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Monte Paschi – Più che Profumo, odor di bruciato…

Non sono pochi coloro che ipotizzano un sottile (ma nemmeno tanto) filo conduttore della carriera di Alessandro Profumo, passata per Unicredit e fino a Monte Paschi, lasciandosi dietro una non indifferente scia di guai per gli istituti bancari. E non tanto per gli istituti bancari, quanto per i piccoli risparmiatori.
Dal 1977, quando, dopo la laurea in Economia Aziendale alla Bocconi, esordisce nel mondo bancario al Banco Lariano, Profumo passa alla consulenza, settore ben più redditizio, e firma progetti strategici per McKinsey & Co, Bain, Cuneo & Soci (oggi Bain & Company) per poi tornare, come personaggio affermato, alle banche ed assumere la carica di direttore del Gruppo RAS.
In Unicredit arriva nel '94, proprio l'anno seguente alla privatizzazione, e da subito è condirettore centrale, poi direttore generale e quindi amministratore delegato. Nel 1998, con la nascita del Gruppo Unicredit, assume la guida di quello che sarebbe diventato il primo colosso bancario italiano, dando inizio ad una politica aziendale di acquisizione spregiudicata degli istituti di credito minori. Del 2005 è poi l'integrazione con il grupop tedesco HVB. Dal 2004, per decreto dell'allora presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, è Cavaliere del Lavoro.
La politica di acquisizione a rullo compressore prosegue nel 2007 con l'assorbimento di Capitalia, che porta Unicredit ai vertici europei. In tale posizione, Profumo si fa anche dei nemici, i principali proprio all'interno del suo stesso Gruppo. Decide quindi di dimettersi, almeno questa è la versione ufficiale, nonostante le insistenze di Salvatore Ligresti (fra i maggiori azionisti del Gruppo) che avrebbe in tutti i modi cercato di convincere i soci tedeschi contrari alle ingerenze politiche di Profumo, il quale esce dal CdA senz'altro non a mani vuote, ma con un buono uscita di circa 40 milioni di euro. E oggi Alessandro Profumo è membro esecutivo e vice-presidente della Associazione Bancaria Italiana, dopo essere passato per la russa Sberbank, il CdA di Eni, e quindi essere approdato alla presidenza del Gruppo Monte Paschi di Siena, per la successione a Giuseppe Mussari. Qualcuno indica che dietro le quinte della manovra potrebe esserci stata una certa influenza dalemiana. Siena d'altra parte è sempre stata una delle roccaforti dello stesso “sistema politico D'Alema”.
Ma come mai prima in Unicredit e poi Monte Paschi, al passaggio di Profumo, si sono trovati al centro di guai non indifferenti?
Unicredit è stata coinvolta nel cosidetto caso “Brontos”, in sostanza una colossale operazione finanziaria che aveva il principale scopo di truffare il fisco, almeno questa è stata l'accusa del procuratore di Milano Alfredo Robledo, che inizialmente aveva anche ottenuto il sequestro della cifra indicata come ammontare della truffa, ovvero 245 milioni di euro. Un complesso e contorto schema realizzato fra il 2007 e il 2009, con la complicità della Banca Barclay's che ha portato Unicredit sull'orlo del fallimento nel 2009.
All'epoca, furono ben 17 i dirigenti Unicredit e 3 di Barclays iscritti nel registro degli indagati, e il primo dei nomi fu proprio quello di Alessandro Profumo, amministratore delegato. Con lui il direttore dell'Area Finanziaria Luciano Tuzzi, e il direttore Area Fiscale Patrizio Braccioni. In particolare, l'accusa fu di “dichiarazione fraudolenta al fisco con l'utilizzo di terzi artifici”. E dire che Profumo ha anche ventilato l'ipotesi di entrare in politica… Meno male che ci ha ripensato. Un altro uomo delle banche, dopo Prodi, Monti e Passera sarebbe stato veramente troppo.
Nei fatti, gli artifici finanziari escogitati da Profumo (le indagini evidenziarono tre differenti operazioni nel marzo 2007, aprile e poi novembre 2008) sarebbero state messe in piedi per diminuire di circa 750 milioni di euro l'imponibile a carico del Gruppo Unicredit e, di conseguenza, un utile di circa 245 milioni come risparmio fiscale, che è proprio la cifra fatta sequestrare dai magistrati di Milano.
Tutta questa grande ragnatela ha preso il nome di “Affare Brontos”, e si sarebbe svolta fra Milano, Lussemburgo e Londra e tutto a livello di giochi virtuali portati avanti con lire turche che passavano continuamente dai forzieri Barclays a quelli Unicredit per eludere le normative fiscali. All'apparenza, Unicredit investiva in contratti pronti su strumenti di partecipazione di capitale, ma nei fatti aumentava il deposito interbancario alla Barclays e niente altro.
Qual'era l'inghippo? E' presto detto: i guadagni degli strumenti di partecipazione intesi come dividendi si possono dedurre dalla tassazione in una misura del 95%, pagando al fisco quindi solo il 5% dell'importo complessivo. A differenza degli interessi sui depositi bancari, che invece sono tassati sul totale della somma.
Come ulteriore sicurezza, Unicredit si era rivolta, per una consulenza sull'avvio dell'operazione, ad uno studio tecnico tributario di milano molto noto, fondato da Giulio Tremonti, che aveva concluso la piena fattibilità del progetto.
Nel 2009, a inchiesta avviata, Unicredit rinunciava allo schema “Brontos” versando per intero gli interessi. Inchiesta che comunque non è ancora giunta al termine e potrebbe avere nuovi sviluppi, mentre il nuovo regno di Profumo, Monte Paschi Siena, è a sua volta al centro di una nuova indagine con le accuse di aggiotaggio e di manipolazione del mercato dei titoli azionari nella acquisizione di Banca Antonveneta. Un affare che ammonta ad oltre 10 miliardi di euro.
Il fatto problematico è che il sistema “Brontos” pare sia stato adottato non solo da Unicredit, ma da altri istituti di credito italiani, per risparmiare cifre non indifferenti sulle imposte.
Il caso Unicredit-Brontos pare comunque ammontare ad un debito di imposta totale di oltre 445 milioni di euro, di cui 245 milioni (il 20% degli utili del 2010) relativi all'operazione contestata dal procuratore di Milano, Alfredo Robledo. In totale, un illecito vantaggio che supera i 745 milioni. Il tutto sarebbe dimostrato da alcuni appunti scritti a mano trovati nell'ufficio di Stefano Porro, responsabile della Area Balance Sheet Management di Unicredit dalla Guardia di Finanza: tutti i dettagli dell'operazione con la profonda conoscenza dei meccanismi del mercato che per oltre due anni hanno permesso a Unicredit di investire risorse con un guadagno superiore a quello di mercato, mentre Barclays guadagnava fondi a tassi ben inferiori al quelli del mercato stesso. A rimetterci, lo Stato italiano, ovvero, i cittadini italiani, i contribuenti, i correntisti, i risparmiatori. La gente comune totalmente a digiuno di certi mostruosi artifici.
Adesso, come si diceva, è il turno di Monte Paschi. E ancora una volta salta fuori dal cilindro il nome di Alessandro Profumo.
L'inchiesta della Procura di Siena condotta da procutatore Antonio Nastasi non ha ancora coinvolto il nome di Profumo. Fra i quattro nomi iscritti nel registro degli indagati, il suo non figura ancora e non è certo che potrebbe essere incluso. A Siena, anche se in bilico, rimane ben presente e radicato il sistema di tutela e salvaguardia del metodo dalemiano.
Ma come diceva Carlos Castaneda nei suoi celebri libri: “Nunca nada es casual”, ovvero: nulla accade per caso. Prima Unicredit e Profumo, adesso Monte Paschi e ancora Profumo.
Quale potrebbe essere il filo conduttore? Perché più che “profumo”, si sente “odore di bruciato”…