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Malala, l'operazione, la malattia, il Nobel, il Sakharov

Era il 9 ottobre del 2012 quando, un commando di uomini armati, colpiva Malala ferendola gravemente. Era l’inizio di un incubo. La sua lunghissima operazione è stata raccontata nel libro “Io, Malala”, edito anche in Italia, interessantissimo e scritto in un linguaggio molto, molto, semplice, scorrevole insomma. Era l’inizio di un incubo, dicevamo, era l’inizio di un incubo mondiale, perché i talebani avevano iniziato a colpire i bambini, tutto qua. Malala è del 1997, ed è una giovane del Peshvar: una giovane che, con la sua famiglia tutta, si batte per i diritti umani ed è da sempre contro la Shiaria, tutto qua. E lo ha dimostrato mettendosi per sette ore sotto i ferri. Una operazione molto difficoltosa, anche se eseguita a Londra, se si considera la giovane età della ragazza e l’argutezza dello sparo. Già era impegnata nei diritti umani, e a favore della istruzione dei giovani in tutto il mondo. Anche nel Pakistan, Paese in cui opera e che la ama davvero in modo profondo, per il cambiamento dopo il Premio Nobel. Una guerra tra famiglie, quella innescata in Peshwar? No decisamente, se per guerra tra famiglie si intende una guerra tra famiglie italiane. Ma una guerra tra clan taleban e antitaleban sicuramente, e anche tra vicinato, se il Pakistan in due civiltà è diviso: talebian e Pakistan “indiano”. Si sa, fino a poco tempo fa la terra del terrorismo, almeno fino a 5 anni fa, leggendo i giornali, era proprio il Pakistan. Ora per Malala, diciamocela tutta, terra invalicabile (meglio Parigi, più sicura davvero).

Il lavoro di Malala, premio Sakharov di qualche tempo fa, è stato davvero mondiale. Era il 2012 quando la sua foto rimbalzava su tutte le copertine mondiali: e tutti stavano attenti a quello che stava accadendo nel mondo. Una bambina, piccola, che si batte per l’istruzione mondiale, un colpo di kalhashnikov, un blog su cui scrivono una ventina di ragazze, un lunghissimo transito a Londra. Una vita a recuperare, poi di nuovo il sole, e la fine di questa grande chirurgia intermondiale che, a lei, si è interessata. L’anno scorso la cattura di questi bruti da parte della Cia, e di nuovo il sole. Finalmente, il kommando era stato catturato. E il capo del kommando, guardate un po’, era considerato come il terrorista numero uno nel mondo. Un affaire che ha riguardato il mondo intero e che ha interessato migliaia di media, e che ha trovato sbocco nel Premio Nobel di qualche anno successivo. Che cosa ha insegnato Malala? Che l’istruzione è la primera chance per un giovane e, nei Paesi meno arretrati, questo è davvero una ragione primera. Ecco perché, il suo linguaggio parlava a tutto il mondo. Il Peshvar, quella regione pacifica dell’India da dove provengono le loro origini, è davvero il protagonista di un mondo pacifista. Un mondo pacifista ridisegnato negli anni. E mondo pacifista significa anche un mondo istruito. Per Malala significa principalmente un mondo istruito. Tutto qua. Nel libro ci sono spunti interessanti. E la sua operazione viene raccontata nei minimi particolari. Dall’India, dove era stata ricoverata, fu trasportata a Londra, dove venne rioperata, e dove venne messa in ricognizione clinica 24 ore al giorno. Il colpo grave era alla testa. Ecco il perché quella leggera paresi che ha all’occhio, peraltro anche in Italia abbastanza comune: è una lesione di un nervo (non siamo medici e non ci intrufoliamo, ma anche nel libro è raccontata in maniera semplice) che conduce alla bocca, e che è stato interessato dall’arma che ha sparato. È l’unica lesione che gli ha lasciato quell’attentato. Ed è molto leggera, tanto da essere scambiato per una leggerissima paresi: è lei stessa a raccontarlo nel libro. Insomma: un attentato, su per giù 20 anni, un subitaneo trasporto in ospedale, l’operazione, la ricognizione clinica, il rapporto con il padre, che l’ha sempre accudita. La storia di Malala, insomma, fa il giro del mondo in un secondo.

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