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La “missione Manera“ e gli “irredenti“

Una missione decisamente particolare quella affidata tra il 1918 e il 1920 a Cosma Manera, carabiniere, incaricato di rintracciare i numerosi prigionieri e dispersi delle truppe italiane dopo la fine della Grande Guerra, per costituire formazioni

Una missione decisamente particolare quella affidata tra il 1918 e il 1920 a Cosma Manera, carabiniere, incaricato di rintracciare i numerosi prigionieri e dispersi delle truppe italiane dopo la fine della Grande Guerra, per costituire formazioni scelte con soldati che avevano accumulato una più che notevole esperienza bellica.
Marco Cosma Manera, originario di Asti, nato nel 1876, frequenta il Collegio Militare quindi l’Accademia Allievi Ufficiali di Modena, da dove esce con il grado di tenente di fanteria nel 1899, quando è inviato a Creta.
Nel 1901 è trasferito all’Arma dei Carabinieri reali nella Legione di Palermo, poi in quella di Verona e, alla fine del 1904, in virtù dell’esperienza accumulata nelle missioni all’estero e alla naturale predisposizione per l’organizzazione e la tattica, è assegnato al ministero degli Esteri e inviato in Macedonia, membro del reparto che riorganizza la Gendarmeria locale.
Dai Balcani rientra nell’agosto 1908 ed assegnato alla Legione Allievi Carabinieri, promosso capitano nel 1911, e nuovamente inviato fuori confine, in Albania, dove lo sorprende la prima guerra mondiale.
Dal 1915 al 1918 svolge servizio di prima linea in Cadore, con alcune interruzioni e nuove trasferte (nel 1916 è a Bendasi, quindi in Russia, come responsabile del recupero degli italiani prigionieri o dispersi, ai comandi del colonnello di stato maggiore Achille Bassignano, comandante della missione. Al richiamo in patria di quest’ultimo, nell’aprile 1918, il capitano Manera diventa comandante della Missione Militare Italiana in Siberia. Il periodo fra il luglio 1917 e l’aprile 1918 è decisamente difficoltoso per l’organizzazione e la ricerca dei soldati italiani. Manera aveva rintracciato circa sessanta ufficiali e oltre 2600 uomini di truppa, prevalentemente concentrarti nei pressi di Kirsanoff. La maggior parte di questi erano stati classificati come “irredenti”, ovvero italiani nati in quei territori che ufficialmente non erano ancora parte del regno, quindi non ancora “redenti”, e che avevano combattuto nell’esercito austriaco nelle drammatiche battaglie sostenute sul fronte russo. Dove erano stati fatti prigionieri oppure erano dispersi nelle vastità dello sterminato paese. L’obiettivo della missione era quindi il loro recupero e trasferimento in patria, per essere inquadrati in formazioni che, in quanto composti da reduci, potevano essere considerate di prima scelta.
Il capitano Manera, una volta riuniti, organizza sul posto le prime formazioni regolari: tre battaglioni composti da quattro compagnie ciascuno, con un preciso programma di istruzione militare, ma deve da subito affrontare diversi problemi, anzitutto quelli derivati dallo scoppio della Rivoluzione russa, che minaccia direttamente gli italiani in Russia, a causa dell’orientamento filotedesco del partito bolscevico, e costituiva una seria minaccia alla possibilità di realizzare il loro trasferimento.
Da Kirsanoff, in piccoli gruppi, a poco a poco gli italiani riescono ad evacuare, dirigendosi verso la Siberia, quindi a Vladivostok, dove si ritrovano agli ordini del capitano Manera, che vorrebbe organizzare il rientro in Italia via mare. Il progetto però si rivela impossibile, quindi Manera organizza il trasferimento via terra, attraverso le sterminate steppe della regione cinese, per raggiungere la zona tenuta dalla Missione Italiana nel Tien-Sin. Durante la lunga marcia i problemi e i rischi sono numerosi: più volte le colonne italiane sono bloccate in Manciuria, finché riescono, nel febbraio 1918, a raggiungere l’obiettivo, per essere poi divisi in due gruppi, uno che si stabilisce nella Concessione Italiana, un altro nella zona di Pechino.
Durante gli spostamenti, Manera, promosso maggiore, aveva avuto modo di stringere molti contatti, specialmente con figure di primo piano delle forze controrivoluzionarie russe. In seguito a tali incontri, e alla impossibilità di tornare in Italia entro tempi brevi, il capitano Manera decide di formare sul posto, con gli “irredenti”, un reparto specializzato che potesse servire la causa italiana in quella parte del mondo.
Nel marzo 1918 Manera telegrafa al ministero della Guerra e a quello degli Esteri, a Roma, illustrando l’impossibilità di fare rientrare in così alto numero di uomini in Italia e comunica il progetto di formare un corpo militare che, in caso di intervento, avrebbe offerto un aiuto decisamente valido per la tutela degli interessi italiani in Siberia e Russia.
Da Roma arriva la conferma e la nomina di Manera a Addetto Militare dell’Ambasciata d’Italia a Tokyo, ma con residenza a Pechino. La nuova carica gli conferiva grande libertà di iniziativa e movimento, era di fatto la ufficiale legittimazione della sua presenza in Cina, e lo autorizzava a procedere all’organizzazione di quello che era diventato per tutti il “Battaglione Manera”, con soldati che ora potevano essere considerati a tutti gli effetti italiani.
Inizia così un particolareggiato programma di addestramento e organizzazione selezionando alcuni elementi che vanno a formare gruppi di esperti incursori, su un totale di circa 1500 uomini in cinque compagnie, delle quali solo una è sufficientemente equipaggiata con armi francesi, di stanza nel Tien-Sin.
A Pechino, la parte restante del battaglione viene affidata al capitano di corvetta Varala, diventato a tutti gli effetti, vicecomandante della missione.
In seguito alla Pace di Brest-Litowsk del luglio 1918 tra gli Imperi centrali e il Governo rivoluzionario russo, il Supremo Consiglio di Guerra alleato decide un intervento in Russia per impedire che i tedeschi si appropriassero delle armi e munizioni che, in enormi quantità, erano state abbandonate allo scoppio della rivoluzione bolscevica. E’ organizzato quindi uno sbarco nella penisola di Kola, con la partecipazione di truppe italiane.
Le truppe alleate raggiungono poi la Siberia, per evitare che la Germania utilizzasse i prigionieri di guerra austriaci e tedeschi dei campi siberiani, e per correre in aiuto alla Legione Cecoslovacca, in ritirata verso Vladivostok, favorendone l’imbarco per il fronte occidentale.
Intanto, nell’estate 1918 Manera procedeva con l’arruolamento di altri mille militari e, all’inizio di settembre, accoglie ufficialmente il colonnello Gustavo Camosci, giunto appositamente da Napoli per assumere il comando del Corpo di Spedizione Italiano in Estremo Oriente.
Il maggiore Manera è trasferito per un breve periodo a Tokyo, poi rientra in Siberia alla notizia che, secondo ulteriori indagini, i prigionieri e dispersi italiani erano ancora in numero considerevole ed era necessario organizzare una nuova missione di ricerca e recupero.
Dopo molte difficoltà per rintracciare il più alto numero di uomini, e ottenere la liberazione di quelli in prigionia, sono raggruppati altri 1700 militari, che vengono divisi in otto compagnie più un contingente di prigionieri di guerra che erano ancora indecisi se aderire all’offerta del maggiore Manera e pronunciare il solenne giuramento di fedeltà all’Italia. Con quelli che accettano, Manera forma la “Legione dei Redenti” che si stabilisce nella regione di Gornistai per affrontare un duro programma di organizzazione e addestramento, diventando un reparto esperto e molto unito che si sarebbe distinto per atti di indubbio coraggio nelle campagne militari della Siberia, alle dipendenze del comandante in capo della Missione Italiana in Siberia, colonnello Vittorio Filippi di Bandissero.
Nel febbraio 1920, il maggiore Manera torna in Italia, a Trieste, quindi dopo un breve soggiorno, è inviato in Egitto con il grado di tenente colonnello. Al rientro, dopo pochi mesi, è messo a disposizione della Presidenza del Consiglio dei Ministri e nuovamente inviato all’estero, a Batum, sul Mar Nero, come comandante della Missione Militare Italiana. Tornato in Italia nell’estate del 1921 è assegnato alla Legione Mobile dei Carabinieri Reali a Roma, per passare poi a Salerno, nuovamente a Roma e Ancona.
Nell’aprile 1927 è colonnello e nominato comandante della Legione di Roma, poi di quella di Milano, Livorno e Bologna. Nel frattempo, sicuro di non essere trasferito per nuove missioni, decide di sposarsi nell’aprile 1923. Nel 1933, padre di due figlie, è promosso generale di brigata. Nel 1940, nell’imminenza dell’entrata in guerra, assegnato alla Riserva e pochi mesi dopo promosso generale di divisione. Muore a Torino nel 1958, mentre il suo nome era diventato famoso in molti paesi, dai quali aveva ricevuto numerose onorificenze, decorazioni, encomi ufficiali, fra i quali quella di Cavaliere dell’Ordine Ottomano di Madjdieh concessagli dal sultano turco in persona, la Croce di Guerra britannica, e molte altre, in oltre 25 anni di servizio, compiuto prevalemtemente all’estero.