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Calderoli condannato per aver chiamato Cecile Kyenge “orango”

È arrivata la condanna in primo grado a un anno e mezzo di carcere per il senatore della Lega Roberto Carderoli, che nel 2013 definì Cecile Kyenge “orango”.

Il tribunale d Bergamo si è pronunciato sulla vicenda del senatore della Lega Roberto Calderoli, in giudizio per aver dato dell’orango a Cecile Kyenge, ex ministro del governo Letta. La sentenza di primo grado condanna il senatore a un anno e sei mesi di reclusione, riconoscendo il reato di diffamazione con l’aggravante dell’odio razziale. Il fatto è avvenuto nel luglio del 2013, durante la festa della Lega Nord di Treviglio. L’ex ministra non si è costituita parte civile e non riceverà risarcimenti economici, ma sul suo profilo Facebook ha scritto “Evviva evviva evviva. Il razzismo la paga cara. Anche se si tratta del primo grado di giudizio, e anche se la pena è sospesa, è una sentenza incoraggiante per tutti quelli che si battono contro il razzismo. Perciò esprimo la mia soddisfazione per questa vicenda: non solo per questioni personali, ma anche perché la decisione del Tribunale di Bergamo conferma che il razzismo si può e si deve combattere per vie legali, oltre che civili, civiche e politiche”.

Il processo aveva subito un primo stop nel 2015, quando la difesa si era appellata all’articolo 68 della Costituzione Italiana, secondo il quale i membri del parlamento non possono essere chiamati a rispondere di affermazioni espresse nell’esercizio delle loro funzioni. La Consulta, però, ha rigettato l’obiezione determinando la ripresa del processo. Lo scorso luglio in udienza Carderoli aveva dichiarato di non ricordare esattamente le parole del suo intervento del 2013, “ma il mio intento era la critica politica al governo Letta, anche per un certo divertimento delle persone presenti, con toni leggeri. Dalle trascrizioni vedo che non ho mai usato la parola ‘orango’, bensì ‘oranghi’, riferendomi a tutto il governo. Intendevo dire che si muovevano come elefanti in una cristalleria: se avessi usato quest’altro paragone, oggi non saremmo in quest’aula”.

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