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Nove sostanze inquinanti nel cibo per i più piccoli: lo rivela lo studio di un’ agenzia alimentare francese

Un importante studio dell’ente pubblico francese per la sicurezza alimentare Anses riguardo all'alimentazione dei bambini, ha rilevato che sono ben nove gli inquinanti, tra cui i metalli pesanti e PCB, presenti nelle diete dei bambini che possono rappresentare un rischio nei dosaggi assunti normalmente.
 L'ente pubblico ha analizzato per sei anni quasi 670 sostanze in molti prodotti consumati dai bambini sotto i tre anni d’età, così come nel latte materno. Nove sostanze tra biscotti e omogeneizzati sono risultati inquinati Le osservazioni dimostrano che l'esposizione dei bambini agli inquinanti aumenta a seguito dell'introduzione di altro cibo oltre il latte materno.
Fra i nove composti per i quali la situazione è considerata “critica” sono tre i metalli pesanti, considerati tossici per la salute: arsenico, presente soprattutto in omogeneizzati di verdure e pesce, riso e cereali, nichel, in “prodotti a base di cioccolato” e il piombo, nelle verdure ed acqua. Anses incrimina anche la diossina, Furano e i prodotti chimici dei circuiti stampati (PCB) utilizzati come lubrificanti o rivestimenti impermeabili, difficilmente degradabili nell'ambiente e che si accumulano nei tessuti delle persone che li ingeriscono, soprattutto nel pesce. Altri inquinanti si trovano nei piatti dei bambini: tossine da stampe, acrilamide, una sostanza che si forma durante la cottura a temperature elevate di alcuni alimenti, classificato come possibile cancerogeno e Furano, anch’esso etichettato come possibile cancerogeno. Per sette altre sostanze, tra cui alluminio e cobalto, Anses ritiene inoltre che “il rischio non può essere eluso”.
L’intenzione dell’agenzia non è seminare il panico segnalare la necessità di sforzi comuni tra produttori ed enti affinché in modo che si risolva il problema della permanenza di tracce di questi elementi che a lungo termine possono comportare problemi, anche gravi, per la salute dei più piccoli.
ANSES sottolinea che sarebbe necessario che le istituzioni europee cui compete la salvaguardia dei cittadini dell’Unione, unitamente alle nazionali attuassero analoghe politiche come quelle sollecitate dallo studio in questione.

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