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GIOVANI
data articolo11 febbraio 2016

Papà, mandami all'università!

Papà, mandami all'università!
Papà, mandami all'università!
Camillo Langone, Il Foglio, 29 gennaio 2016: «Ai padri con figlie in età da università. Anche lo storico americano Steven Mintz, professore dell’Università del Texas e autore di “The prime of life. A history of modern adulthood”, vede nella laurea una causa del declino demografico: “Il rallentamento dell’economia e la crescita dell’importanza attribuita a una buona formazione universitaria fa sì che sempre più giovani ritardino il matrimonio o scelgano di non sposarsi”. Non solo in Italia, dunque, ma nell’intero Occidente l’istruzione universitaria di massa, che sposta troppo in avanti la scelta di riprodursi, si configura come un pericolo per la sopravvivenza della società. [...]
I padri ci pensino bene prima di mandare all’università le figlie (Mintz parla dei figli in generale ma siccome la fertilità maschile si conserva più a lungo il problema è innanzitutto femminile): commetterebbero un gesto antisociale».

Cari padri a cui Langone si rivolge, chi vi parla è una di quelle figlie che non dovreste mandare all'università.
Ho una laurea Magistrale in Scienze Umanistiche e voglio, anzi, devo mettere a frutto quei 5 anni di faticoso studio. 
Ah, io sono figlia unica, per farvi capire quanto mio padre ci possa tenere a "perpetuare la nostra stirpe" e non vedermi madre a 50 anni come Carmen Russo. Eppure all'università mi ci ha iscritto, anzi, visto che il motto di qualsiasi genitore (di un figlio o di una di una figlia) è, o dovrebbe essere, ad maiora semper, lui che non è laureato sarebbe stato molto deluso se non mi fossi laureata. Detto questo, non ho permesso che lui scegliesse il mio percorso, ho fatto tutto di testa mia. I miei genitori si sono limitato a sostenermi, economicamente e psicologicamente. 

Dato che l'argomento ha ovviamente stuzzicato, anzi, diciamo pure irritato, il mio io studente e il mio orgoglio femminile, vorrei fornirvi i dati dell'ultimo sondaggio AlmaLaurea (significativamente, risalente all'8 marzo 2015), per cui dovreste leggere l'articolo di Langone, chiamare vostra figlia in predicato di esame di maturità e fare due chiacchiere con lei: 

Grazie alle Indagini AlmaLaurea sul Profilo e la Condizione Occupazionale dei laureati [...] è possibile tracciare un identikit delle performance formative e professionali delle donne laureate. Una premessa è tuttavia d’obbligo: come testimonia AlmaLaurea, che da oltre vent’anni monitora il sistema formativo nazionale, i laureati, indipendente dal genere, godono di vantaggi occupazionali rispetto ai diplomati e a coloro che hanno un titolo di studio inferiore, sia nell’arco della vita lavorativa sia e ancor più, nelle fasi congiunturali negative come quella che stiamo vivendo.

La lettura dei dati relativi alla condizione occupazionale conferma il forte divario in termini non solo occupazionali, ma anche contrattuali e retributivi tra maschi e femmine: un differenziale a favore dei primi che, a parità di condizioni, non diminuisce con il passare del tempo e aumenta in presenza di figli.
Eppure, le donne all’università, indipendentemente dal percorso di studio, hanno performance più brillanti rispetto ai loro colleghi uomini [...].
In base ai dati del XVI Rapporto sul Profilo dei laureati italiani emerge infatti che tra i laureati del 2013 è nettamente più elevata la presenza della componente femminile, il 60%.
Inoltre, la quota delle donne che si laureano in corso è superiore a quanto registrato per i loro colleghi: il 45% contro il 40% degli uomini (la media nazionale è 43%); il voto medio di laurea è pari a 103,3 su 110 per le prime e a 101,0 per i secondi (è 102,4 per la media nazionale). [...]
Le donne hanno svolto più tirocini e stage riconosciuti dal proprio corso di laurea, il 60% contro il 52% dei maschi (la media nazionale è del 57%); hanno usufruito in maggior misura di borse di studio, 24% delle donne contro il 19% dei maschi la cui attribuzione è condizionata dal profitto negli studi (è il 22% a livello nazionale). Tuttavia, sebbene le donne abbiano performance formative migliori dei loro colleghi, sul mercato del lavoro incontrano maggiori difficoltà di realizzazione professionale, a tal punto che per “giocare alla pari” di fatto devono essere più qualificate; in Italia ancora di più di quanto non capiti in Europa. Lo conferma la documentazione relativa alle laureate magistrali, indagate a uno e cinque anni dal titolo, anticipata da AlmaLaurea in occasione dell’8 marzo, a partire dai dati del XVII Rapporto sulla condizione occupazionale dei laureati (che sarà presentato a fine mese).
Il Rapporto registra ancora una volta significative e persistenti disuguaglianze di genere. Il divario occupazionale tra laureati e laureate e le differenze retributive segnalano infatti quanto ancora le donne, in questo caso quelle più istruite, siano penalizzate nel mercato del lavoro.
Le donne risultano meno favorite non solo perché presentano un tasso di occupazione decisamente più basso, ma anche perché si dichiarano più frequentemente alla ricerca di un lavoro: il 34% contro il 26% rilevato per gli uomini. A cinque anni dal conseguimento del titolo le differenze di genere si confermano significative e pari a 7 punti percentuali: lavorano 78 donne su cento e 85 uomini su cento.
I vantaggi della componente maschile sono tra l’altro confermati a parità di gruppo disciplinare, non dipendono quindi dal percorso di studi intrapreso.
Le donne sono più penalizzate sul lavoro se hanno figli; il differenziale occupazionale, a un anno dalla laurea, raggiunge i 28 punti tra quanti hanno figli (il tasso di occupazione, considerando solo quanti non lavoravano alla laurea, è pari al 55% tra gli uomini, contro il 27% delle laureate), mentre scende fino a 10 punti, sempre a favore degli uomini, tra quanti non hanno prole (tasso di occupazione pari al 50% contro il 40%, rispettivamente).
A cinque anni dalla laurea,si conferma il differenziale: 24,5 punti percentuali tra quanti hanno figli (il tasso di occupazione è pari all’88% tra gli uomini, contro il 63,5% delle laureate), mentre scende fino a 7 punti, sempre a favore degli uomini, tra quanti non hanno prole (tasso di occupazione pari al 82% contro il 75%, rispettivamente). Anche nel confronto tra laureate, chi ha figli risulta penalizzata: a un anno dal titolo lavora il 40% delle laureate senza prole e il 27% di quelle con figli (un differenziale del 13%). A cinque anni il divario permane (11,5% punti percentuali): lavora il 75% delle laureate senza prole e il 63,5% di quelle con figli.

Ad un anno dalla laurea gli uomini possono contare più delle colleghe su un lavoro stabile (le quote sono 38% e 31%). Il lavoro non standard, ovvero il contratto a tempo determinato, è leggermente più diffuso tra le donne, coinvolgendo 27 occupate su cento (rispetto al 23% dei colleghi).

A cinque anni dalla laurea il lavoro stabile diventa una prerogativa tutta maschile: può contare su un posto sicuro, infatti, il 77% degli occupati e il 64% delle occupate.
È naturale che queste differenze sono legate anche alle diverse scelte professionali maturate da uomini e donne; le seconde, infatti, tendono più frequentemente ad inserirsi nel pubblico impiego e nel mondo dell’insegnamento, notoriamente in difficoltà nel garantire una rapida stabilizzazione contrattuale. Differenze significative di genere si rilevano anche dal punto di vista retributivo.

Ad un anno dal conseguimento del titolo gli uomini guadagnano il 30% in più delle loro colleghe: 1.217 euro contro i 936 euro delle donne. A cinque anni, il differenziale retributivo è pari sempre al 30,5% a favore dei maschi: 1.556 euro contro 1.192 euro delle colleghe.
Ad influire sul differenziale retributivo è anche la maggior diffusione del contratto part time per le donne. Un’analisi approfondita, che ha tenuto conto del complesso delle variabili che possono avere un effetto sui differenziali retributivi di genere (percorso di studio, età media alla laurea, voto di laurea, formazione post-laurea, prosecuzione del lavoro precedente alla laurea, tipologia dell’attività lavorativa, area di lavoro, tempo pieno/parziale), mostra che a parità di condizioni gli uomini
guadagnano in media, ad un anno dalla laurea, 90 euro netti in più al mese; un valore che sale a 167 euro tra i laureati 2009 a cinque anni dalla laurea.

Questi dati sono indicativi per chi HA una laurea; il mondo del lavoro è ancora più duro per chi invece non ha un titolo di studio superiore. Ve la sentite, voi papà, di dire a vostra figlia: «Diventa madre ora altrimenti è colpa tua se la popolazione diminuisce?» Come lo manterrà questo figlio? Grazie al padre del bambino?
Odio il termine "femminismo", lo trovo obsoleto: credo talmente nella parità dei sessi che per me è un concetto superato; sono per il libero arbitrio, sempre. Ma questi sono discorsi così obsoleti che fanno venir voglia di tirarlo fuori, questo termine. 

«Papà, lasciami scegliere cosa fare: sii tu il primo a cambiare forma mentis, se sei d'accordo con l'articolo... E' già un primo passo!»
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