendo i luoghi di produzione, preparazione, stoccaggio e spedizione della droga in Italia ed in altri Paesi europei e identificando i componenti delle organizzazioni criminali albanesi responsabili.

De Raho: “Siamo sulla strada giusta”

«Si sta sviluppando una collaborazione molto stretta, anche con strumenti aerei della guardia di finanza, e si e’ proceduto alla distruzione di numerose piantagioni in Albania. Sono stati individuati i soggetti produttori. E’ chiaro che c’e’ ancora tanto da fare, ma siamo sulla strada giusta». Lo ha dichiarato Federico Cafiero De Raho, procuratore nazionale antimafia, a termine della conferenza stampa che ah illustrato i risultati dell’operazione. «E’ importante lavorare assieme – ha aggiunto – e individuare come nemico comune le organizzazioni che ormai anche in Italia hanno trovato modo di risiedere stabilmente, tanto da essere presenti in quasi tutto il territorio nazionale, cosi’ come stanno facendo le organizzazioni albanesi». «Riuscire a sradicarle già dall’Albania e combatterle in Italia – ha concluso – significa dare loro dei colpi fortemente distruttivi».




Bari, bimba soffocata nel sonno: pm chiedono ergastolo per il padre

La sentenza è prevista per l’11 marzo.

BARI – I pubblici ministeri della Procura di Bari hanno chiesto la pena dell’ergastolo per il trentaduenne di Altamura Giuseppe Difonzo, accusato di aver soffocato la figlia di 3 mesi nel sonno.

La vicenda

Il fatto avvenne nella notte tra il 12 e il 13 febbraio di 3 anni fa mentre la piccola si trovava ricoverata nell’ospedale pediatrico ‘Giovanni XXIII’ del capoluogo pugliese. Secondo l’accusa, l’uomo avrebbe soffocato la figlia mentre dormia Difonzo risponde di omicidio volontario premeditato pluriaggravato e di due precedenti tentativi di omicidio

Nel corso della requisitoria pronunciata durante l’udienza di oggi davanti alla Corte di Assise, i pm Simona Filoni e Domenico Minardi hanno chiesto inoltre ai giudici di trasmettere gli atti alla Procura per «valutare le condotte delle due assistenti sociali e della psicologa del consultorio familiare» di Altamura che avevano preso in carico la minore.

Le loro relazioni, poco prima dell’omicidio, avrebbero escluso ipotesi di maltrattamenti e quindi non venne riscontrata dal tribunale dei minori la necessità dell’affidamento in comunità. Secondo l’ipotesi investigativa Difonzo avrebbe sofferto della ‘sindrome di Munchausen’ trasferita per procura alla piccola subito dopo la nascita.

La sentenza è prevista per l’11 marzo.




Strage di Bologna, chiesta riesumazione salma Maria Fresu

La riesumazione della salma servirà  per scovare eventuali tracce di esplosivo

BOLOGNA – Il tormento per le vittime della strage di Bologna non sembra arrestarsi. A 39 anni dall’attentato, infatti, la Corte d’Assise di Bologna, che sta processando l’ex Nar Gilberto Cavallini per concorso nella strage, ha disposto di riesumare la salma di Maria Fresu, la donna 24enne che perse la vita insieme alla figlia Angela, la vittima più piccola, nell’esplosione della stazione il 2 agosto 1980.

La notizia è arrivata nel corso dell’udienza in cui è proseguita la testimonianza di Cavallini cominciata la scorsa settimana. La riesumazione della salma servirà al perito Danilo Coppe per scovare eventuali tracce di esplosivo. Secondo l’esperto, infatti, è possibile che i pochi resti di Maria Fresu, che al momento dell’esplosione si trovava vicino alla bomba, siano rimasti integri perché riposti in un contenitore sotto formalina, che conserva le sostanze organiche. E gli esplosivi hanno forma organica.

La scheda Cavallini

L’ex Nar, nell’ultima udienza, aveva annunciato che avrebbe denunciato per calunnia l’associazione dei familiari, ma stavolta ha fatto marcia indietro sostenendo di «non aver mai inteso e mai intenderà mancare di rispetto ai parenti delle vittime e al loro dolore». La sua denuncia, ha spiegato, «riguarderà eventualmente solo gli estensori della scheda Cavallini e non credo che questo dimostri una mancanza di rispetto nei confronti dei parenti delle vittime, visto che le numerose falsità, calunnie e inesattezze che contraddistinguono quella scheda hanno investito me e ho tutto il diritto di replicare secondo la legge».

La ‘scheda Cavallini’ e’ una parte degli esposti presentati alla Procura di Bologna dai legali dell’associazione dei familiari delle vittime. Cavallini, ora detenuto a Terni in regime di semilibertà, ha avuto anche un battibecco con l’avvocato Andrea Speranzoni, e all’improvviso ha deciso di «non rispondere più alle domande delle parti civili», lamentando «provocazioni» da parte del legale e accusandolo di «voler imbrogliare le carte» e dicendogli di «smetterla di fare il furbo». A far sbottare l’imputato sono state le domande di Speranzoni sul sistema con cui lui, Francesca Mambro, Valerio Fioravanti e Luigi Ciavardini si tenevano in contatto telefonico nel periodo precedente alla strage.

Cavallini, rispondendo invece a una domanda del suo difensore, l’avvocato Alessandro Pellegrini, ha dichiarato che «se fossimo stati colpevoli ci saremmo costruiti, lo dico con una frase forse non appropriata ma che rende bene l’idea, un alibi ‘a prova di bomba’, e avremmo potuto farlo anche un anno dopo i fatti».

Il processo riprenderà il 6 marzo, quando Cavallini tornerà in aula per rispondere alle domande dei pm sulle dichiarazioni dell’ex Nar, poi divenuto collaboratore di giustizia, Stefano Soderini, prodotte dalla Procura dopo aver preso atto dell’irreperibilità in Italia dello stesso Soderini.

La testimonianza di una sopravvissuta

La richiesta di riesumazione della salma di Maria Fresu fa tornare di attualità l’intervista che Silvana Ancillotti, amica della donna e sopravissuta all’esplosione, rilasciò a Repubblica, il 2 agosto 2015, 35 anni dopo la strage di Bologna.

«Mi ricordo tutto – racconta – . Tutto. Eravamo sedute tutte assieme. Maria no, era in piedi lì accanto. Mi ricordo il boato. Un grande boato. Ho chiamato Verdiana. Non mi ha risposto. Sono svenuta. Poi mi sono risvegliata sotto le macerie. E ho visto Verdiana e la bambina, Angela. Erano di spalle. Non si muovevano. Verdiana forse aveva provato a proteggerla con il suo corpo. Maria non c’era più. Ho strillato, ho chiamato i soccorsi. ‘Aiutate le mie amiche…». Silvana era in stazione con due amiche, tra cui Maria e la figlia Angela di 3 anni. E nonostante si fosse salvata nessun giudice le ha mai chiesto se avesse visto qualcosa prima delle 10.25 e non ha mai testimoniato a nessun processo. «Ero amica soprattutto di Verdiana, molto amica, ci conoscevamo da tanti anni, andavamo a ballare insieme e ogni tanto veniva anche Maria. Mi ricordo bene sua figlia, Angela. Una bambina dolcissima, buona, molto vivace», racconta. Operaie nel settore tessile nella zona di Empoli, come tante altre ragazze della zona, avevano programmato un paio di settimane di villeggiatura: Garda, Venezia, Trentino. «La sera prima della partenza avevamo dormito tutte a casa dei Fresu. Il fratello di Maria ci accompagnò all’alba alla stazione di Empoli a prendere il treno. Me lo ricordo tutto, il viaggio. Eravamo contente, eravamo giovani».

La presa di posizione dell’Associazione dei familiari delle vittime della strage

«Mi sembra un fatto macabro, non so che utilità possa mai avere», dichiara con sorpresa Paolo Bolognesi, presidente dell’associazione dei familiari delle vittime della strage del 2 agosto 1980, commentando la decisione della Corte d’Assise di Bologna. «Poi siccome su quella salma c’è l’ipotesi ispirata dal libro del giudice Priore – ha aggiunto Bolognesi – ovvero che lì non c’è nessuno sepolto, che il cadavere non si è mai trovato, non vorrei che ne venissero fuori delle congetture che inquinino l’acqua del processo. Non so, speriamo che serva per quello che riguarda sia le analisi esplosivistiche che altre analisi che vogliono fare».

Al termine dell’udienza di oggi, uno dei legali di Cavallini, l’avvocato Gabriele Bordoni, ha chiesto e ottenuto dalla Corte che alla riesumazione della salma, a cui parteciperanno i periti nominati dalle parti, intervenga anche un medico legale nominato dalla difesa all’inizio della perizia.

A cura di Giovanni Cioffi




Operazione Chorus, estorsioni e bombe a commercianti di Foggia: 16 arresti

In manette esponenti dell’associazione mafiosa denominata “Società”

FOGGIA – Sono 16 gli arresti effettuati nella notte da polizia di Stato, carabinieri e guardia di Finanza di Foggia nell’ambito dell’operazione Chorus, che aveva ad oggetto i numerosi attentati esplosivi ai danni degli esercizi commerciali verificatisi negli ultimi tempi in città. Tra i reati contestati anche estorsione, rapina e tentato omicidio.

Dall’inizio dell’anno si sono registrati già otto episodi. 

Tra i negozi colpiti ‘Esteticamente’, un esercizio per la vendita di prodotti per parrucchieri ed estetisti, già danneggiato nell’autunno dell’anno scorso da un altro ordigno, un emporio cinese e un punto vendita della catena Euronics. Il blitz di stamane ha fatto chiarezza su alcuni di questi episodi.

Le responsabilità della “Società” e di Rocco Moretti junior

In manette sono finiti anche quattro presunti esponenti della criminalità organizzata locale, tra cui Rocco Moretti junior, figlio e nipote dei boss ritenuti a capo dell’omonimo clan della “Società”.

Secondo l’accusa il 21enne sarebbe il mandante del tentativo di estorsione collegato alla bomba esplosa il 7 gennaio scorso davanti alla profumeria “Gattullo” di via Lecce. A piazzarla materialmente, sostengono gli inquirenti, sarebbe stato Davide Monti di 25 anni, anch’egli raggiunto da ordinanza di custodia cautelare.

Rocco Moretti junior – ricostruisce l’accusa – nei giorni successivi avrebbe avvicinato un partente del commerciante rivendicando di essere stato lui a piazzare l’ordigno e pretendendo un pizzo imprecisato, altrimenti avrebbe fatto chiudere le tre profumerie gestite in città dalla famiglia Gattullo. La polizia ha inoltre identificato ed arrestato Abramo Procaccini, 23 anni, quale esecutore materiale del doppio incendio doloso alla Friggitoria “Mordi e Gusta”‘, intimidazioni avvenute il 4 ed il 6 gennaio che causarono ingenti danni al locale. In questo caso, ipotizza l’accusa, l’incendio non sarebbe collegato a richieste estorsive. Altri quattro arresti, su ordinanza del Gip, hanno colpito, invece elementi legati al clan Moretti accusati di tre tentativi di omicidio, avvenuti tra il 16 e il 26 gennaio ai danni essenzialmente di due fratelli Gioacchino e Antonello Frascolla. Si tratta di Gianfraco Bruno 40 anni detto il “Primitivo” ritenuto il mandante, il nipote Antonio Bruno di 21, Antonio Carmine Piscitelli di 36 e Giuseppe Ricco di 55 anni di Margherita di Savoia, legato al clan camorristico della famiglia Panico. Questi ultimi tre erano gia’ stati arrestati in flagranza di reato la mattina del 26 gennaio scorso per il possesso di una pistola che avrebbero utilizzato per l’agguato fallito. La vendetta sarebbe collegata all’omicidio di Rodolfo Bruno – cognato e padre di Gianfranco e Antonio Bruno – ucciso in un agguato di mafia il 15 novembre scorso alla periferia di Foggia.

Le reazioni della politica

«Anche a Foggia si dimostra che lo Stato si fa rispettare. In Capitanata la quarta Mafia ha preso una bella botta. Oggi è un bel giorno». Così il presidente della Commissione parlamentare antimafia Nicola Morra commenta la notizia degli arresti.

Soddisfatto e orgoglioso dell’operato delle forze dell’ordine anche il sindaco di Foggia Franco Landella che sul suo profilo Facebook scrive:”Lo Stato c’è. La lotta alla mafia e all’illegalità procede senza sosta. La criminalità, con la sua violenza e la sua prepotenza, perde un’altra battaglia. La parte sana della città esulta e ringrazia chi ha reso possibile questo meraviglioso risultato”. “Grazie al Prefetto di Foggia, Massimo Mariani, al Procuratore della Repubblica, Ludovico Vaccaro, al Questore Mario Della Cioppa, al Comandante provinciale dell’Arma dei Carabinieri, Marco Aquilio, al Comandante provinciale della Guardia di Finanza, Ernesto Bruno”, aggiunge il primo cittadino. “Grazie a tutti gli Agenti che sono stati impegnati nell’operazione ‘Chorus’ e che ogni giorno – prosegue Landella – si battono nelle nostre strade. Grazie a tutti i magistrati che lavorano con passione e sacrificio contro la barbarie di chi vorrebbe la nostra comunità impaurita ed in ginocchio. Grazie a quei cittadini che hanno collaborato con lo Stato e che, con le loro denunce, hanno portato agli arresti delle scorse settimane, simboli di una comunità che non si piega alle minacce. Agli attentati dinamitardi di queste settimane lo Stato ha dunque replicato in modo rapido, forte e determinato. Foggia non deve avere timore. I foggiani – sottolinea il sindaco – non devono arretrare di un solo passo. La fiducia nelle istituzioni non deve diminuire né essere fiaccata in alcun modo. Oggi la nostra comunità celebra l’ennesima vittoria dello Stato. E l’ennesima sconfitta della criminalità parassitaria e brutale”, conclude Landella.

L’ultimo arresto

Nel corso della giornata è stato rintracciato anche l’ultimo destinatario della misura cautelare, Vincenzo Colucci, che si era reso irreperibile. Anche per il 20enne si apriranno le porte del carcere.



Condannato per corruzione, torna giudice al Tar della Valle d’Aosta

Il giudice De Bernardi era stato arrestato per “compravendita di sentenze” quando era in organico al Tar del Lazio

AOSTA – Condannato in primo grado a otto anni di reclusione per corruzione in atti giudiziari, a pochi mesi dalla pensione (prevista per giugno) è assegnato al tar Valle d’Aosta, in attesa della sentenza definitiva. Il protagonista di questa storia è Franco Angelo Maria De Bernardi, già giudice del Tar del Lazio, arrestato nel 2013 e condannato nel 2016 con l’accusa di avere favorito con sentenze un avvocato amministrativista.

La vicenda

Secondo l’accusa, il giudice si era accordato con una avvocato “per indirizzare clienti verso il suo studio legale e porre in essere a loro favore indebite interferenze su assegnazioni, procedure e decisioni”. De Bernardi fu anche condannato all’interdizione perpetua dei pubblici uffici, nonché a risarcire in sede civile la Presidenza del Consiglio dei ministri. I pm avevano chiesto la condanna di De Bernardi a sette anni di reclusione.

Dopo la sospensione cautelare dal servizio (prima nel 2013 e poi rinnovata nel 2016 a seguito della condanna), Il 20 marzo 2017, viene disposto un altro periodo di sospensione automatica. Ad oggi però l’appello non è ancora stato fissato. E per la Consulta è incostituzionale, in quanto manifestamente eccessiva, una sospensione lunga quanto la prescrizione del reato. Nel frattemp il Csm amministrativo ha deciso di assegnare De Bernardi al Tar Valle d’Aosta in attesa della sentenza definitiva.

La posizione del presidente del Tribunale amministrativo valdostano

«Mi sono limitato a prendere atto dell’avvenuta assegnazione d’ufficio a questo Tribunale del dottor FrancoAngelo Maria De Bernardi dal 18 luglio 2018. In ragione di quanto disposto dall’Organo di autogoverno ho doverosamente inserito il dottor De Bernardi nei collegi giudicanti secondo il calendario di udienza. Allo stato peraltro non e’ noto se siano state attivate e/o in corso di adozione da parte del Consiglio di presidenza della Giustizia amministrativa eventuali, ulteriori procedure cautelative nei confronti del predetto dottor De Bernardi». È quanto scrive in una nota il giudice Andrea Migliozzi, Presidente del Tribunale Amministrativo Regionale della Valle d’Aosta, a commento della vicenda.




Bari, violenza su 13enne nel 2011, condannati 7 giovani

I fatti risalgono al 29 aprile 2011

BARI – Condannati sette responsabili di una violenza di gruppo perpetrata 8 anni fa ai danni di una adolescente di 13 anni nel Barese. La Corte di Appello di Bari, sezione minorile, ha infatti confermato sette condanne a pene comprese tra i 3 anni e 4 mesi e i 2 anni e 8 mesi di reclusione per altrettanti imputati, oggi tutti maggiorenni ma all’epoca dei fatti minorenni.

La vicenda

I fatti risalgono al 29 aprile 2011. Gli imputati avevano un’età tra i 14 e i 17 anni (oggi tra i 22 e i 25). Uno di loro, all’epoca fidanzato della vittima, avrebbe attirato la ragazza in trappola, costringendola a seguirlo in uno scantinato. Lì, ad attenderli, una decina di coetanei, alcuni dei quali mai identificati, che avrebbero violentato la 13enne a turno. Con la scusa di accompagnarla a casa, dopo la violenza di gruppo, alcuni di loro l’avrebbero condotta nei garage sottostanti gli uffici del giudice di pace, al quartiere San Paolo di Bari, violentandola di nuovo a turno e picchiandola e infine, minacciandola di non raccontare nulla della violenza ai genitori.

Le indagini, coordinate dalla Procura per i Minorenni di Bari, sono partite proprio dalla denuncia della ragazza.

Ad incastrare il gruppo, le tracce di dna trovate nei luoghi delle violenze. Gli imputati sono stati processati in stato di libertà con il rito abbreviato.